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Francesca Woodman, Untitled

Angelo Guglielmi

Cella di Gilda Policastro (non ho letto i suoi precedenti romanzi) si legge fino in fondo, al contrario di altri romanzi italiani che abbandoni a metà, tanto ti annoiano e non nascondono la mediocrità. In più in Cella il linguaggio, non tanto dal punto di vista del lessico (in fondo ordinario) ma della struttura, appare ben governato, con il racconto che si sviluppa come nei sogni o nei dialoghi con te stesso, quando la coerenza viene abolita e il tempo non viene rispettato, e ieri accade prima di oggi e i «fatti» si alternano accatastando i più vicini ai più lontani. È un rullo di immagini disordinate, che mette al posto della coerenza rifiutata una misura che, quando c’è, trasforma quel disordine in più avveduta conoscenza. E ora andiamo a vedere cosa c’è, in quel rullo.

La protagonista del romanzo è una donna (nelle prime pagine) diciottenne, bella come una indossatrice(per fortuna con un po’ di carne in più), di famiglia molto povera, che a solo diciotto anni finisce (finta) segretaria-infermiera di un oscuro dentista (sporcaccione – non tiene le mani a posto) dove viene scoperta e portata via un dottore quarantenne di gran fama (nel piccolo paese dove la storia è ambientata), oltre che per il suo mestiere, per la sua prestanza e ingordigia (sentimentale) erotica. La ragazza (ancora innocente) viene trascinata in ingorghi sessuali (al limite della trasgressione) cui aderisce con interrogativo(nascosto) piacere. Dopo solo tre mesi (di furie erotiche) rimane incinta e quasi contemporaneamente viene abbandonata e affidata dal premuroso dottore all’assistenza di una brava infermiera. Ha inizio la tragedia dell’abbandono che è il nucleo centrale del romanzo. E l’abbandono si sa, almeno nel primo anno o nei primi anni, è «un andare e ritornare», qui di Giovanni (così si chiama il dottore), in genere di quegli uomini (non so quanto particolari) che hanno bisogno di una donna, purché sempre diversa, a garanzia della loro vitalità. Nasce Elena, e la mamma (non più diciottenne) scopre di provare nei riguardi della figlia una comprensibile estraneità che diventa sempre più marcata via via che Giovanni, pur soccorrendo ai bisogni della nuova famiglia, rende definitiva la sua assenza.

Questo è il quadro. Policastro ha piantato i suoi paletti: al centro l’abbandono, che coinvolge l’abbandonata (già diciottenne e gambe lunghe, innocente ma già preparata a pratiche di sesso avanzato e ora madre di Elena), Giovanni (il dottore sempre insoddisfatto che l’ha abbandonata e di cui si scopre che ha già una moglie e un figlio, Dario, sedicenne), Elena (la figlia non amata, capitata per caso, che risponde al fastidio della madre con sprezzo esteso con più forza al padre). Intorno a questi tre, anzi quattro piloni-personaggi si intreccia e si sviluppa una trama composita e inattesa che non stupisce ma allarma e tiene desti. Il rullo (più sopra citato) comincia a scorrere e a sorpresa macina di tutto: smarrimenti e strazi sentimentali, tenerezze e odi famigliari, doveri mancati, congiungimenti insospettati, irruzione deviante di un’elezione in Parlamento, terrorismo e complicità, ferite e un po’ di sangue, carcere, abitudini alla sofferenza, sfori e sfoghi sessuali fino e oltre la pornografia, incontri e intrecci che sfiorano vari gadi di incesto. Questo è il materiale che incatena il lettore e lo costringe a leggere fino alla fine.

Lo costringe o lo induce sul filo di una necessità? Policastro a nome dei suoi personaggi denuncia: l’assenza di una «vita vera» e al suo posto una masticazione che lascia detriti inevitabilmente non umani; la prepotenza del potere (non solo maschile) che soggioga e schiaccia; l’inesistenza della verità («...un libro più grande degli altri, con tutti i casi imbastiti per fregarti»); la «cella» (prigione) come soggiorno obbligato della vita. Basta per garantire una conoscenza più vispa del mondo, che è quello che si chiede a un romanzo? O sono parole stanche, già sentite? Rimane il dubbio che non abbia finito per trionfare nell’autrice la preoccupazione delle attese più facili del lettore che, si sa, non portano bene.

Gilda Policastro

Cella

Marsilio, 2015, 174 pp., € 17

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