Renato-SerraFilippo Polenchi

Non solo il ritorno dell’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, seppur corredato di edizione critica e riproduzione fotografica del manoscritto dell’Esame, e in occasione del Centenario della Grande Guerra. Questa edizione, curata da Marino Biondi e Roberto Greggi, è lo scatto al magnesio di un corpo mutante che finalmente si rivela per quello che è: una trasformazione in essere. Un Esame, insomma, che attira nella propria orbita altri due pianeti-documenti: le Carte Rolland (appunti e abbozzi per uno studio sullo scrittore Romain Rolland) e il Diario di trincea.

Il merito di questa operazione editoriale risiede, anzitutto, nella necessità di considerare non più tre momenti isolati, successivi e addizionabili, ma un unico divenire che inizia nel 1914 e si chiude con una dissolvenza al nero il 20 luglio 1915, quando Renato Serra viene ucciso al fronte, nel primo assalto al quale prende parte.

Se c’è divenire è perché la mutazione è in atto. La mutazione è della parola. La letteratura non cambia, neanche con la guerra. È cambiamento la parola chiave. Dall’Esame di coscienza: «Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo»; «Una letteratura nuova, eroica, grande»; «come è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra».

Ovunque, nel testo – ripetiamolo: nell’arcipelago Serra, il rinnovato sistema transitante di Esame di coscienza, Rolland e Diario – la dinamica in atto è tra immobilità e cambiamento. La terra è immobile, fieramente indifferente. Impegnata in cicli stagionali, ere geologiche. La terra tornerà identica a se stessa anche dopo questa vendemmia di sangue che ne ubriaca il suolo.

La letteratura è inerte, come la realtà – è squallida, triste, «sciupata». Il lento logorio del guasto, del danneggiamento, come un decadimento radioattivo colpisce tutto, perfino la guerra quando passa dallo stadio di «vita immaginata» a «vita reale».

L’Esame di coscienza è un testo allarmante, bipolare, proto-esistenzialista, che prima si arrovella nei dubbi e poi risponde alla chiamata del destino appellandosi a una «passione». Ma questa è, appunto, «vita immaginata». Nel Diario di trincea, dove la vita è «reale», la guerra «si sente diversa […] Si fa. Ma è oramai come la vita. È tutto, non è più una passione […] E, come la vita, è piuttosto triste, rassegnata».

Dalla potenza al depotenziamento. Solo nella possibilità, in quello stato fluido e tracimante nel quale i corpi si ricombinano continuamente e l’Esame diviene il riflesso del Rolland e l’autobiografia è il Rolland stesso e il Diario è solo un approssimarsi della coscienza («ma non ne ho coscienza reale nessuna, in questo momento. Prima, sì laggiù»), solo in quel momento di transizione c’è sapore, gusto dell’esistenza, altrimenti è impossibilità al logos. Anche il destino è petroso, ritorna come artificio, anch’esso è obbligato allo scacco. Il destino è artificiosa costruzione etica e morale, rigidità auto-imposta. Solo un colpo in testa, nella regione del pensiero e dell’immaginazione, interrompe un flusso.

Le furibonde fasi di scrittura e riscrittura – ben testimoniate dall’ampissimo apparato critico del libro – i ritorni, gli abbandoni, le riprese del Rolland (testo impuro, interferito di continuo con la materia autobiografica), i dubbi, i ripensamenti, gli esami e le scelte, l’accettazione della guerra come una festa, fanno tutti parte di quel divenire che è soprattutto storico. L’Italia di questo grappolo di anni è, scrivono i curatori, «l’unico paese a cui era concesso un lungo periodo di riflessione prima della decisione politica della guerra» . Tutto il mondo, che uscirà rimodellato dalla Prima Guerra Mondiale, vive la confusione, la mutazione indistinta, il caos cellulare. Tutto il mondo partecipa alla grande costituzione del punto di vista, a un nuovo modo di guardare che sarà parziale e diffuso per tutto il secolo appena inaugurato.

Di nuovo i curatori: «Quindi, a tutti gli effetti l’Esame […] fu un lascito testamentario non solo di chi l’aveva scritto ma di una intera generazione». Forse, però, dovremo considerare che quella che appare come una fine è semmai un rilancio in avanti, una nuova scossa dinamica. La scelta, apodittica e disperata, di dare un significato al proprio destino partecipando alla guerra (seppur non come volontario), non chiude, ma apre. L’apparente testamento è solo una stazione intermedia nella migrazione del pensiero dall’Ottocento al modernismo.

La mancanza è una marca testuale che indica non tanto l’assenza, quanto la prossimità, l’errore. Quanto manca per centrare il punto? A quanto si manca nella pragmatica di essere uomini? Quanto manca alla prima linea, alla visione inaugurale del primo conflitto, al battesimo del fuoco? «I primi spari», si legge nel Diario. E i secondi spari? Come sappiamo non saranno mostrati.

L’Esame-Rolland-Diario non vivrebbero ancora oggi se non fosse perché vivono eternamente nell’attraversamento, nella continua ridefinizione di punti di vista e di voci. Questa lezione di tenebra è quella di un mondo che visse nel passaggio, nel momento in cui poteva vedere l’innesco del mutamento, l’attimo in cui tutto cambia. È una lezione adatta a tutti i tempi combustibili.

«Le migrazioni non finiranno mai. La morte non esiste», chiosa Miloš Crnjanski nel suo romanzo Migrazioni. Anche in quel caso assistiamo a una portentosa macchina tolstojana (non è un caso che Rolland avesse scritto una Vita di Tolstoij) sottoposta a distorsione ottica. Anche in quel caso la voce e lo sguardo di chi racconta adoperano un cannocchiale dalle lenti sfalsate, allucinatorie.

Renato Serra

Esame di coscienza di un letterato. Carte Rolland. Diario di trincea

edizione critica a cura di Marino Biondi e Roberto Greggi

Edizioni di Storia e Letteratura, 2015, 208 pp., € 42

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Una Risposta a Renato Serra, vivere nel passaggio

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