michel_de_certeauLuigi Azzariti-Fumaroli

«Glossolalia è un’improvvisazione su dei temi sonori; così come questi temi sviluppano dentro di me fantasie di immagini-suono, così io li espongo; ma so: dietro la soggettività figurativa delle mie improvvisazioni si nasconde la loro radice extra-figurativa, non soggettiva». Il poeta simbolista Andrej Belyi scelse queste parole per introdurre, nel 1922, il «poema sonoro» che avrebbe dovuto ricapitolare e concludere il «cantare nello Spirito» descritto da Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (ne esiste anche un’edizione italiana, uscita nel 2006 da Medusa). Ma il conseguimento fu decisamente mancato – osservò impietoso Trockij – perché restò un imparaticcio, incapace di dare forma ai propositi che l’avevano ispirato e destinato, in quei rari momenti in cui al conato s’era sostituita una pagina davvero risolta, a scoprire il lettore defatigato dalla troppe traversie alle quali l’autore l’aveva obbligato al solo scopo di ottenere una frase assoggettata non al moto interno dell’immagine concettuale, ma a una metrica esteriore, deputata a custodire il segreto di una lingua mistica impregnata di significati perduti e di memorie presenti.

Quello dello scrittore moscovita, diversamente da quanto opinato dall’accigliato empiriocriticismo che lo tacciò d’essere infecondo e retrivo, fu tuttavia uno dei contributi di maggior rilievo che si poterono registrare all’inizio del Novecento rispetto alla parola glossolalica, colta nel suo tendere verso un puro voler-dire anteriore a qualsiasi concrezione semantica. Già Pascoli aveva del resto alluso alla dimensione linguistica della glossa, quale linguaggio che non simbolizza nulla, ma semplicemente indica un’intenzione di significato: «una lingua che canta e si incanta», e che in tal modo testimonia di un’inclinazione del gesto poetico – ha scritto Tommaso Landolfi – «diffusa, necessaria, lontana dalla volontà», e di cui prima epitome potranno forse dirsi le nenie infantili.

Sarebbe nondimeno errato – osserva Michel de Certeau – porre su un medesimo piano glossolalia e poesia. Il poema è un «battello ebbro» che non ha un appiglio esterno: esso è solo, al centro dell’immensità di una pagina bianca, mentre la glossolalia gioca all’interno e in funzione del linguaggio. Nelle riflessioni dello storico francese, svolte a Roma nel 1977 in serrato dialogo e confronto con Paolo Fabbri e William Samarin e restituite nel loro dettato da Lucia Amara attraverso un paziente e meticoloso lavoro d’archivio, la glossolalia coincide con il nucleo asemantico della lingua, con «una riserva silenziosa di senso», sempre eccedente rispetto al rumore del quotidiano, alla parola istituzionalizzata. Più delle rime, delle filastrocche, dei «gibidì e giabadò», la glossolalia sarebbe il disseminarsi tanto persistente quanto sordo delle lacrime e delle grida, quali «enunciazioni afasiche» votate a oltrepassare «le reti di sorveglianza» delle parole d’ordine del potere costituito.

Evidente nella scrittura parimenti cromatica e approssimata, l’affinità di de Certeau con Valéry si avverte anche nel ritenere le lacrime «l’espressione della nostra impotenza a esprimere, cioè a liberarci mediante la parola dall’oppressione di ciò che siamo». Ma laddove per l’autore del Dialogue de l’arbre le lacrime possono condurci presso quei margini muti dell’esistenza che nascono dalla «mescolanza di eterno, di fortuito e d’effimero», per de Certeau la glossolalia è piuttosto occasione privilegiata di un’apertura al consenso alla voce dell’altro, quale voce ingiuntiva che designa un posto e dunque che identifica: «è la voce dell’inizio; una voce materna». Come a sua volta osserva Samarin, «nella glossolalia la parola arriva all’improvviso e, in ogni modo, dall’anima». In tal senso, la sua nozione dovrebbe ampliarsi ben oltre i confini della tradizione cristiana in cui è sorta, per rinvenirsi emblematicamente in quella poetica del grido presente da tempo nella letteratura ebraica e nella quale si vuole sempre ancora dire l’indicibile e articolare l’inaudito, in una inesausta tensione di senso che serba in sé l’asintotico rapporto fra ciò che è massimamente privato e ciò che è assoluto ed universale: assoluta u-topia che, per diventare attuale, impone una morte da pagare, poiché solo «qui nessuno può toglierci il conforto / di piangere».

Significativamente nel Parlare angelico (1982, trad. it. a cura di Carlo Ossola, Olschki 1988) de Certeau ha paragonato l’invocazione insita nella glossolalia all’enunciazione mistica, quale luogo in cui la lingua si strema attraverso l’interrogazione sul suo proprio volersi. Lo spasimo glossolalico, quale ricerca della pura lingua prebabelica, si fonda sull’affermazione di un volere che, nato da un esilio, si protende verso un oggetto indefinito (sic quanto segue): «È un esercizio di assenza. Come nella struttura malinconica, il soggetto non (si) parla se non staccandosi dagli enunciati», e rimanendo estatico «all’aria aperta: e “z-v-t” osciellano. we-ol--le nuvole- -e”weoln” (le onde del mare) corrono; il sole splende: sol-so! E assottigliandosi sulle sabbie, vola il flusso d’orao: seln-siln! Ecco quali scene sono inscritte per noi nei suoni: bisogna saperli leggere; tutti i suoni sono racconti, testamenti, eredità, miti».

Michel de Certeau

Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin

edizione italiana a cura di Lucia Amara

Mimesis, 2015, 112 pp., € 12

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Una Risposta a Michel de Certeau, la voce prima della parola

  1. paolo fabbri scrive:

    e soprattutto non dimentichiamoci di Artaud.

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