Franco Berardi Bifo

Stanno suonando le trombe del giudizio? L’orizzonte economico che si presenta nel primo scorcio dell’anno 2016 suscita vivo sgomento negli osservatori. Mario Draghi ripete l’esorcismo estremo: «Whatever it takes». Ma il pericolo attuale non è più quello di un collasso finanziario come nel 2008. Il pericolo è quello di una crisi di sovrapproduzione globale, e di una stagnazione di lungo periodo. Il crollo delle borse non è che un segnale. Da sei anni le banche centrali prestano denaro a costo zero, e da un paio di anni il petrolio scende ininterrottamente. Cionostante la domanda cala, e la stagnazione persiste, si aggrava, tende a divenire recessione.

Il 10 gennaio il «New York Times» ha pubblicato un articolo di Clifford Kraus dedicato agli effetti che il calo della domanda cinese produce sull’economia globale: «Per anni la Cina s’è ingozzata di ogni tipo di metalli e di energia perché la sua economia si espandeva rapidamente; le grandi aziende hanno ampliato aggressivamente le loro operazioni di estrazione e produzione, scommettendo sulla prospettiva che l’appetito cinese sarebbe continuato per sempre. Adesso tutto è cambiato. L’economia cinese si contrae. Le compagnie americane, che tentano disperatamente di pagare i loro debiti mentre aumentano i tassi di interesse, debbono continuare a produrre. Questo eccesso spinge i prezzi verso il basso, e colpisce le economie dipendenti dalla produzione di merci di consumo come il Brasile e il Venezuela, ma anche i paesi sviluppati come l’Australia e il Canada» (Clifford Kraus, «New York Times»: China s Hunger for Commodities Wanes, and Pain Spreads Among Producers).

Negli anni passati le grandi corporation hanno investito somme enormi nell’estrazione di petrolio, nella raffinazione dello shale gas, nelle tecnologie necessarie per il cracking, e così via. Il sistema bancario globale ha finanziato queste operazioni. Tutti pensavano che la domanda sarebbe cresciuta indefinitamente. Ma ora il rallentamento dell’economia cinese non significa solo che l’incremento annuo del prodotto cinese, pur continuando ad essere elevato (6.9%, secondo le opinabili stime cinesi), tende a diminuire. Significa soprattutto che la domanda di energia si è ridotta considerevolmente e tende a ridursi di più. Siamo di fronte alla più classica delle crisi di sovrapproduzione.

Scrive ancora Kraus: «I bassi tassi di interesse hanno alimentato il boom produttivo. La compagnia brasiliana Petrobras ha accumulato 128 miliardi di dollari di debito, raddoppiando i costi annuali di indebitamento durante gli ultimi tre anni per produrre sempre più petroli. Poi la storia è cambiata quando la crescita cinese ha iniziato a recedere. Nel 2015 i prezzi hanno avuto un rallentamento continuo. Il nickel, il ferro il palladio, il platino e il rame sono scesi del 25% o più. I prezzi del petrolio sono scesi di più del 60% negli ultimi 18 mesi. Anche i prezzi del grano e del frumento sono precipitati».

D’altra parte le aziende si sono indebitate con le banche per poter avviare i loro investimenti, e non si possono fermare. Le banche hanno prestato somme colossali, e non possono riaverle indietro. «Decisioni di Investimento multimiliardarie prese anni fa, come lo sfruttamento delle sabbie oleose in Canada o le miniere di ferro in Africa occidentale, debbono necessariamente continuare. Non si possono semplicemente chiudere progetti di quell’entità. L’eccesso potrebbe continuare per anni» (ancora Kraus).

Può durare per anni, dice sempre Kraus, sull’autorevole quotidiano. Ma forse dovremmo fare un’ipotesi più radicale, e insieme più realistica: durerà per sempre, perché la crescita è divenuta impossibile, e non tornerà mai più. L’ossessione capitalistica impedisce di vedere la realtà: siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione di dimensioni inimmaginabili. Nessuna delle tendenze oggi leggibili nel sistema-mondo permette di prevedere che se ne possa venire fuori nel corso del prossimo decennio.

Il 17 gennaio «Le Monde» ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: Le grand vertige des marchés: «Nel 2015 il barile di petrolio potrà costare 380 dollari, avevano preconizzato gli economisti Patrick Artus e Mocef Kaabi nel 2005, tenendo conto dell’aumento del consumo mondiale e della scarsità di riserve… Invece il barile di petrolio è costato mediamente 40 dollari nel 2015. Il 15 gennaio 2016 è sceso a 29 dollari» (Charrel, Cosnard, Gueland, Lauer).

Il fatto che gli economisti Artus e Kaabiu prevedessero dieci anni fa che il petrolio sarebbe cresciuto fino a 380 dollari dimostra in primo luogo che gli economisti sono scienziati allo stesso titolo della Sibilla Cumana e del Mago Otelma, e che la scienza economica è soltanto una forma di legittimazione ideologica di una tecnica rivolta al massimo sfruttamento della vita umana. In secondo luogo, che la sovrapproduzione non poteva essere prevista entro le categorie del sapere capitalistico, ma solo a partire da un altro punto di vista: quello del valore d’uso sottratto alla logica dell’accumulazione, dei bisogni sociali effettivi sottratti alla codificazione finanziaria. Non c’é più bisogno di crescita né di lavoro – questa è la verità inammissibile nel contesto della codificazione capitalistica.

L’occupazione è destinata a calare ovunque, nonostante i patetici sforzi rivolti a dare lavoro; aumentare l’occupazione significa poi soltanto costringere la gente a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno. La forma del lavoro salariato non ha più nessun fondamento di necessità e solo un reddito scollegato dall’erogazione di inutile lavoro permetterebbe di garantire la sopravvivenza, e anche di rilanciare la domanda.

«Il flusso di materie prime mette i prezzi sotto pressione, e provoca dolorose conseguenze. Le compagnie petrolifere hanno lasciato senza lavoro 250.000 operai nel mondo. Alcune aziende cominciano a dichiarare bancarotta» (Kraus, citato).

D’altra parte le nuove prospettive di produzione sono generalmente caratterizzate da un’altissima intensità di tecnologia e da una bassa necessità di lavoro. Per rilanciare la crescita e sostenere l’occupazione le banche centrali hanno investito somme immense, negli ultimi cinque anni. Invano.

«Le banche centrali sorreggono l’economia con una quantità incredibile di liquidità che la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e infine la Banca centrale europea hanno iniettato sui mercati per evitare lo sprofondamento dei mercati […]. Oggi queste liquidità costituiscono il 30% del prodotto lordo mondiale, mentre erano il 6% alla fine degli anni Novanta. Un aumento fenomenale che ha la conseguenza che i mercati sono diventati dipendenti da questo denaro facile, angosciati dal timore che il rubinetto si chiuda» («Le Monde», citato).

Fiumi di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, nonostante la riduzione del costo del petrolio che favorisce una diminuzione dei prezzi. «Gli americani comprano meno apparecchi elettronici (– 0,2%), meno alimentari e bevande (– 0,3%) meno vestiti (– 0.9%). L’annuncio che Wal Mart chiude 154 magazzini in tutto il paese e licenzia 10.000 dipendenti non ha certo rassicurato. D’altra parte le vendite di Macy’s sono diminuite del 4.7% e quelle di Gap del 5%, durante i due ultimi mesi del 2015» («Le Monde»).

Perché la domanda crolla? Prima di tutto perché non abbiamo più bisogno di comprare, e questa dovrebbe essere una buona notizia. Abbiamo un numero sufficiente di pantaloni e abbiamo mangiato troppi hamburger. Buone notizie per l’ambiente e per la nostra salute, e sarebbe una buona notizia anche per i lavoratori che potrebbero lavorare meno. Ma no. Il capitalismo non può concepire una riduzione della domanda, né una riduzione del tempo di lavoro, senza considerare questi eventi come segno di una crisi che va affrontata nella solita maniera: riducendo il salario, aumentando lo sfruttamento.

La crescita si ferma, rincula, crolla. Il tempo di lavoro necessario è precipitato dovunque, e non riprenderà mai a salire, grazie alle tecnologie che riducono lavoro. Ma il capitalismo è incapace di organizzare queste due tendenze (che il marxismo ha previsto da centocinquant’anni). Il capitalismo è incapace di semiotizzare l’innovazione, perché le categorie di cui dispone sono quelle di lavoro salariato e di accumulazione.

Il tempo di lavoro necessario si riduce. E questo potrebbe aprire le porte a una liberazione di tempo sociale. Ma siccome il capitalismo si fonda sulla superstiziosa identificazione della sopravvivenza con il salario, la benedizione delle tecnologie labor-saving, anziché tradursi in liberazione di tempo sociale, si traduce in disoccupazione di massa, miseria. E guerra.

Sezioni crescenti della popolazione non hanno più un salario perché il lavoro è diventato inutile, perciò si organizzano in forma criminale. Cos’è in ultima analisi lo Stato Islamico se non una possibilità di occupazione e reddito per milioni di lavoratori giovani delle periferie del mondo arabo e d’Europa? Cosa sono le organizzazioni narcos, che straziano distruggono terrorizzano aree del territorio messicano, se non una possibilità di occupazione e reddito per centinaia di migliaia di disoccupati delle aree più povere del Messico?

È sempre stato vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta, ma oggi il processo presenta caratteri originali, rispetto a un passato in cui la guerra aveva un carattere riconoscibile, dichiarato, e cominciava in un certo giorno per finire quando si firmava la tregua. Non c’è più inizio, non c’è più tregua, non c’è più territorio né confine. La guerra è ovunque.

Non soltanto gli stati organizzano la guerra come investimento di capitali che non trovano sbocco. È la società medesima a produrre la guerra: masse di giovani privi di futuro si organizzano in forma criminale per garantirsi un reddito dato che il capitalismo non è più in grado di fornirgli un salario, mentre il ricatto del lavoro persiste, anche se il lavoro è divenuto inutile.

Cosa accadrà nel sistema finanziario quando lo shock raggiungerà le grandi banche che hanno investito sulle aziende che producono petrolio che nessuno vuole più comprare? Il 2016 è cominciato con una generale caduta delle Borse. Siamo solo all’inizio. Le conseguenze posso rivelarsi estremamente dolorose per la società.

Solo l’autonomia della sfera sociale dall’economia di accumulazione potrebbe permetterci di trovare una via d’uscita da questo labirinto. Solo la ricomposizione sociale può imporre un quantitative easing for the people, come lo chiama Christian Marazzi. Mario Draghi è l’eroe delle Banche e delle Borse, ma i soldi che lui regala alla finanza sono sottratti alla società. La liquidità, con cui l’autorità monetaria ha alimentato finora l’ingordigia del sistema finanziario, dovrebbe semplicemente essere diretta in un’altra direzione: reddito di cittadinanza, soldi per rilassare l’aggressività e permettere all’attività collettiva di rimediare alla devastazione psichica culturale ambientale prodotta dal ricatto del salario.

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8 Risposte a Slump

  1. sergio falcone scrive:

    Arrivo subito al dunque. Che questo sistema politico e sociale, basato com’è sull’economia di mercato e sulla pretesa di una società divisa in classi e gerarchica ed autoritaria, sia arrivato al culmine del suo percorso, è sotto gli occhi di tutti. Come sotto gli occhi di tutti sono i limiti profondi e il fallimento di ogni ipotesi concreta di cambiamento, di una rivoluzione a partire dalla vita quotidiana.
    Il movimento residuale, che ancor oggi si pone contro l’esistente ed il costituito, è come schiacciato. Da un lato, i massimi sistemi e il “sol dell’avvenire”; dall’altro, lotte settoriali, se pur meritorie. Manca un raccordo, manca un progetto che sia minimamente credibile di trasformazione della società umana. Manca un percorso, che colleghi il presente al futuro che vorremmo. E manca anche l’organizzazione che di quel progetto si dovrebbe fare carico. Manca il soggetto sociale cosciente sul quale basare questa trasformazione, sottolineo “cosciente”.
    Tutto mi risulta insoddisfacente e confuso e, spesso, non utile.
    Mi auguro di non dover difendere e giustificare, anche stavolta, ogni mia parola. Spero che il senso complessivo del discorso risulti chiaro.
    Come ho fatto in precedenza, anche oggi scelgo di non intervenire di nuovo perché lo ritengo del tutto inutile, almeno in questa sede. L’argomento meriterebbe un confronto a più voci, e diretto.

  2. dario evola scrive:

    Bravo come sempre Bifo ! avremmo mai pensato nel77 che il capitalismo sarebbe finito nelle mani del … “comunismo di mercato” (autodefinizione della burocrazia cinese) … ? ma allora eravamo Maodadaisti e avevamo previsto che il cielo sarebbe caduto sulla terra …. o no ???

  3. Stefano Saviotti scrive:

    Pensare che il denaro abbia la possibilità di rilassare contraddice l’anticapitalismo e mi sconforta. Le organizzazioni criminali, finanziarie, politiche, religiose o narco sono ricchissime, ma non per questo meno aggressive. Anzi. Per il reddito da cittadinanza ci sto. Eppure non sono convinto che funzioni come sperato. Intanto otteniamolo. Poi vedremo. Imparare ad essere umani abitatori di un mondo popoloso con frontiere labili implicherà molta sofferenza. Gli operai cinesi (e i loro soci indiani, africani, sudamericani e altri asiatici) chiedono agli operai occidentali un paio di pantaloni in più per loro. Le donne arabe, africane, asiatiche, sudamericane chiedono alle donne occidentali una minigonna in meno. I non occidentali ci chiedono di fare i conti i conti non solo con il capitalismo, ma anche con l’illuminismo che l’ha preceduto. Con la democrazia basata su di una eguaglianza che due terzi dell’umanità trova offensiva.

  4. Giuliano Gelsi scrive:

    L’analisi critica di Marx dimostra tutta la sua straordinaria capacità di pre-visione delle dinamiche sociali e politiche di una società che sopravvive a danno dell’umanità. I partiti borghesi “di sinistra”, gli stalinisti, i socialdemocratici, i democratici tutti hanno fatto del mercato il loro idolo e ripetono all’infinito l’inno al PIL, finché guerra, morte e distruzione non arrivino a rivitalizzare il putrido cadavere del capitale.

  5. turipalidda scrive:

    Caro Bifo
    ecco qualche commento al tuo pezzo che in parte condivido ma per il resto penso sia da rivedere …
    (tra parentesi i miei commenti)
    tu scrivi:
    “Non c’é più bisogno di crescita né di lavoro – questa è la verità inammissibile nel contesto della codificazione capitalistica (ok ma non è capitalismo che invece mirava al profitto attraverso l’aumento della produzione … sarebbe più appropriato parlare di liberismo).

    “L’occupazione è destinata a calare ovunque” (? Anche nelle delocalizzazioni ? e nelle economie sommerse??? dubito!!!)

    “D’altra parte le nuove prospettive di produzione sono generalmente caratterizzate da un’altissima intensità di tecnologia e da una bassa necessità di lavoro” (? Anche nelle delocalizzazioni ? e nelle economie sommerse??? dubito!!!)

    Il capitalismo non può concepire una riduzione della domanda, né una riduzione del tempo di lavoro, senza considerare questi eventi come segno di una crisi che va affrontata nella solita maniera: riducendo il salario, aumentando lo sfruttamento (e qua ti contraddici … per aumentare lo sfruttamento non diminuiscono le attività a bassa tecnologia come nelle delocalizzazioni e le economie sommerse!!!)

    Il tempo di lavoro necessario è precipitato dovunque, e non riprenderà mai a salire, grazie alle tecnologie che riducono lavoro (non è affatto dappertutto così !!! dubito che diminuiscano le attività a bassa tecnologia come nelle delocalizzazioni e le economie sommerse!!!)

    Il capitalismo è incapace di semiotizzare l’innovazione, perché le categorie di cui dispone sono quelle di lavoro salariato e di accumulazione. (ma qui si tratta di liberismo e non del capitalismo del XVIII-XX sec. !!! il liberismo mira solo all’hic et nunc e se ne frega del futuro e di tutti! È effimero! Produce distruzione “non creativa”, cioè l’opposto di quanto teorizzava Schumpeter ! Ciò che crea è aleatorio! commento di t.p.). Il tempo di lavoro necessario si riduce (? Non sempre !!!).

    Sezioni crescenti della popolazione non hanno più un salario perché il lavoro è diventato inutile, perciò si organizzano in forma criminale (qua rischi di dar credito al discorso di distrazione di massa che agita lo spettro della criminalità e dei nemici di turno per occultare le responsabiltà delle scelte liberiste … come mostrano i più affidabili studi, l’approdo alla devianza, alla delinquenza e alla criminalità riguarda sempre una piccola minoranza –nonostante la pretesa enfatizzazione mediatica e dei criminologi e altri intellettuali mainstream che sostengono il discorso del dominio liberista cioè la distrazione di massa. E la criminalità, come gli illegalismi –vedi Foucault- sono comunque funzionali ai white collar crimes e appunto a chi punta alla riproduzione delle guerre permanenti su scala urbana, nazionale e mondiale … perché si riproducono i narcos, le varie mafie e i terrorismi? Non è forse manipolazione di conflitti economici, sociali e a volte anche culturali e politici per farli confluire a favore delle guerre permanenti ? questo “gioco” è la conseguenza delle teorizzazioni sviluppare dopo il FY di Weimberger nel ’79 e dopo dei think tanks della RMA … a attenzione non c’è un grande fratello ma tanti grandi fratelli che sfruttano le opportunità spesso poco prevedibili, giocano sull’occasionalismo … questo è anche lo “spirito” del liberismo “postmoderno” ….
    Aggiungo: la corruzione dei poteri e dominanti su scala microsociologica come macropolitica è dilagante anche perché lo stato è indebolito dal liberismo che realizza profitti a tutti i costi e con tutti i mezzi e sulla pelle di chiunque! A questo si combina la diffusione di abusi, violenze, tortura e massacri … i criminali sono speculari ai crimini dei dominanti … ma le pratiche criminali coinvolgono solo una minoranza della popolazione subalterna, quella pervasa dal discorso dominante e che ha ancora l’uso del ricorso alla violenza … la “rendibilità economica e politica del crimine è sempre d’attualità …)

    La guerra è ovunque. (ok, ma ciò si spiega innanzitutto con la crescita degli intrecci fra lobby finanziarie, militare, del petrolio, delle nuove tecnologie e della ricerca ecc. a favore di guerre permanenti che non prevedono ricostruzione postbellica …)
    Non soltanto gli stati organizzano la guerra come investimento di capitali che non trovano sbocco (no … vedi commento precedente …)

    masse di giovani privi di futuro si organizzano in forma criminale per garantirsi un reddito dato che il capitalismo non è più in grado di fornirgli un salario, mentre il ricatto del lavoro persiste, anche se il lavoro è divenuto inutile. (no! Qua rischi di criminalizzare i giovani “disperati”! questo è un teorema arbitrario! Vedi commenti precedenti… )

    Il 2016 è cominciato con una generale caduta delle Borse. Siamo solo all’inizio. (forse è meglio evitare visioni apocalittiche … anche perché si sa che le speculazioni finanziarie sono giochi al massacro che si avvalgono di una gigantesca propaganda catastrofista … è vero che la pagano sempre i lavoratori … ma non assecondiamo la demagogia …)

    Solo la ricomposizione sociale può imporre unquantitative easing for the people, come lo chiama Christian Marazzi (ma che vuol dire “ricomposizione sociale”? e stiamo attenti a non credere a “babbo natale” …). Mario Draghi è l’eroe delle Banche e delle Borse, ma i soldi che lui regala alla finanza sono sottratti alla società. (OK)

    La liquidità, con cui l’autorità monetaria ha alimentato finora l’ingordigia del sistema finanziario, dovrebbe semplicemente essere diretta in un’altra direzione: reddito di cittadinanza, soldi per rilassare l’aggressività e permettere all’attività collettiva di rimediare alla devastazione psichica culturale ambientale prodotta dal ricatto del salario. (buoni propositi … ma se il liberismo appare fallimentare ma continua a dominare è proprio perché non si intravede alcuna alternatica praticabile … la forza del liberismo sta nell’essere riuscito a erodere le possibilità e le capacità di agire politico alternativo! Dalla destrutturazione economica, sociale e politica dell’assetto precedente e della “densità dinamica” s’è passati a una società eterognea, instabile, iper-segmentata, “atomizzata” e per buona parte irretita dal discorso dei poteri … le mobilitazioni collettive, purtroppo, non hanno alcuna chance di incidere sui dominanti, non riescono ad avere alcun potere contrattuale … e questo fa il pendant con le manifestazioni disperate di chi chiede pietà al dominante –come la canzone: “Noi anderemo a Roma davanti al papa e al re Noi grideremo ai potenti che la miseria c’è”- … )

    fraterni saluti
    turi palidda

  6. ladri55 scrive:

    vorrei tornare indietro a qualche decade feroce e vulcanica, e iniziare con una citazione… ” Concentrati: sarai il valore. ma poichè dovrai essere la realizzazione del valore, occorre che si riproduca in te la sua vocazione alla metamorfosi, occorre che tu ti produca quale serie di figurine. La circolazione avrà in te tutti i suoi momenti [significativi]: significativi di quel tanato che consenta al valore di risplendere, inequivocabile, nel regno dell’equivoco, e subitO dopo dileguarsi, per lasciar luogo a nuove apparizioni. Concentrati ma nel tritume, nel frammento, nell’epifania.(G. Cesarano)
    sarà fuori luogo, eppure mi sembra che in questi interventi ci siano sparse alcune verità da riscoprire per lanciarle nella vita reale senza avvisi e trombe celesti. Se è vero che il liberismo ha tolto i sassolini dalle scarpe del proletariato, rimangono pesanti pugni in tasca. un fraterno saluto anche dal sottoscritto

  7. valerio romitelli scrive:

    Caro Franco,
    ti leggo sempre con grande gusto e interesse. La piega pessimistica che hai preso ultimamente la preferisco infinitamente a tutti quei residui “ottimisti della ragione”: quelli che si ostinano a creder nel potere taumaturgico di eventuali governi “di sinistra” comunque oggi più
    che mai improbabili
    Ma ho un’obiezione da rivolgerti, ahinoi, di fondo e di lunga data.
    Che un bel pezzo dell’umanità sia cattivo, avido, opportunista, spietato e così via, che esso non possa comportarsi diversamente: queste constatazioni non sono altro che l’abc del marxismo. Se no, mica veniva definita addirittura come una classe: quella capitalista!
    Il problema per me è che la nostra generazione non ha saputo far di meglio che lasciarla fare, questa classe, soprattutto attardandosi nel lamentarsene! A lamentarsene come se non fosse veramente umana, mentre noi sì che lo saremmo per davvero: buoni sì, ma, come si dice, buoni da niente! Continuare così, con questi piagnistei, esasperandone persino i toni, mi pare servire più che altro come alibi: un alibi per non fare i conti con le nostre incapacità: “nostre” nel senso diciamo così del fronte anticapitalista.
    Incapacità del tutto giustificate, per carità!
    Non ho alcuna propensione all’autoflagellazione. Sono convinto che per rilanciare l’anticapitalismo, da quando il comunismo tradizionale si è sfracellato, ci vorrebbe niente di meno che un’invenzione – in fondo resto sempre un allievo, anche se sempre meno convinto, di Badiou. E per creare un’ invenzione ci vuole un contesto adeguato e degli inventori. Cose che non si trovano tutti i giorni. Come si trovano tutti i giorni dei Marx o dei Lenin, dei comunisti come quelli della Lega del ’48 o dei bolscevichi come quelli che hanno portato all’ottobre ’17.
    Dunque? dunque diamoci da fare a rimuginare quel è stato e quel che potrebbe essere, e organizziamoci per fare delle prove, degli esperimenti, senza tanto bearci di mostrare quanto il capitalismo può essere inumano. Prove, esperimenti, ma non per autoformarci, come mi pare dici tu.
    Scusa ma questo della formazione e dell’ autoformazione mi pare sia un pallino che rientra tra le manie pedagogistiche di tutti gli insegnanti. Sono convinto che esperimenti di politica anticapitalista li si possano tentare non cercando di formare sé stessi o altri, ma interpellando chi più ne soffre, del capitalismo, e cercare di intendere cosa hanno informalmente, loro, da insegnarci. E prima condizione sarebbe ammettere quanto siamo diventati ignoranti a questo proposito.
    Abbi pazienza per lo sfogo. Ti abbraccio.
    vr

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