julio-cortazarGabriele Pedullà

Con Così violentemente dolce. Lettere politiche si conclude la meritoria impresa di offrire al pubblico italiano un’ampia selezione dell’epistolario di Julio Cortázar. Degli oltre 1800 testi che compongono la raccolta più completa, del 2012, Giulia Zavagna ne ha selezionati poco meno di 350, ripartendoli in tre volumi tematici e corredandoli di un apparato di note non invasivo ma provvisto di tutte le informazioni necessarie per l’immediata comprensione. In attesa che qualche editore, magari la stessa Sur, traduca le memorabili conversazioni di Cortázar con Omar Prego, si tratta del più ricco documento biografico disponibile nel nostro paese.

La prima cosa che colpisce l’affezionato che ha seguito con complicità il progetto sin dall’inizio è il diverso ritmo di questo volume: con più lettere, tendenzialmente più brevi, e un andamento più nervoso. Dove si procedeva per accumulo, ora si va avanti a strappi. In altre parole, se le lettere private, letterarie e di argomento editoriale attorno alle quali erano organizzati i primi due volumi mettevano in scena un’evoluzione tutto sommato abbastanza lineare e senza cesure irreversibili (dal momento che nemmeno il trasferimento a Parigi lo fu, da parte di un intellettuale sin dall’inizio così profondamente «europeo» quale Cortázar), in Così violentemente dolce non mancano le grandi date periodizzanti, dopo le quali niente sarà più come lo stesso: la rivoluzione cubana, il primo soggiorno di Cortázar nell’isola, la morte di Che Guevara, la rottura del fronte pro-Castro davanti alla repressione degli intellettuali dissidenti (il momento forse più doloroso, per gli effetti irreparabili su alcune amicizie e sodalità letterarie di antica data), la dittatura cilena e quella argentina, la vittoria di Mitterrand in Francia, il sostegno alla rivoluzione sandinista… Se le foto di Cortázar settantenne, così giovanile e con i capelli e la barba nero carbone, traggono in inganno, facendoci illudere per un attimo che per lui il tempo si fosse fermato, queste lettere ci raccontano invece una storia molto differente, e anche più dolorosa.

In Così violentemente dolce ci sono alcune pagine molto belle, anzitutto quelle in cui traspare l’entusiasmo per Cuba all’indomani della rivoluzione, e che fanno pensare ad alcuni scritti simili di Italo Calvino a proposito del «Joli Mai» francese. E ci sono lettere che ci aiutano a mettere a fuoco i dilemmi di un’epoca, per esempio sull’opportunità o meno di accettare gli inviti negli Stati Uniti (in aperto dissenso con Mario Vargas Llosa e Octavio Paz, anche se, a onore del vero, va detto che qualche anno più tardi lo stesso Cortázar accetterà un invito di Berkeley), o che offrono uno spaccato prezioso delle pratiche politiche del tempo, come gli sforzi per raccogliere il sostegno dei maggiori intellettuali europei ai vari manifesti contro le dittature sudamericane, in un’epoca in cui i contatti si tenevano ancora per lettera (e qui rimane curiosamente poco rappresentata dall’epistolario la grande attività di Cortázar per il Tribunale Russell II costituitosi per giudicare la repressione in America Latina). Colpisce soprattutto la battaglia che Cortázar ha dovuto condurre costantemente su due fronti: da un lato per difendere Cuba con gli amici quali Vargas Llosa che dal 1968 cominciarono a prendere le distanze dalla rivoluzione, nel (vano) tentativo di tenere assieme il fronte intellettuale castrista; dall’altro per giustificare la propria inclinazione verso una letteratura fantastica che più di uno dei suoi interlocutori reputava inadatta a promuovere le lotte di un continente impegnato a liberarsi del giogo statunitense. E qua e là non mancarono nemmeno le risposte all’accusa di essersi scelto una troppo comoda residenza parigina e di farla passare per un esilio politico (in effetti, come Cortázar ricordò sempre, la sua decisione di trasferirsi a Parigi era maturata ben prima che il marxismo entrasse nella sua vita).

A partire dalla traduzione italiana delle prime raccolte di racconti, riuniti sotto il titolo complessivo di Bestiario (1965), sino all’edizione complessiva per Alianza Editorial (1976-85), in sede di sistemazione dei suoi scritti Cortázar ha sempre optato per una loro organizzazione tematica, ridisponendo le diverse tessere in un ordine alternativo un poco come sono invitati a fare i lettori del suo romanzo «strutturalista» Rayuela. La scelta di Sur, di suddividere le lettere in tre volumi organizzati per argomento, sembrerebbe dunque trovare un autorevole precedente nell’opera dello stesso scrittore argentino. Eppure, se si avvertiva già qualcosa di arbitrario nei criteri con cui erano stati assemblati i primi due tomi, è soprattutto con questo Così violentemente dolce che, a lettura ultimata, la decisione della curatrice (e si suppone dell’editore) si rivela particolarmente problematica. Detto in termini deliberatamente semplificatori: è davvero possibile separare il Cortázar scrittore dal Cortázar militante? Nel suo caso non si tratta dell’obiezione oziosa che è possibile muovere a qualsiasi raccolta antologica condotta su base tematica (la perdita dell’unità dell’individuo). Il rapporto tra i due poli è infatti particolarmente problematico nel caso di Cortázar, che a più riprese si trovò al centro di violente contestazioni per il modo in cui, nel suo caso, le due «facce delle medaglia» non combaciavano in maniera prevedibile (per riprendere un’immagine a lui cara).

Si è già accennato alle fraterne polemiche con gli amici e i compagni cubani, in risposta ai quali Cortázar scrisse addirittura un racconto fantastico di esplicito argomento rivoluzionario, Uno qualunque, in modo da dimostrare una volta per tutte come non esistesse nessuna relazione obbligata tra la militanza socialista e un’attardata letteratura naturalistica. A partire dagli anni Sessanta, il problema principale di Cortázar fu anzi proprio quello di provare la propria coerenza contro quanti, da destra e da sinistra, gli chiedevano di conformarsi a un’immagine precostituita dello scrittore impegnato o di smettere di prendere la parola contro latifondisti e dittatori.

Per mettere a tacere gli avversari, Cortázar avrebbe potuto rivendicare semplicemente il proprio diritto di non sottomettere (e sacrificare) il narratore al politico. Invece la sua linea di autodifesa fu impostata alla rivendicazione della piena legittimità del blend Fantastico & Rivoluzione, che nel suo caso significava anche ricollegarsi esplicitamente alla indimenticata lezione del Surrealismo. Per quanto involontaria, l’organizzazione tematica dell’epistolario proposta da Sur appare dunque discutibile proprio perché rischia di separare quello che Cortázar si sforzò invece di tenere indissolubilmente legato: il militante nello scrittore, e lo scrittore nel militante.

O può darsi, semplicemente, che l’edizione delle lettere fotografi la condizione del nostro tempo, dove Cortázar mantiene la sua posizione di classico e non smette di ispirare alcuni dei migliori talenti dell’ultima generazione (anche in Italia, a cominciare dal molto rimpianto Paolo Zanotti), mentre la vena politica del suo fantastico fatica molto di più a trovare dei veri eredi (e qui l’eccezione potrebbe essere il Giovanni Greco dell’Ultima madre). È solo un caso allora che, dei tre volumi delle lettere, questo sia l’unico a vedere la luce senza una prefazione? Viene, purtroppo, da pensare di no. Ma, da fedele lettore di Jules Verne, Cortázar amava molto l’immagine dei biglietti affidati a una bottiglia: e non è escluso che, prima o poi, anche questo suo messaggio giunga a destinazione.

Julio Cortázar

Così violentemente dolce. Lettere politiche

a cura di Giulia Zavagna

Sur, 2015, 310 pp., € 16

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