Pasolini-con-Alberto-Moravia

Mario Perniola

Tra i primi scrittori che incontraste a Roma vi furono Moravia e Pasolini. Col primo ci fu subito un’intesa, col secondo no. Il primo v’invitò a collaborare a «Nuovi Argomenti», il secondo vi scrisse una poesia contro che suonava:

Luperini o Fofi o Perniola / Gerusalem! Pietra su pietra non c’è restata / è il nulla che opponete alla Coca Cola.

Li conosceste a casa di un loro amico, che abitava presso Piazza del Popolo. Andando a trovarli, passaste in via del Vantaggio: si affittava un appartamento al primo piano, in cui non arrivava mai il sole. Tuttavia, considerando il nome della strada come un buon auspicio, vi sistemaste là. Non so se questa scelta recò più vantaggio che se aveste abitato in un’altra strada di Roma, per esempio in via degli Zingari, dove pure trovaste un alloggio, o in via dei Chiavari, il cui nome vi colpì. In effetti, foste incerto per qualche giorno in quale di queste tre strade sistemarvi: infatti, avete sempre avuto una certa attrazione per gli zingari a causa del loro nomadismo e dell’enigma che circonda la loro origine. Quanto ai chiavari (in altre regioni d’Italia si dice chiavaii, o chiavaioli, o chiavaiuoli) intendevate questa parola non nel senso di chi costruisce le chiavi, ma in quello di chi le ha in consegna, pressappoco come il sereno che nella Spagna franchista controllava l’entrata e l’uscita notturna degli abitanti delle case attraverso il possesso esclusivo delle chiavi dei portoni. Certo voi non avevate quest’aspirazione, anche perché la sera in linea di massima siete sempre andato a dormire presto, con qualche eccezione legata a contingenze ammalianti. Per voi la parola conteneva un forte senso metaforico che proveniva dalla frase con cui inizia un libro famoso di André Breton, che parla di «esseri teorici» che detengono «le chiavi delle situazioni»: non è escluso che i situazionisti abbiano tratto il loro nome da questo passo. Vi dava tuttavia fastidio il significato triviale del termine: non che abbiate nulla in contrario nei confronti dell’atto sessuale cui la parola si riferisce, che anzi ritenete tanto enigmatico quanto l’origine degli zingari; ma proprio per questa ragione reputate che debba essere nominato in latino o in greco antico.

Questa scelta vi portò veramente vantaggio? Certo è che riceveste la visita dai ladri, i quali però portarono via solo un po’ di uva. Di qui è nata la vostra convinzione che a Roma quasi mai i ladri vengono a casa per rubare, ma per fotografare le agende, piazzare microspie e mangiare la frutta. Convinzione rivelatasi in parte errata: infatti, l’esperienza successiva vi ha insegnato che talvolta sono mandati dal padrone di casa per intimidire gli inquilini sfrattati che non se ne vogliono andare. Bisogna tuttavia osservare che l’etimologia di «vantaggio» non ha niente che fare con la fortuna, né col profitto: molto più semplicemente viene da «avanti» e quindi era perfettamente consona alla vostra intenzione di essere all’avanguardia del movimento rivoluzionario.

Non è opportuno divagare e bisogna ritornare al punto di partenza. Con Moravia avete avuto sempre l’impressione di una complicità segreta. Su che cosa si fondasse è difficile dirlo. Ciò che vi piaceva in Moravia era il suo disincanto, che altri scambiavano per banalità. In effetti, non aveva nulla di ciò che ci si poteva attendere dal Grande Scrittore: ad alcuni perciò sembrava che incarnasse un «uomo comune», con desideri e paure, aspirazioni e gusti «comuni», cioè tipici dei romani della sua età e della condizione sociale della sua famiglia d’origine. A voi questo modo di essere «comune» appariva in realtà abbastanza esotico, come tutto ciò che percepivate come «romano». Se queste vicende relative alla fine del Novecento sono raccontate sotto la forma di storiette, anziché di romanzo, autobiografia, poema epico o tragedia, ciò è dovuto anche all’influenza che su di voi ebbe Moravia; infatti la lettura del suo romanzo Gli indifferenti rappresentò per voi una specie di iniziazione alla vita romana. L’unica perplessità riguardava proprio il titolo di questo libro che, a vostro avviso, avrebbe dovuto essere Gli ipocriti oppure I vili. In occasione della celebrazione del cinquantenario della prima edizione del romanzo nel 1979 (che si svolse a Roma alla presenza dello stesso Moravia nella Libreria Feltrinelli di Via del Babuino), sosteneste che i personaggi del libro non sono per nulla indifferenti: vorrebbero essere appassionati ma non ci riescono per viltà. In effetti, Moravia sottolinea costantemente il contrasto tra quello che pensano e quello che dicono. Ciò ha poco a che fare con l’indifferenza, molto invece con l’ipocrisia. Avete sempre pensato che l’indifferenza, intesa come dominio delle proprie passioni, non sia da considerarsi un vizio, ma una virtù. Chiamando un vizio col nome di una virtù, Moravia prese in giro la borghesia romana (e per estensione quella italiana). Usando la parola «indifferenza» come un eufemismo di «vigliaccheria», non la legittimò; piuttosto promosse il proprio successo letterario. Se non fosse stato ironico e avesse chiamato le cose col loro nome, sarebbe subito stato bollato come un utopista, un moralista apocalittico. La sua condizione di Grande Scrittore italiano, anzi il più grande, si fondava sull’accortezza di rendere – come si suole dire – pan per focaccia ai suoi lettori, di batterli sul loro terreno, quello della tendenziosità. Attribuendo una qualità filosofica e aristocratica a dei vili, si faceva beffe di loro senza che essi se ne accorgessero. E anche se qualcuno più fine se ne fosse accorto, non avrebbe potuto far altro che apprezzare l’arguzia della sua strategia culturale. Questo era il segreto che ritenevate di condividere con Moravia. Tutti e due sapevate che «qui il più pulito ci ha la rogna!», ma se chiami «indifferenza» questo modo di essere anziché col suo vero nome che è «abiezione», nessuno se ne risente, nessuno si offende, anzi tutti si sentono molto lusingati.

C’era anche un secondo segreto che vi sembrava di condividere con Moravia: quello dell’azione. Nel suo romanzo ritorna spesso l’idea che per agire bisogna essere in preda alla passione, provare grandi amori o odi travolgenti, nutrire sentimenti illimitati. In realtà, chiunque voglia agire con successo sa bene che non è così. E Moravia lo sapeva benissimo, se non altro per il suo attaccamento al lavoro di scrittore: condurre a termine con buon esito un’azione richiede molto sangue freddo e perfino un certo distacco emozionale rispetto al risultato finale, altrimenti si fanno soltanto atti sconsiderati. Perché dunque scrivere il contrario? Per la stessa ragione che ho esposto sopra: i vigliacchi amano pensare che la loro ignavia dipenda da una carenza di affettività. Perché togliere loro questa illusione? In altri termini, vi è sempre sembrato che Moravia condividesse con i libertini l’idea che la verità è una cosa per pochi e che i filistei amano essere ingannati.

Nessuna complicità invece vi ha mai legato a Pasolini, di cui non avete mai sopportato l’oltranzismo. Questo è una specie di esagerazione di luoghi comuni che non ha nulla che fare col radicalismo. Rileggendo l’intera poesia all’interno della quale stanno i versi che ho citato, in cui vi assimila a Romano Luperini (che non avete mai conosciuto) e a Goffredo Fofi (che avete incontrato per la prima volta in un appartamento di Via dei Pianellari sopra ad un ristorante in cui si faceva il risotto con le fragole ed avete rivisto dopo alcuni decenni), capisco che il bersaglio più importante della sua polemica non eravate voi, ma Montale, definito come Οτις, vale a dire Nessuno. Pasolini si sentiva più vicino a Polifemo che ad Ulisse! La poesia di Pasolini era una risposta ad alcuni versi di Montale il quale poco prima su «L’Espresso» lo aveva non poco strapazzato coll’appellativo shakespeariano di Malvolio.

Che cosa c’entravate voi in questo conflitto poetico tra Malvolio e Nessuno, è chiaro soltanto ora, perché a quell’epoca vi sentivate lontano tanto dall’uno quanto dall’altro. È vero che un certo debito di riconoscenza avreste dovuto averlo nei confronti di Montale, che qualche anno prima aveva salutato il vostro primo libro Il metaromanzo con un articolo elogiativo sul «Corriere della Sera», del quale vi piacque molto il titolo che suonava come uno squillo di tromba: Entra in scena il metaromanzo! Ed è vero altresì che la vostra formazione letteraria era avvenuta sotto il segno dell’ermetismo e della poesia pura, e quindi all’ombra di tendenze assolutamente inattuali nell’Italia degli anni Sessanta. Tuttavia Montale stesso si era allontanato dal movimento di cui era stato uno dei massimi rappresentanti e nel corso di quegli anni aveva impegnato la sua musa in una direzione differente. In altre parole sembrava che in Italia dell’autonomia della letteratura e della cultura non importasse più niente a nessuno o meglio, che nessuno fosse consapevole che la difesa dell’autonomia della letteratura e dell’arte era in se stessa una posizione politicamente rivoluzionaria. Certo in Francia Maurice Blanchot (che costituiva uno dei vostri punti di riferimento fondamentali) e in America Clement Greenberg (i cui scritti leggeste qualche tempo dopo) sapevano vedere la connessione esistente tra l’autonomia della cultura e la causa della rivoluzione. Ma Malvolio e Nessuno erano troppo invischiati nelle false opposizioni dell’epoca. Vi colpì il fatto che a distanza di venti giorni a Nessuno fosse conferito il premio Nobel e Malvolio fosse ucciso. Quanti oggi leggono i libri di Nessuno? I film di Malvolio continuano a essere visti, specie quelli neo-antichi, perché come dice il proverbio cinese che riproduco qui

sotto, «studiando l’antico, si conosce il nuovo»:

Ci sono due forme di terrorismo della letteratura e voi siete rimasto paralizzato da entrambe. Dietro la prima c’è il mito dell’assoluta trasparenza: ciò che conta è la sincerità, l’autenticità, la purezza dell’animo di chi si esprime attraverso il linguaggio. Come dice Jean Paulhan, «È vietato entrare nel giardino con i fiori in mano», vale a dire il testo è il protocollo di un sentire che si manifesta eludendo «i fiori» dello stile, cioè la retorica delle frasi fatte, dei luoghi comuni, dei clichés che falsificano e adulterano la genuinità dell’espressione. Le Confessioni di Rousseau, le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, Inferno di Strindberg condividono questa pretesa di dire tutto nel modo più diretto ed immediato, come se il linguaggio, con la sua torbidità e vischiosità, non esistesse. Ma essi sono simili a chi si getta nell’acqua per evitare la pioggia! Infatti, rimangono vittime del verbalismo che condannano. Questa letteratura allo stato selvaggio risulta mistificatrice e fraudolenta: essa genera una retorica del Terrore, che ha effetti catastrofici quando è applicata al discorso politico.

I terroristi del linguaggio hanno due strade davanti a loro. Una è squisitamente letteraria: per essere assolutamente sincero lo scrittore non può parlare d’altro che dell’atto di scrivere. Il libro di Beckett L’innominabile costituisce il punto di arrivo di questa pretesa. L’altra è politica e si è rivelata in tutta la sua virulenza nel regime del Terrore durante la Rivoluzione francese (luglio 1793-agosto 1794): la Red Japanese Army e gli Khmer Rossi in Cambogia sono remakes di quell’evento-matrice.

La seconda forma di terrorismo della letteratura parte dal presupposto contrario: «È vietato entrare nel giardino pubblico senza fiori in mano». Paulhan qui aggiunge la parola: «pubblico». Che vuol dire? Chi entra nel giardino del linguaggio con i fiori in mano non ha bisogno di coglierne altri. Fuor di metafora, le frasi fatte, i luoghi comuni, i clichés sono indispensabili perché introducono chi scrive e chi parla in una comunità in cui si dà per scontato che le parole non siano per nulla espressioni di un’interiorità, ma simili al denaro che si scambia con tutte le merci. Paulhan

adopera per indicare questa condizione la parola «manutenzione». L’inganno del terrorista è svelato: le parole non sono trasparenti. L’importanza della manutenzione non sta nella sua verità, ma nel conformismo che essa genera. La «bolla speculativa» della letteratura e della politica ideologica è scoppiata: il loro posto è preso da una situazione che si potrebbe definire post-letteraria e post-politica. Dopo che per due secoli la letteratura e la politica sono state pompate al massimo grado possibile, si ritorna al grado zero del linguaggio, come se nulla fosse accaduto. Si possono di nuovo scrivere romanzi e poesie senza interrogarsi minimamente sullo statuto dell’elocuzione letteraria, così come si possono sfoderare di nuovo gli stereotipi delle ideologie politiche facendo finta che esistano ancora la nazione, il proletariato, la democrazia, il sistema scientifico-professionale, la borghesia e quant’altro. La manutenzione ha generato un altro terrorismo, che si manifesta nell’emarginazione e nell’intimidazione di chiunque pretenda di sottrarsi alla società della comunicazione.

Così siete rimasto intrappolato tra questi due terrorismi, ma si potrebbe dire anche tra queste due retoriche. E perciò non avete potuto essere né uno scrittore, né un politico. Da un lato era impossibile tornare indietro all’ermetismo e alla letteratura pura, cioè a Montale; dall’altro non c’era spazio sulla strada di Pasolini, anche perché era troppo affollata. Avete trovato la scappatoia della filosofia la quale è un passe-partout che apre molte porte, per il suo carattere atopico, cioè non ha un luogo proprio ma può stare da tante parti, nella botte di Diogene o sul trono di Marc’Aurelio, sulla cattedra di Hegel o sempre in viaggio come Nietzsche.

***

Storiette (o metastorie) di Mario Perniola

Andrea Cortellessa

Mario Perniola non sarebbe né il primo né l’ultimo filosofo – o comunque homme de lettres di successo – che non resiste alla vanità dell’esordio letterario all’indomani della pensione (termine, quest’ultimo, sul cui ambivalente etimo non manca di soffermarsi una delle sue mille digressioni). Per fortuna, comunque, non è così. Non la vanità gli appartiene, infatti, bensì semmai (come si legge nella più bizzarra, e dunque nella più intrigante di queste «storiette»: quella dedicata all’amico grafico, erudito e bibliofilo Roberto Palazzi, morto in circostanze misteriose nel 2002) la futilità. Che, nel segnare a dito ogni pretesa di gloria quale «vanagloria», della vanità può essere considerata, a ben vedere, quasi l’opposto. Un esordio letterario, poi, c’era già stato, ben prima di questo 2016: il romanzo Tiresia, di cui nulla sappiamo se non quanto scavato dalla vecchia talpa Palazzi, presentandolo in un suo catalogo antiquario come l’«opera prima narrativa dell’A. teorico del situazionismo estetico». Con un minimo di pazienza telematica, è dato altresì scoprire che questo libro segreto (dall’autore in seguito rimosso e in tutti i modi occultato) era stato pubblicato dall’editore romano Silva nel 1968. Due anni prima, il medesimo editore aveva tenuto a battesimo l’esordio assoluto del venticinquenne filosofo astigiano, fresco di studi presso il leggendario Pareyson; si trattava di un saggio, già assai appuntito, sul Metaromanzo, che ebbe la ventura di essere recensito nientemeno che da Montale sul «Corriere della Sera». Come dire – e Perniola non si perita di ammetterlo – che dietro le quinte, di una delle più curiose e articolate opere di pensiero del nostro tempo, c’è sempre stata una passione letteraria («il campo letterario è pieno di aspiranti poeti diventati traduttori, giornalisti, editori, librai, postini, decoratori di insegne, esperti di software, professori, correttori di bozze, redattori di blog... […] Anche voi siete uno di questi: avete rinunciato a essere un poeta, dopo aver passato un mese senza muovervi dal letto, senza avere alcuna malattia né disturbo fisico». Sarà forse a questo vano tentativo d’imitazione nei confronti della mitobiografia dell’autore di Inverno di malato – opino – che si deve nell’ultima «storietta», quella qui di seguito riportata, l’incauta sopravvalutazione di Moravia…). È un fatto, in ogni caso, che proprio con questo libro Perniola decida di inaugurare la collana che l’editore Mimesis dedica alla raccolta di tutte le sue opere: gesto, a suo modo (obliquo modo, cioè), piuttosto eloquente.

La quarta di copertina si prende l’onere di riassumere l’irriassumibile quando dice che «le storiette si rifanno da un lato al genere letterario, a metà tra il serio e il faceto, praticato dagli antichi filosofi cinici, dall’altro ai setsuwa dei monaci giapponesi e si basano sulla premessa buddhista della non sostanzialità dell’io, non meno che sul rifiuto di una narrativa ingenua e popolare, ignara del carattere enigmatico e paradossale della scrittura letteraria. La loro tonalità emozionale è un misto di terrore e di ironia, che unisce lo stile dell’avanguardia al distacco estetico, usando indifferentemente registri realistici e surrealistici in una combinazione che appartiene alla logica del simulacro». Molto ben detto, specie quando si allude all’intreccio inestricabile fra terrore e ironia: mélange tale da giustificare un titolo che è quasi, di questi tempi, un trompe-l’œil. Non siamo infatti di fronte all’ennesima, erudita riflessione sulle analogie storiche e funzionali fra la proditorietà del gesto terrorista propriamente detto e il «terrore nelle lettere» sul quale già nel 1941 – non a caso all’indomani del surrealismo, dal quale a sua volta Perniola prende le mosse – Jean Paulhan aveva detto più o meno tutto quel che c’è da dire; né all’ennesima rielaborazione del witz di Stockhausen – comunque citato – sull’11 settembre come «la più grande opera d’arte immaginabile del mondo». Al modo cinico della «storietta», invece, le gesta dei situazionisti – dei quali il giovane Perniola fu per qualche tempo sodale, e poi critico assai problematico – vengono semplicemente accostate (only connect!) alle condanne a morte a orologeria dei Posadisti argentini, l’acribia dandistica dei bouquinistes sul décalage dei Settanta alla «body art abietta» di Abu Ghraib, le vicende misteriose di nonni massoni e zii mancati alla follia dell’Armata Rossa giapponese: «come se le storiette fossero fili sottilissimi ed invisibili che tengono insieme il passato, il presente e il futuro, a condizione che qualcuno le racconti».

Dietro il sorriso lieve di Perniola, però, si nasconde un giudizio decisamente drastico: non solo su chi (banalizzandola e strumentalizzandola) ha sinora raccontato la storia di questi ultimi decenni – quelli in cui si è svolta la sua vicenda politica e intellettuale – ma, ben più alla radice, su questa storia in quanto tale. Alla famigerata battuta cinica di Kojève sul Maggio parigino – non è stato sparso sangue, dunque nulla è accaduto – risponde Perniola rincarando la dose: «negli anni Settanta di sangue in Italia ne è colato molto, ma ugualmente nulla di decisivo è avvenuto». Non la pensava certo così chi nel ’71 fondava una rivista, Agaragar (oggetto dell’altro excursus più personale del libro), dandole il motto di Artaud, «con me l’assoluto o niente»; eppure è proprio lui, oggi, ad affermare reciso: «la generazione del Sessantotto non è riuscita a fare la storia, ma solo storiette; queste generano ilarità o grondano sangue, ma sono prive di esemplarità e costituiscono in ogni caso un genere minore». Riannodando al vissuto (non tanto il proprio personale, quanto quello della sua generazione) il proprio percorso teorico, e così ripensandolo alla radice, sostiene Perniola che il tempo nel quale ha coltivato le proprie illusioni è stato quello di «una ripetizione differente, di una copia che è tuttavia autonoma dall’originale, e a cui in ogni caso sarà assegnato un altro destino». Una storia-simulacro, quella «italiana tra il 1968 e il 1977», «che non fu una guerra civile, ma il simulacro di una guerra civile, condizionata dai residui karmici della vera guerra civile del 1943-45». Allo stesso modo, si capisce, il metaromanzo e in generale la meta-arte delle seconde avanguardie non è – per il Perniola di oggi – che il dimidiato simulacro della vera rottura, della vera e radicale arte prodotta, nella prima e tragica metà del secolo, dalle prime avanguardie.

Con assunti del genere si può essere più o meno d’accordo; specie ove se ne consideri l’ambivalenza: in chi, per raccontare il proprio tempo, accantona i generi «maggiori», «romanzo, autobiografia, poema epico o tragedia», in favore appunto delle «storiette». «Si potrebbe anche sostenere», aggiunge infatti Perniola, che «le storiette son pur sempre qualche cosa; che tra l’essere e il nulla, dietro ai quali si nascondono tanti tronfi signori, c’è pur sempre il τί di cui parlavano gli antichi filosofi stoici e ancora si potrebbe dire che la condizione umana è fatta solo di storiette, trasformate in storia dal servilismo e dall’opportunismo dei redattori dei manuali e dei libri di testo». E forse la chiave dell’atteggiamento, si ha motivo di credere non solo suo – ma che Perniola ha il merito cinico di esplicitare –, è nel presupposto estetistico di chi una volta ha avuto modo di scrivere (e qui, ad ogni buon conto, riporta) che «l’essenza dell’azione estetica» sta «nel fatto che essa sfugge all’alternativa tra riuscita e fallimento all’interno della quale restano prigioniere tutte le altre azioni». Una morale colla quale forse gli amici situazionisti, o almeno alcuni di loro, avrebbero potuto concordare.

Il 28 gennaio esce da Mimesis Del terrorismo considerato come una delle belle arti. Storiette, che inaugura la nuova collana «Opere di Mario Perniola». Si riproduce qui, per gentile concessione di autore ed editore, l’ultima delle «storiette».

Mario Perniola

Del terrorismo considerato come una delle belle arti. Storiette

Mimesis, 2016, 211 pp., € 16

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2 Risposte a Storietta sul terrorismo nelle lettere

  1. sergio falcone scrive:

    La mia generazione? la generazione del ’68? Egoisti, opportunisti, pentiti di lusso a suon di contratti e di incarichi milionari, psicopompi. Certo, con le dovute eccezioni, e ci mancherebbe… Ma l’eccezione non fa la regola.
    Saranno le generazioni successive a giudicare, ammesso e non concesso che ne abbiano la sensibilità e il cuore. Le generazioni successive e la Storia.
    Oggi non se ne deve assolutamente parlare, perché i miei coetanei, i più furbi e polticisti, sono al potere. E se ne vedono i risultati.
    E venne il giorno in cui i Situs ebbero ragione. L’amara vittoria dei Situazionisti…

  2. vincenzo girelli scrive:

    ho sempre trovato la saggistica di Perniola eccessivamente letteraria e ermetica; concordo comunque con lui,per l’esperieza che ne ho avuta, che il metaromanzo e la meta-arte siano state un simulacro della prima avanguardia.
    peccato che perniola non abbia mai preso in considerazione altre forme, più recenti, del fare arte: di non moltissimi artisti, ma di vagli….

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