Massimiliano Manganelli

Feticcio, si sa, è quell’oggetto al quale si attribuisce un valore cultuale, sia in termini antropologici sia sul piano della psicologia individuale. Ed è attraverso i propri feticci che Michele Mari ha scelto di raccontarsi, cioè di mettere sulla pagina la propria autobiografia. E per oggettivarsi nella maniera più compiuta (che cos’è un’autobiografia se non l’oggettivazione di sé stessi attraverso la parola?) ha deciso di dare una documentazione visiva delle proprie ossessioni e della propria memoria per il tramite delle (splendide) fotografie di Francesco Pernigo.

MAR_asterusher_FOTO p_64[3]-webGli scatti del fotografo perlustrano – con uno sguardo molto preciso, attento a mettere a fuoco ogni dettaglio dell’inquadratura – gli spazi delle case dello scrittore, quella avita di Nasca (sul lago Maggiore) e quella di Milano, due luoghi che, all’ingrosso, si possono ricondurre rispettivamente a due diversi momenti dell’esistenza: l’infanzia e l’adolescenza il primo, l’età adulta il secondo. A ognuno dei due luoghi è dedicato lo stesso numero di scatti, quarantacinque. La prima casa si presume immobile, disabitata, fissata una volta per sempre nella memoria (e nelle pagine che la accompagnano e rappresentano) e, proprio per questo, dotata di una straordinaria forza mitopoietica, di una capacità di generare non solo feticci personali ma anche, e soprattutto, immagini che tornano nella scrittura adulta dell’autore. Più della casa milanese, forse, quella di Nasca risponde al curioso nome che dà il titolo al libro, Asterusher, insieme labirintica come la casa di Asterione inventata da Borges e diroccata come la celebre casa Usher di Poe. Due citazioni da questi testi fanno da cornice all’intero libro, poste in incipit e in explicit.

Ogni fotografia è accompagnata da alcune righe redatte appositamente per l’occasione oppure estratte da uno dei libri dell’autore. La vecchia cantina della casa di Nasca, per esempio, ricompare trasfigurata in quella di Pemberton House, cioè in Roderick Duddle, a oggi l’ultimo romanzo pubblicato da Mari. Nondimeno, occorre sottolineare che la parte scritta della pagina non ha la funzione di mera illustrazione di ciò che rappresenta la relativa fotografia, non ha la pretesa di essere la didascalia dell’immagine (anche se, per alcuni aspetti, a questo libro non è estranea una dimensione museale): al contrario, vale come testo a fronte rispetto all’oggetto, in una dialettica aperta nella quale quest’ultimo non «spiega» la pagina, ma ne indica il nucleo generativo, l’originaria figura radicata nella mitologia personale.

Ciò che impressiona maggiormente, in ogni caso, non sono gli ambienti polverosi e immobili, con i loro muri scrostati e tutti i segni implacabili del tempo, bensì gli oggetti, i veri feticci contenuti in quegli spazi. A pagina 22, per esempio, fanno la loro comparsa ben quattro lettini di dimensioni diverse, allineati dal più piccolo (una culla) al più grande, «come una allegoria delle età dell’uomo», secondo le parole del primo dei racconti contenuti in Tu, sanguinosa infanzia.

Ogni oggetto ritratto nel libro – un coltello privo del manico, i mozziconi di matita accumulati negli anni degli studi dentro un flacone di profumo, uno scaldabagno coetaneo dello scrittore e ancora funzionante, ecc. – si offre pertanto come emblema, quale allegoria del tempo, raffigurazione della vita e della scrittura. E il termine allegoria non può non rimandare a uno dei numi tutelari esplicitamente evocati nella prefazione del libro, Walter Benjamin: uno di quegli autori, scrive Mari, «che hanno significativamente condizionato il mio modo di percepire le mie case e i miei oggetti e, di concerto, il mio modo di intendere la letteratura». Non c’è dunque alcuna distanza tra gli oggetti, la letteratura e la vita stessa, tutti riuniti in questo «metalibro» più benjaminiano che mai. Di Walter Benjamin nel 2002 Michele Mari fece il protagonista di Tutto il ferro della torre Eiffel, ma qui l’omaggio è quasi più esplicito, perché è proprio il modo di concepire il proprio rapporto con gli oggetti a farsi benjaminiano, quegli oggetti che, decontestualizzati o accostati in maniera incongrua, assumono un valore diverso e nuovo. La fotografia di alcuni oggetti in ferro raccolti nella casa di Milano è accompagnata da questa pagina del romanzo di quattordici anni fa: «C’erano tanti oggetti umili e anonimi presso di lui, tanti frammenti edilizi e industriali, vestigia di un’operosità e di un ingegno che ormai erano come un sogno, forme perfette nella loro economia funzionale e tuttavia superate, sconfitte, forme rivoluzionarie». Rivoluzionarie quindi vitali, capaci di produrre trasformazioni.

E inconsapevolmente benjaminiana è l’attitudine che fa sì che il padre di Mari, il grande designer Enzo, a vent’anni un bel giorno raccolga e porti a casa un pezzo di scambio ferroviario (lo si vede a pagina 92), concedendogli in tal modo una redenzione («e non aveva letto Benjamin»). La casa milanese mescola continuamente l’arte con l’industria, l’antico col moderno; perché, scrive Mari, «Qualsiasi oggetto d’uso pratico, decontestualizzato, libera la propria forma, e in quella forma libera se stesso». E ancora benjaminiana è l’idea di non stilare un «catalogo esaustivo», bensì di operare dei tagli, ancorché dolorosi, nel continuum della memoria reificata; ed è questo il merito che lo stesso Mari riconosce a Francesco Pernigo, dotato della «saggezza distonica di chi è meno coinvolto». In buona sostanza, quello che abbiamo tra le mani è un libro composto di sole citazioni (visive). E un meta-oggetto, a sua volta, di notevole fascino.

Accanto ai fantasmi della letteratura, visibili tanto negli scaffali colmi di libri, spesso antichi (segno degli studi filologici di Mari) quanto nei ritratti di autori amati (Foscolo e Salgari), troviamo così oggetti industriali, memorie familiari (alcune realizzazioni del padre), oggetti d’affezione (statuine, giocattoli), manoscritti dell’autore, targhe pubblicitarie (addirittura un «Bibendum», l’omino Michelin che appare in Tutto il ferro della torre Eiffel). Michele Mari mette dunque in scena il proprio ego di scrittore, abolendo i confini tra la vita e la letteratura, tra le parole e le cose. La dimensione teatrale dell’intera operazione è piuttosto evidente, soprattutto in certi scorci delle case nei quali domina nettamente la visione frontale degli ambienti e degli oggetti; ed è in fondo richiamata dallo stesso autore nella prefazione, dove si legge che uno dei precedenti di Asterusher è la messa in scena, nel 2012, dell’atto unico Ballata triste di una tromba.

Se ad animare l’autobiografia è sempre, consapevole o no, il desiderio di lasciare un’eredità, di vincere il tempo, all’ultima pagina del libro, dopo la novantesima fotografia, potremmo apporre quale sigla conclusiva questa semplice e al contempo significativa frase dell’autore: «questo noi siamo: la nostra scrittura e le nostre cose».

Michele Mari, Francesco Pernigo

Asterusher. Autobiografia per feticci

Corraini, 2015, 111 pp. ill. col., € 16

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Una Risposta a Michele Mari, il collezionista di se stesso

  1. jurij scrive:

    Molto interessante. Da non trascurare anche la lunga intervista a Mari inclusa in Atti impuri n. 5: http://www.miraggiedizioni.it/demo/component/content/article/41-rivista/95-catalogo-atti-impuri-5.html

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