Francofonia-sokurov-659x439Lorenzo Esposito

È di sette anni fa la raccolta di scritti (uscita per Bompiani) che Aleksandr Sokurov intitolò – possiamo dire, a questo punto, con intenti auto-profetici – Nel centro dell’Oceano. Un precipitato di saggi, diari, appunti, lezioni filosofiche, racconti cinematografici, aforismi, che cercava un’intensità proprio nel punto di «oceanica» intermittenza fra parola e immagine.

Non è nemmeno la prima volta che Sokurov varchi la soglia di un museo o che, fra viaggi elegie e naufragi, affronti la battaglia ininterrotta dell’atto del vedere, attraverso l’inabissamento ulteriore nell’elemento pittorico (sin troppo facile citare il piano unico di Arca russa, ma vanno qui per lo meno ricordati il finale sulle cornici svuotate nel museo di Rotterdam in Elegia del viaggio e il poema visivo Robert. Una vita felice dedicato alla figura esemplare – citata di nuovo in Francofonia per i suoi dipinti con vedute del Louvre – di Hubert Robert).

E benchè anche tutto ciò che riguarda vortici e agonie (tuffi, cadute, sogni…) della Storia costituisca l’altra costante (una vera e propria nervatura concettuale, a ben vedere) dei suoi film, è utile ripartire da qui, da questo meccanismo parola-immagine-pittura-storia per cercare di capire perché Sokurov anche in questo suo ultimo Francofonia, senza certo rifuggire la delicatezza di alcuni conflitti irrisolti (la posizione francese e quella sovietica verso il nazismo), ne dia un’interpretazione paradossalmente (e, attenzione, solo apparentemente) a-storica o di visionaria astrattezza, se per visionario si intende la preoccupazione filosofica (e perché no: figurativa) come quella – in cui resta un cineasta unico – di chi si metta alla ricerca di una materia dello spirito, di un corpo spirituale, laddove la fragilità dell’immagine sembra sempre sviarlo e spesso non contemplarlo.

Molti in Francia (la stessa Francia che comunque, sia detto per inciso, almeno un film come questo di Sokurov l’ha prodotto…) hanno scambiato questa ambiguità poetica per imprecisione o addirittura malafede, per cui dal film sembra effettivamente che a un certo punto in Europa gli unici a resistere alla furia hitleriana fossero i russi; non cogliendo tuttavia che l’interrogazione, anche provocatoria, che Sokurov compie sull’immagine e sull’immagine della Storia, serve semmai a delineare i tratti oscuri e originari della crisi europea e non solo (basterebbero invero le parole ultime che dice il suo Faust per intuire che il problema è altrove: «Oltre! Ed Oltre!»). Se poi invece la questione è solo l’onta di un’occupazione morbida (ma Sokurov mostra i tribunali degli occupanti tedeschi), un po’ scherzosamente la leggendaria cinefilia francese avrebbe potuto far notare al cineasta nato in Siberia nel 1951, in un paesino oggi sommerso dalle acque (e, per chi lo conosce, facendolo incazzare davvero), come il primo incontro fra il conservatore Jacques Jaujard e il conte Franziskus Wolff-Metternich assomigli molto, nell’ambiguità violenta fra dominante e dominato, a quello che Tarantino filma all’inizio di Inglorious Basterds fra il cacciatore di ebrei interpretato da Christoph Waltz e il contadino francese…

Anche Francofonia dunque è di uno smarrimento, non di un ritrovamento, che parla. Dell’automatico aggirarsi e sfarinarsi dell’occhio a contatto con ciò che nel mondo è già sempre e al tempo stesso inabissato e ramificato, celato e diffuso. Di un punto di combustione (dei punti di combustione) che può essere il letto di morte di Čechov, l’edificazione secolare di un museo (il Louvre) nei cui meandri, insieme alle opere, si accumulano fantasmi, o una burrascosa conversazione su skype. Se c’è una cosa in cui Sokurov è ossessivo è la disamina delle forme del potere, ma sempre declinata e rilanciata attraverso una sorta di pennellatura dell’invisibile, che certo non nasconde orrori e nefandezze, ma che inoltre apre una breccia fra le miriadi di insulse immagini che insulsamente ci assediano (o, peggio, ci si comunicano). Come già aveva intuito Frederick Wiseman in National Gallery, le stanze del museo, i suoi labirinti, le sue nicchie, il rilancio continuo di sguardi fra i volti nei quadri e il visitatore, testimoniano di un’inesauribile opera incerta dell’occhio, che cerca di dire l’indicibile, costringendoci piuttosto alla semplice domanda: dove siamo noi? e perché?

Che senso avrebbe altrimenti immaginarsi una conversazione fra due figure quasi ottocentesche come Jaujard e Wolff-Metternich, colte nel punto culminante della loro estinzione, se non trascenderne la sparizione in una materia che ne prenda in considerazione il ritorno, la risalita (sarebbero piaciute a Walter Benjamin e, via Benjamin, ancora al Goethe del Faust: «Quel che ora è mio lo vedo come in una distanza / e quel che era scomparso mi diventa realtà»). La stessa proverbiale voce off di Sokurov, impersonale anche quando, come appunto in Francofonia, arriva direttamente dalla scena dello studio dove il regista lavora - molto simile al Godard che si filma nella creazione delle sue Histoire(s) – stavolta sembra rivolgersi all’opera stessa mentre si fa, come se fosse anch’essa un relitto della Storia e fluttuasse su Parigi (e sull’Europa) col sogno di accorpare e di concepire uno spazio in grado di concentrare tutti i luoghi, tutti i tempi, tutte le illusioni e tutti gli sconvolgimenti dell’umanità prima e dopo il disastro (in realtà accadeva già nell’immagine subacquea a fil di nebbia che chiudeva Arca russa, ma in Francofonia, invece di un unico pianosequenza, c’è una mistura misteriosa di immagini manipolate, video-skype, grafica digitale materiale d’archivio, fiction esibita nella sua menzogna in quanto tale e interrotta dalla presenza di ciak altrettanto falsamente plumbei e sovraesposti…).

Resto di un naufragio, agonia del presente, eco liquida di un collasso, illusione di metter fine alle illusioni, rabbia per le inesorabili leggi della natura… Una volta, non a caso, Sokurov ha dichiarato: «Io so che in un’inquadratura c’è già un film». Perciò fa cinema su quelle zone liminari da cui il film è riuscito a fuggire e non è ancora chiaro cosa succede nel fuoricampo che ha conquistato (Tolstoj, anch’esso interrogato sul da farsi a inizio film, è muto sul letto di morte).

Aleksandr Sokurov

Francofonia. Il Louvre sotto occupazione

Francia, Germania, Paesi Bassi 2015, 1h 30’

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