videoDalila D’Amico

Quali sono oggi le figure e i tratti distintivi del linguaggio videografico? Dove si è riversata la carica dirompente e rivoluzionaria del video che negli anni Settanta ha scompaginato le convenzioni del linguaggio audiovisuale? Quali accezioni assumono oggi i termini videoarte, video, cinema, installazione con lo straripamento delle tecnologie digitali dagli alvei sicuri che i significanti di questi termini additavano? Quanto di obsolescente e quanto di nuovo si può rintracciare nella pratica audiovisuale contemporanea? E quanto nelle teorie che tentano di disegnarne i contorni e spiegarne i contenuti?

Attraverso tredici saggi, il volume Medium senza Medium, a cura di Valentina Valentini e Cosetta Saba, tenta di rispondere a questi interrogativi, mediante prospettive diverse e zoom su produzioni e dinamiche emblematiche nella ridefinizione della storia delle immagini. Come spiegano le due curatrici, «nell’ambito della riflessione teorica sulle pratiche artistiche contemporanee, dagli anni Novanta a oggi, si è andata definendo una distinzione tra i territori dell’“arte”, del “cinema” e dell’“installazione”, che incrocia e insieme cancella lo spazio territoriale del “video”, rendendolo quasi invisibile […]. Dagli anni Ottanta infatti, in forza dell’interfusione tra elettronica e informatica, “il video” si è rivelato essere un potente dispositivo di traduzione dei linguaggi; in tale passaggio il video sembra dileguarsi o, più precisamente, trovare un punto di dispersione tanto nella pratica artistica quanto nella riflessione teorica».

Il volume vuole allora prestare attenzione tanto al versante teorico che a quello artistico. Il risultato è un movimento di camera rizomatico e tridimensionale che si avvicina alle tecniche e alle poetiche degli artisti per meglio comprenderle, allargandosi poi sul panorama critico internazionale in cerca di uno sguardo d’insieme che ne evidenzi direzioni e contraddizioni.

Medium senza medium non si propone infatti di offrire una visione pacificata, esaustiva e omogenea del fenomeno video a partire dagli anni Novanta, ma insiste proprio sui confitti che l’osmosi linguistica e tecnologica genera sul piano produttivo e ricettivo. Ad alimentare il dibattito è senz’altro la presenza della scuola francese di studiosi di audiovisivo. Accanto ad alcuni tra i più attenti studiosi italiani in materia (Valentina Valentini, Cosetta Saba, Milo Adami, Alessandro Amaducci, Raul Grisolia e Sandra Lischi) sono infatti presenti le riflessioni di Jean Paul Fargier, Philippe Dubois e Raymond Bellour. Se i critici italiani vedono proprio nella dispersione e nella frammentarietà del video la sua specificità, quelli francesi tendono a una ricerca sull’ontologia delle immagini e dei dispositivi di visione. In ogni caso l’incontro tra le due aree di ricerca, francese e italiana, mette a fuoco la problematicità di circoscrivere la dispersione della pratica videografica e l’impossibilità di fissarla una volta per tutte.

I processi di informatizzazione dei media a partire dagli anni Novanta, infatti, hanno prodotto rotture piuttosto radicali all’interno del panorama produttivo audiovisivo: tanto da rendere difficoltosi, se non sterili, i distinguo tra il fattore tecnologico, distributivo ed estetico di ogni opera (Amaducci). Un trauma, lo definisce Milo Adami, sorto «lì dove gli apparati e i confini disciplinari sono stati scavalcati e l’ibridazione ha prodotto nuove forme ancora da vagliare e comprendere». La «malleabilità» del dato digitale cambia i modi di fruizione e di esposizione del video, assimilandone l’esperienza a quella del cinema e delle arti visive (Dubois), disperdendo nello spazio il senso di quanto in precedenza era contenuto nella singola immagine (Grisolia), dilatandolo in durate sempre più vicine a quelle del film (Bellour). Del resto analizzando le opere della nuova generazione di artisti risulta innegabile uno stretto legame col cinema. Da un lato tanti artisti integrano nelle proprie video-installazioni immagini prese dalla storia del cinema o si misurano direttamente con il cinema nella sua complessità di apparato e linguaggio, dall’altro diversi cineasti ripensano i propri film riadattandoli alla forma delle video-installazioni. Si potrebbe parlare di post-video (Valentini) o di video espanso nel cinema (Lischi).

D’altro canto la manipolazione numerica che contraddistingue il digitale consente oggi di trattare le immagini in tempo reale e svincolarle da ogni supporto, tanto da avvicinarle più al linguaggio in diretta della televisione che non a quello fissato su pellicola del cinema (Fargier) o addirittura attestarne un’ontologia di medium senza medium, la cui natura consiste nello sfuggire a qualsiasi specificità mediale (Saba). Detto altrimenti: il video prende a ramificare un campo esteso di relazioni disciplinari secondo multimodalità e articolazioni intersemiotiche molteplici, sino a che «il non essere più o l’essere dappertutto appaiano come due dinamiche di uno stesso processo culturale» (Valentini-Saba).

Medium senza Medium funziona dunque come una cartina di tornasole, capace di mettere in luce in maniera articolata e complessa il campo in cui si disseminano le pratiche videografiche e affondano le riflessioni teoriche. Un dibattito vivo, urgente e attuale: che in quanto tale evita di chiudersi in risposte, di arenarsi in definizioni, di arrestare in forme congelate il flusso turbolento che le tecnologie digitali hanno fatto esondare.

Medium senza Medium. Cannibalizzazione e amnesia: il video dopo gli anni ’90

a cura di Valentina Valentini e Cosetta G. Saba

Bulzoni, 2015, 390 pp., € 35

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