322721530_shoahFranco Berardi Bifo

Dopo la guerra che Israele scatenò contro la popolazione di Gaza nel 2008, Stefano Nahmad (la cui famiglia subì le persecuzioni naziste) scrisse queste parole: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame […] li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera».

La guerra che Israele conduce contro il popolo palestinese non è finita, non finisce mai. Continua ogni giorno, e ogni giorno uccide, distrugge, depreda. Negli ultimi mesi è esplosa una povera Intifada, chiamata l’Intifada dei coltelli. Si manifesta con azioni suicidarie compiute da uomini donne, anziani e giovani che il razzismo quotidiano del gruppo dirigente di Israele ha reso a tal punto disperati da cercare la morte per strada, nel tentativo generalmente fallimentare di accoltellare uno dei superarmati agenti dell’esercito di Israele.

Come ogni anno si avvicina il giorno della Memoria, e come ogni anno mi preparo a parlarne con gli studenti della scuola in cui insegno. Insegno in una scuola serale per lavoratori, in gran parte stranieri. È un ottimo osservatorio per capire quel che accade nel mondo. Qualche anno fa, in occasione di questa ricorrenza, leggemmo brani dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi. Avevamo parlato molto della questione ebraica, e della storia del popolo ebreo dalle epoche lontane al ventesimo secolo. Proposi che tutti scrivessero un breve testo sugli argomenti di cui avevamo parlato. Claude D, un ragazzo senegalese di circa venti anni, piuttosto pigro ma dotato di vivacissima intelligenza concluse il suo lavoro con queste parole: «Ogni anno si fanno delle cerimonie per ricordare lo sterminio degli ebrei, ma gli ebrei non sono i soli che hanno subito violenza. Perché ogni anno dobbiamo stare lì a sentire i loro pianti quando altri popoli sono stati ammazzati ugualmente e nessuno se ne preoccupa?». Questa frase mi colpì, e decisi di proporla alla discussione della classe, in cui oltre Claude c’erano cinque italiani due marocchini un peruviano una brasiliana, un somalo, due ragazze romene una ucraina e due russi. L’opinione di Claude era quella di tutti. Sia ben chiaro: nessuno mise in dubbio la verità storica dell’Olocausto, neppure Yassin, un ragazzo marocchino appassionato alla causa palestinese e sempre pronto a criticare con durezza Israele. Tutti avevano seguito con attenzione e partecipazione la lettura delle pagine di Primo Levi. Però tutti mi chiedevano: perché non si fanno cerimonie pubbliche dedicate allo sterminio dei rom, dei pellerossa, o allo sterminio in corso dei palestinesi? Claude a un certo punto uscì fuori con una frase che non potevo contestare: perché nessuno ha pensato a un giorno della memoria dedicato all’olocausto africano? Pensai ai milioni di suoi antenati deportati dagli schiavisti, pensai all’irreparabile danno che questo ha prodotto nella vita dei popoli del golfo d’Africa occidentale, e conclusi il discorso in maniera che a tutti apparve risolutiva (vorrei quasi dire salomonica): «Nel giorno della memoria si ricorda l’Olocausto ebraico perché attraverso questo sacrificio si ricordano tutti gli Olocausti sofferti dai popoli di tutta la terra».

Ammesso che la parola «identità» significhi qualcosa, e non lo credo, per me l’identità non è definita dal sangue e dalla terra, blut und boden come dicono i romantici tedeschi, ma dalle nostre letture, dalla formazione culturale e dalle nostre mutevoli scelte. Perciò io affermo di essere ebreo. Non solo perché ho sempre avuto un interesse fortissimo per le questioni storiche e filosofiche poste dall’ebraismo della diaspora, non solo perché ho letto con passione Isaac Basheevis Singer e Abraham Yehoshua, Amos Oz, Gershom Scholem e Daniel Lindenberg, ma soprattutto perché mi sono sempre identificato profondamente con ciò che definisce l’essenza culturale dell’ebraismo diasporico. Nell’epoca moderna gli ebrei sono stati perseguitati perché portatori della Ragione senza appartenenza. Essi sono l’archetipo della figura moderna dell’intellettuale. Intellettuale è colui che non compie scelte per ragioni di appartenenza, ma per ragioni universali. Gli ebrei, proprio perché la storia ha fatto di loro degli apatridi, hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della figura moderna dell’intellettuale e hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’Illuminismo e della laicità, e anche dell’internazionalismo socialista.

Come scrive Singer nelle ultime pagine del suo Meshugah, «la libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta». Per questo io sono ebreo, perché non credo che la libertà stia nell’appartenenza, ma solamente nella singolarità. So bene che nel ventesimo secolo gli ebrei sono stati condotti dalla forza della catastrofe che li ha colpiti, a identificarsi come popolo, a cercare una terra nella quale costituirsi come stato: stato ebraico. È il paradosso dell’identificazione. I nazisti costrinsero un popolo che aveva fatto della libertà individuale il valore supremo ad accettare l’identificazione, la logica di appartenenza e perfino a costruire uno stato confessionale che contraddice le premesse ideologiche che proprio il contributo dell’ebraismo diasporico ha introdotto nella cultura europea.

In Storia di amore e di tenebra scrive Amos Oz: «Mio zio era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. In Jugoslavia c’erano i serbi i croati e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di jugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico».

Il mio punto di vista sulla questione mediorientale è sempre stato lontano da quello dei nazionalisti arabi. Avrei mai potuto sposare una visione nutrita di autoritarismo e di fascismo? E oggi potrei forse sposare il punto di vista dell’integralismo religioso che pervade la rabbia dei popoli arabi e purtroppo ha infettato anche il popolo palestinese nonostante la sua tradizione di laicismo? Proprio perché non ho mai creduto nel principio identitario non ho mai provato particolare affezione per l’idea di uno stato palestinese. I palestinesi sono stati costretti all’identificazione nazionale dall’aggressione israeliana che dal 1948 in poi si è manifestata in maniera brutale come espulsione fisica degli abitanti delle città, come cacciata delle famiglie dalle loro abitazioni, come espropriazione delle loro terre, come distruzione della loro cultura e dei loro affetti. «Due popoli due stati» é una formula che sancisce una disfatta culturale ed etica, perché contraddice l’idea – profondamente ebraica – secondo cui non esistono popoli, ma individui che scelgono di associarsi. E soprattutto contraddice il principio secondo cui gli stati non possono essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia.

Pur avendo un interesse intenso per l’intreccio di questioni che la storia ebraica passata e recente pone al pensiero, non ho mai scritto su questo argomento neppure quando l’assedio di Betlemme o il massacro di Jenin o l’orribile violenza simbolica compiuta da Sharon nel settembre del 2000 o i bombardamenti criminali dell’estate 2006 provocavano in me la stessa ribellione e lo stesso orrore che provocavano gli attentati islamici di Gerusalemme o di Netanya o gli omicidi casuali di cittadini israeliani provocati dal lancio di razzi Qassam.

Non ho mai scritto nulla (mi dispiace doverlo dire), perché avevo paura. Come ho paura adesso, non lo nascondo. Paura di essere accusato di una colpa che considero ripugnante – l’antisemitismo. So di poter essere accusato di antisemitismo a causa della convinzione, maturata attraverso la lettura dei testi di Avi Shlaim, e di cento altri studiosi in gran parte ebrei, che il sionismo, discutibile nelle sue scelte originarie, si è evoluto come una mostruosità politica. Pur avendo paura non posso però più tacere dopo aver discusso con lo studente Claude.

Per quanto io sappia che il sionismo va compreso nel contesto della persecuzione di cui gli ebrei sono stati vittime per secoli, non posso ignorare che l’ideologia sionista si è evoluta come nazionalismo colonialista, è causa di infinite ingiustizie e sofferenze per il popolo palestinese, e rischia, nel lungo periodo, di rivelarsi un pericolo mortale per lo stesso popolo ebraico.

La violenza sistematica che lo stato di Israele ha scatenato negli ultimi sessant’anni alimenta la bestia antisemita che sta diventando maggioritaria nel subconscio collettivo. Poiché non si può affermare che il nazionalismo sionista è una politica sbagliata che produce effetti criminali senza essere accusati di antisemitismo, molti non lo dicono, ma non possono impedirsi di pensarlo. Dato che non è possibile affermare a viso aperto che uno stato che si definisce ebraico e discrimina i cittadini sulla base dell’appartenenza religiosa è uno stato integralista, allora molti lo tacciono ma non possono impedirsi di pensarlo.

Aprendo la discussione sulle parole dello studente Claude, ho scoperto che gli altri studenti, italiani e marocchini, romeni e peruviani, che pure nel loro svolgimento avevano trattato la questione secondo gli stilemi politicamente corretti, costretti ad approfondire il ragionamento e a far emergere il loro vero sentimento, finivano per identificare il governo colonialista di Israele con il popolo ebraico e quindi a ripercorrere la strada che conduce verso l’antisemitismo. Considerando criminale e arrogante il comportamento dello stato di Israele, identificandosi spontaneamente con il popolo palestinese vittimizzato, finivano inconsapevolmente per riattivare l’antico riflesso anti-ebraico. Proprio la rimozione e il conformismo che si coltivano nel giorno della memoria stanno producendo nel subconscio collettivo un profondo antisemitismo che non si confessa e non si esprime. Perciò credo che occorra liberarsi della rimozione e denunciare il pericolo che il sionismo aggressivo rappresenta soprattutto per il popolo ebraico.

Si avvicina il 27 gennaio, che sarà anche quest’anno il giorno della memoria. Come potrò parlarne agli studenti della mia scuola? Non c’è più Claude, ma ci sono altri ragazzi africani e arabi e slavi ai quali non potrò parlare dell’immane violenza che colpì il popolo ebraico negli anni Quaranta senza riferirmi all’immane violenza che colpisce oggi il popolo palestinese. Se tacessi questo riferimento apparirei loro un ipocrita, perché sanno quel che sta accadendo. E come potrò tacere le analogie tra l’assedio di Gaza e l’assedio del Ghetto di Varsavia? È vero che gli ebrei uccisi nel ghetto di Varsavia nel 1943 furono 58.000 mentre i morti palestinesi sono per il momento solo poche migliaia. Ma come dice Woody Allen i record sono fatti per essere battuti. La logica che ha preparato la ghettizzazione di Gaza (che un cardinale cattolico ha definito «campo di concentramento») non è forse simile a quella che guidò la ghettizzazione degli ebrei di Varsavia? Non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto che divenne in poco tempo un formicaio? Non venne forse costruito intorno a loro un muro di cinta della lunghezza di 17 chilometri di tre metri di altezza esattamente come quello che Israele ha costruito per rinchiudere i palestinesi? Non venne agli ebrei polacchi impedito di uscire dai valichi che erano controllati da posti di blocco militari?

Per motivare la loro aggressione che uccide quotidianamente centinaia di bambini e di donne, i dirigenti politici israeliani denunciano i missili Qassam che in un decennio hanno causato dieci morti (tanti quanti l’aviazione israeliana uccide in mezz’ora). È vero: è terribile, è inaccettabile che il terrorismo di Hamas colpisca la popolazione civile di Israele. Ma questo giustifica forse lo sterminio di un popolo? Giustifica il terrore indiscriminato, la distruzione di una città? Anche gli ebrei di Varsavia usarono pistole, bombe a mano, bottiglie molotov e perfino un mitra per opporsi agli invasori. Armi del tutto inadeguate, come lo sono i razzi Qassam o i coltelli da cucina. Eppure nessuno può condannare la difesa disperata degli ebrei di Varsavia.

Cosa posso dire, dunque, nel giorno della memoria? Dirò che occorre ricordare tutte le vittime del razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. O questo può valermi l’accusa di antisemitismo?

Se qualcuno vuole accusarmi a questo punto non mi fa più paura. Sono stanco di impedirmi di parlare e quasi perfino di pensare ciò che appare ogni giorno più evidente: che il sionismo aggressivo, oltre ad aver portato la guerra e la morte e la devastazione al popolo palestinese, ha stravolto la stessa memoria ebraica fino al punto che nelle caserme israeliane sono state trovate delle svastiche, e fino al punto che cittadini israeliani bellicisti hanno recentemente insultato cittadini israeliani pacifisti con le parole «con voi Hitler avrebbe dovuto finire il suo lavoro».

Proprio dal punto di vista del popolo ebraico il sionismo aggressivo del gruppo dirigente di Israele è un pericolo mortale. La violenza degli insediamenti, la violenza dell’operazione Piombo Fuso del 2008 e dei bombardamenti su Beirut del 2006 è segno di demenza suicida. Israele ha vinto tutte le guerre dei passati sessant’anni e può vincere anche la prossima guerra contro una popolazione disarmata. Ma la lezione che ne ricavano centinaia di milioni di giovani islamici che assistono ogni sera allo sterminio dei palestinesi fa nascere in loro un odio che oggi si manifesta nelle forme del terrorismo islamista. Israele può sconfiggere militarmente Hamas. Può vincere un’altra guerra come ha vinto quelle del 1948 del 1967 e del 1973. Può vincere due guerre tre guerre dieci guerre. Ma ogni sua vittoria estende il fronte dei disperati, il fronte dei terrorizzati che divengono terroristi perché non hanno alcuna alternativa. Ogni sua vittoria approfondisce il solco che separa il popolo ebraico da un miliardo e mezzo di islamici. E siccome nessuna potenza militare può mantenere in eterno la supremazia della forza, i dirigenti sionisti aggressivi dovrebbero sapere che un giorno o l’altro l’odio accumulato può dotarsi di una forza militare superiore, e può scatenarla senza pietà, come senza pietà da anni si manifesta l’odio israeliano contro la popolazione indifesa di Gaza.

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22 Risposte a Che dirò ai miei studenti nel giorno della memoria?

  1. sergio falcone scrive:

    Ieri i nazisti vessavano gli ebrei, oggi gli ebrei fanno altrettanto coi palestinesi. E’ la logica del Potere.
    Questo mi limito a dire, nel giorno della Memoria.

  2. Gaetano scrive:

    Mi trova profondamente in disaccordo quando parla di libertà nella singolarità (che se è libertà, è però libertà senza effetti duraturi pianificabili, e quindi libertà vuota dal punto di vista politico, e che al massimo può sperare in – ma ripeto non programmare – una deflagrazione evenementale). Altrettanto in disaccordo sul liquidare così alla buona la questione identitaria, quasi fosse un mistero inspiegabile il richiamo del sangue e della terra, qualcosa di estraneo alle anime belle, e non qualcosa con cui invece fare TUTTI i conti profondamente. Ancora in disaccordo sul legare spensieratamente la modernità alla razionalità apolide e universalizzante, senza considerare che anche la nazione e il nazionalismo sono concetti profondamente moderni (e in quanto tali – e qui sì che Bifo ha ragione – anch’essi legati all’azione della diaspora ebraica)… per non dire poi del sorvolare sullo statuto post-moderno (termine qui da intendersi in senso puramente denotativo, si potrebbe anche dire tardo moderno o iper-moderno, pur di dare il senso di una – perlomeno parziale – cesura rispetto alle logiche della modernità “storica”) delle società occidentali contemporanee, rispetto alle quali molte delle riflessioni di un professore classicamente umanista, progressista e razionalista – come Bifo stesso si presenta – perdono di mordente. Quando però poi parla più specificamente dello stato israeliano, delle sue politiche insieme spietate e suicide, del rischio di una conflazione tra l’antisionismo e l’antisemitismo, mi trova d’accordo assai.

    • franco scrive:

      Gaetano, ho cercato di capire qualcosa di quello che lei ha scritto.
      Mi dispiace, non ho capito quasi niente.
      Vorrei chiedere a lei, come a tantissimi altri che usano linguaggi così inutilmente complicati: non riuscite proprio a esprimervi in modo più semplice?

      • Gaetano scrive:

        Mi perdoni se le rispondo a mia volta con una domanda: ma lei pensa che tutti i linguaggi complicati siano “inutilmente” complicati? O ammette che qualche volta sfruttare i termini tecnici e le modalità retoriche specifiche della filosofia (continentalmente intesa) possa aiutare a centrare il punto nel modo più preciso e sintetico possibile? No perché a me pare che spesso la gente sia sospettosa dei linguaggi “complicati” (leggi: di stampo non giornalistico) per una sorta di pregiudizio, senza rendersi conto che magari è semplicemente non abituata a quel “genere letterario”, e che tutto ciò di cui ha bisogno per apprezzarlo è un po’ di sforzo, di fiducia, di leggerezza, di sfrontatezza e di voglia di giocare. Sarebbe davvero un peccato perdersi Benjamin (a proposito di grandi ebrei della modernità!) O Derrida (ebreo pure lui!) perché convinti che l’apparente oscurità (a giudicare col metro del linguaggio “normale” della quotidianità, o con quello denotativo e trasparente della scienza) in cui sono avvolti i loro scritti sia inestricabile. Si sarebbero potuti esprimere più chiaramente loro? Beh no, lo stile della loro prosa è parte integrante del loro pensiero, in Derrida addirittura tematizzato esplicitamente in quanto tale. Io di mio (si parva licet…) posso solo dire che in tutta sincerità non credevo di essermi espresso in maniera particolarmente criptica o oracolare, al netto forse della categoria dell’evenemenziale – che comunque credo basti googlare per farsi un’idea (esattamente come si farebbe per un riferimento storico non immediato, chessò del tipo “la guerra del ’56 in Sinai”, che se citata subito comporterebbe accuse di oscurantismo, benché sia oggi largamente dimenticata). Poi certo, se parlassi con dei ragazzi delle superiori (sono anche un precario della scuola btw) non mi esprimerei mai così, mi sembrerebbe di venire meno a una sorta di “contratto sociale” e di fare del terrorismo intellettuale… Ma qui siamo su alfabeta, credevo che giochi linguistici un po’ più raffinati fossero concessi (così come il rischio di qualche sbavatura: non stiamo scrivendo articoli da pubblicare in rivista). E niente, la saluto!

  3. Marco scrive:

    Molte parti, specialmente la prima metà, sono condivisibili. C’è, però, una certa confusione tra sionismo (il sionismo storico, nato quando Israele non esisteva), l’antisionismo, l’antisemitismo e l’attuale politica israeliana contro i palestinesi. Tanto che Bifo ricorda la parte pacifista di Israele, stanca della guerra e di opprimere un popolo. Anche sulla guerra del 1948 ci sarebbe da dire (non fu Israele a dichiararla), ma transeat. Il giorno della memoria ricorda un preciso avvenimento, quando Israele non c’era. Cercare ad ogni costo un riscontro nel presente, con un paese nato inizialmente come rifugio (in)sicuro, quindi mutato dopo decenni di migrazioni, penso sia un errore. Tanto che Israele ricorda la Shoah in aprile. Il 27 è il giorno degli Europei. Dei carnefici di allora.

  4. Mi scusi sig. Sergio, il governo israeliano opprime, non gli ebrei. Buona giornata della memoria. Un saluto

    • Marco Romoli scrive:

      Il governo israeliano non è un entità astratta.
      Il governo israeliano coordina uno stato che è formato da uomini e donne in maggioranza ebrei.

      Gli ebrei di ieri non sono più gli ebrei di oggi, purtoppo.

      • nahum scrive:

        Cioe’ quelli di oggi sono vivi.
        Quelli che vivevano in Romania e il Marocco, accanto ai genitori e ai nonni degli allievi di Bifo, sono morti. Di solito in circostanze violente.

        • Andrea scrive:

          Errato. Mi citi per favore azioni mirate all’uccisione di ebrei in Romania o Marocco. Le posso confermare che in Marocco c’è una nutrita minoranza ebraica che convive pacificamente (rispettata e tutelata dalle istituzioni) con la maggioranza islamica

  5. nahum scrive:

    Eppure un marxista dovrebbe riconoscere la differenza tra la Shoah e gli altri stermini. Orrenda finche’ si vuole, la schiavitu’ degli africani era iscritta nella logica del capitalismo. Atroce finche’ si vuole, lo sterminio dei nativi americani e’ parte dell’imperialismo.
    Mettere sui treni bestiame delle persone, portarli a morire altrove, con gran spreco di risorse, e dare precedenza a quei convogli, mentre la Germania e’ sotto i bombardamenti, e ritardare i trasporti di merci verso le fabbriche o verso il fronte, e’ follia pura, non comprensibile attraverso alcuna analisi marxista o economica.
    Certo, se il messaggio della Shoah deve essere il vagamente cattolico “tutti gli uomini sono cattivi, e gli ebrei piu’ degli altri, non appena gli si da’ un po’ di potere”, allora una Giornata della Memoria proprio non serve.
    E anche Bifo entra nella serie di autori che, per noia, non intendo piu’ leggere.

    • Giorgio scrive:

      nahum non trova singolare che un popolo che ha sofferto lo sterminio, ripaghi i Palestinesi di una medaglia …che in un età moderna o postmoderna ..forse i carri bestiame l’Onu non li consentirebbe ma sicuramente gli Israeliani nazionalisti ortodossi(al pari degli Islamici)non didegnerebbero . Per molti Israeliani i Palestinesi sono poco più dei cani..certo queste mie affermazioni non sono politicallly correct… ma le cose stanno così Gli ebrei furono terroristi protetti dall’occidente per appropriarsi di una terra che proprio le tribù arabe insieme algli inglesi avevano tolto ai Turchi…che dire

    • vasco scrive:

      “orrenda finchè si vuole MA…..”
      SE QUESTO E’ UN UOMO

  6. giovanni mottura scrive:

    Desidero dire che condivido appieno lo scritto di Bifo, e spero che molti – come me – lo utilizzino e lo facciano leggere e discutere non soltanto tra intellettuali amici o militanti politici. Mi vengono i brividi leggendo il lapidario intervento di Sergio Falcone che legittima l’identificazione di ebrei e governo israeliano: allora perché non ha scritto “come i tedeschi vessavano gli ebrei”? E perché scrive “potere” con la P maiuscola? E’ più eroico?

  7. giorgio renato bianchi scrive:

    Come scrive Roberto Paci Dalò, dovrebbe essere superfluo ricordare che Israele è uno stato democratico dove un governo e la maggioranza parlamentare che lo esprime eletta non dagli ebrei in quanto tali, ma da dai cittadini israeliani aventi diritto, da sempre svolge una politica di oppressione nei confronti dei palestinesi. Perciò chi opprime i palestinesi è la maggioranza dei cittadini dello stato di Israele. Pertanto vi sono molti israeliani, seppure minoranza, che non condividono affatto le scelte del governo in materia. Per quanto riguarda poi gli ebrei, compresi quelli sparsi nel mondo e cittadini di altri stati, molti di loro sono decisamente contrari alla politica del governo israeliano, tanto che ci sono organizzazioni come ECO (Ebrei contro l’occupazione) che si battono in favore dei palestinesi. Purtroppo è invalsa l’abitudine di considerare come un’unica realtà tutti gli ebrei e i cittadini israeliani che sostengono l’attuale governo.

  8. Pino da Mestre scrive:

    Come partire dalla giornata della Memoria e parlare per nove decimi di quanto è pessimo Israele. Fole storiografiche (è già stato fatto notare che nel 1948 gli israeliani furono gli aggrediti e non gli aggressori: loro colpa imperturbabile fu di vincere quella guerra, altrimenti sarebbero stati ricacciati tutti in mare) si mescolano a giochi coi numeri (il dato wikipediano per cui i razzi Qassam avrebbero fatto solo dieci vittime in “un decennio”, ma in Wikipedia si dice che gli anni furono otto, e notoriamente non sono stati solo dieci i morti israeliani in quel periodo, visto che si ammazzata anche in altro modo). La logica consequenziale va a farsi friggere. I milioni di ebrei morti ammazzati in Europa spariscono. Le leggi antiebraiche che sono scolpite nella nostra storia spariscono. La differenza fra ebrei e Israele diviene impalpabile. L’importante è parlare d’altro. Continuiamo così, facciamoci del male…

  9. Adriano scrive:

    Sergio Falcone e Nahum fanno a gara per il commento più superficiale e stolto. Falcone era partito bene, ma Nahum lo ha sorpassato, vedremo se c’è la rimonta. L’importante è guardarsi bene dal leggere il testo di Bifo. Rallenterebbe la corsa.

  10. ancilla scrive:

    per me il giorno della memoria ha un significato molto più ampio della questione ebraica,forse viene collegato più spesso agli ebrei per una questione numerica di vittime indubbiamente più alta. Ma tra le vittime di questa follia c’erano anche: disabili, omosessuali, obiettori di coscienza, artisti, politici. Molte persone che fisicamente o intellettuamene non rispecchiavano il modello imposto dal governo in quel periodo. La follia sta nel fatto che qualsiasi persona “diversa” venisse considerata peggio di un animale; marchiata,messa su treni-bestiame per una meta che gli avrebbe tolto: dignità, volontà, salute, affetti e per avere infine una morte di stenti e soffernze. Trattamenti che nella società moderna non vengono accettati neanche per i peggiori criminali. Quando ricordiamo questo giorno é anche giusto ricordare che queste cose succedono ancora in alcune parti del mondo,e non sempre diamo a queste notizie lo spazio che meritano. Forse ci toccano di meno perchè succedono “dall’altra” parte del mondo. Ma queste persone rispetto a noi, hanno solo avuto la sfortuna di nascere in quei luoghi tormentati. Questo è per me il giorno della memoria, ricordare le follie del passato e ricordare le follie del presente.

  11. Giuseppe Fazzio scrive:

    Il dramma della Shoah va inquadrato in quel contesto storico. Gli israeliani non rappresentano tutti gli ebrei, anche se a loro fa comodo. Purtroppo gli stati si sa il più pulito ha la rogna.

  12. Marcello scrive:

    Quello di Bifo è uno scritto raro e necessario. Può essere considerato la base del Manifesto utile a riunire il movimento contro la guerra che si è dissolto non tanto per cause di conflitto, quanto per aver subito troppi richiami di sirene, espresse dalla propaganda mainstream. Malcom X ammoniva dal potere dei Media e sulla loro capacità di mistificare e confondere l’oppresso dall’oppressore. Una visione troppo “laica” e per niente comunista ha confuso Israele con un baluardo di democrazia, ha ambiguamente manifestato contro le guerre in Medio Oriente non riconoscendo la natura imperiale dell’asse NATO-Israeliana, non ha compreso l’azione strumentale dell’Occidente atto a fomentare l’integralismo religioso, al fine di ricacciare il mondo arabo indietro di secoli. Condannare la pulizia etnica di Israele deve diventare pregiudiziale comune di ogni comunista, chi non la riconosce si pone sullo stesso livello dei negazionisti della Shoah.

  13. Andrea scrive:

    La democrazia e lo stesso sistema elettivo democratico ha delle falle. Penso sia appurato e condiviso. Citando Singer, citato a sua volta dall’ottimo Bifo:”la libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta”.
    Per questo un cittadino di religione ebraica, magari residente a New York ma con passaporto israeliano, può decidere di rifiutare la cittadinanza israeliana. E’ solo allora che farei un distinguo tra ebrei buoni ed israeliani cattivi. Dire che Israele è uno stato democratico in un contesto tale è un informazione completamente inutile. Perpetuare un apartheid è giusto considerato che lo fa uno stato eletto democraticamente? procedere alla colonizzazione progressiva estorcendo, rubando terre ed uccidendo va bene? Che gli ebrei di tutto il mondo rifiutino con decisione ed attraverso l’attivismo. Solo così il discorso di Bifo può essere condiviso

  14. Andrea scrive:

    Citerei, a questo proposito, l’ottimo “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand, professore di storia contemporanea presso l’Università di Tel Aviv. Sand “nega che gli ebrei siano un popolo con un’origine comune e sostiene che fu una specifica cultura e non la discendenza da una comunità arcaica unita da legami di sangue lo strumento principale del fermento protonazionale”. A suo avviso, lo “Stato ebraico di Israele” lungi dall’essere la concretizzazione del sogno nazionale di una comunità etnica con più di 4000 anni, fu invece reso possibile da una falsificazione della storia stimolata, nel XIX secolo, da intellettuali come Theodor Herzl.

    Tale tesi ovviamente conferma l’idea espressa da Bifo secondo cui alla base della cultura ebraica non ci sia l’appartenenza per sangue, DNA o ancor peggio Stato-nazione. C’è comunque da confrontarsi con un “mostro” creato da una storia manipolato che al giorno d’oggi si chiama Israele

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