di Andrea Binelli

Donal Ryan è forse la principale figura di riferimento della nuova narrativa irlandese, quella scritta da autori giovani, spesso ‘under 40’, pubblicata da case editrici indipendenti e impegnata a ritrarre le contraddizioni sociali della contemporaneità sull’isola di Smeraldo. Ha firmato due romanzi, The Spinning Heart (2012) e The Thing about December (2013), e da poche settimane una raccolta di racconti, A Slanting of the Sun (2015). Con The Spinning Heart, adesso pubblicato in Italia da Minimum Fax col titolo Il cuore girevole, ha vinto il Guardian First Book, l’Irish Book of the Year e lo European Union Prize for Literature, ed è stato nominato per il Booker Prize. Alla BBC stanno sviluppando la sceneggiatura per ricavarne una serie televisiva. I suoi libri sono tradotti in quattordici paesi. Lo incontro nel North Tipperary, dove è nato, vive e ambienta le sue opere.

Molti hanno letto Il cuore girevole come un’invettiva contro l’immoralità e la stupidità che hanno reso possibile il boom economico e la successiva esplosione della bolla immobiliare. Forse anche per questo sei indicato come esponente di spicco della nuova narrativa irlandese. Cosa pensi della ripresa e del rischio che si ripetano gli errori del passato?

Purtroppo non è un rischio, bensì un dato di fatto. Nel paese torna a farsi sentire il raglio dei neo-liberisti e ovunque spuntano cantieri. Nei giorni scorsi Donald Trump è volato a Shannon, giusto per comprarsi un campo da golf, e una folta delegazione si è recata ad accoglierlo fin sulla scaletta del suo jet personale. Oggi da noi può accadere che a un immobiliarista venga condonato un debito di 2 miliardi di Euro mentre una persona qualunque è inseguita fin nella tomba per un paio di rate del mutuo su un bilocale. Il nostro potrebbe essere un paese dove ci si prende cura di tutti i malati e gli svantaggiati, dove una polizza sulla salute dal costo proibitivo non segna il confine fra la vita e la morte, dove ognuno ha una casa dove vivere al sicuro, la possibilità di studiare e abbastanza da mangiare. È questo ciò che vuole la gente e sulla nostra splendida isola ci sono risorse sufficienti per realizzarlo. Ma il luccichio dell’oro crea abbagli.

Secondo Declan Kiberd negli scrittori irlandesi fantasia e creatività fioriscono nei periodi più bui, quando la Storia li chiama a fronteggiare situazioni critiche quali la lotta per l’indipendenza, il conflitto al Nord o il crollo dell’economia. Sei d’accordo? E, a proposito, cosa facevi negli anni del boom?

Durante la Tigre Celtica lavoravo nel pubblico e per arrivare in fondo al mese alla sera arrotondavo come istruttore di scuola guida. Di notte studiavo per laurearmi in legge. Poi ho sposato mia moglie e abbiamo avuto due figli. In tutti quegli anni siamo stati all’estero una volta, a Creta, per la nostra luna di miele. Non ho mai guidato una macchina che costasse più di una mensilità e non ho messo da parte niente. Con mia moglie abbiamo fatto i salti di gioia quando ci hanno concesso un mutuo a 35 anni per una casetta vicino Limerick. È proprio in quel periodo di bolle economiche che ho scritto due romanzi e numerosi racconti, anche se solo The Thing About December è sopravvissuto. Ma nonostante tutto ritengo che Kiberd abbia ragione. Nel 2010, mentre stavo scrivendo Il cuore girevole, mi tagliarono il salario di un quarto e iniziai a sprofondare in un vortice di debiti e disperazione: mi sentivo affogare. Eppure scrivere mi veniva facile, era liberatorio. Oggi sono uno scrittore a tempo pieno e non sono più terrorizzato dai soldi come accadeva allora. Se necessario tornerei a lavorare nel pubblico domani mattina. Mi piaceva.

A intrigare i critici è la leggerezza con cui fai dialogare emblemi e valori attraverso immagini concrete. Il simbolismo del cuore girevole, ad esempio, è sfuggente, ma il lettore se lo porterà dentro a lungo. Ti ha ispirato un oggetto reale?

Sì, lo vidi durante un picnic con i miei genitori, su un cancello di ferro da qualche parte verso Puckane. Avevo sette, forse otto anni, e mi è rimasto impresso da allora. Oggi, tuttavia, mi domando se in realtà non si tratti di un finto ricordo, o magari di un mosaico di memorie frammentate. Nessun’altro infatti si ricorda di quel cancello e di quel picnic. Forse l’ho sognato. A volte sogno episodi che poi la mia mente archivia come fatti realmente accaduti, almeno finché non li esamino da vicino. A quel punto possono accadere due cose: si dissolvono del tutto, oppure accettano di essere trattati come sogni e relegati nell’irrealtà.

Gli irlandesi nutrono una predilezione per il racconto, che molti considerano la forma letteraria per eccellenza. Frank O’Connor lo indicò come veicolo ideale della voce di personaggi solitari e marginali. La struttura de Il Cuore Girevole è tale che i suoi capitoli richiamano l’organicità del racconto. E non a caso, a filtrare i capitoli più riusciti è la voce dello scemo del villaggio, di una vecchia prostituta abbandonata dai figli, di un muratore immigrato con una tragedia alle spalle, di una giovane lesbica che riflette sul padre incapace di accettarla. Cosa ne pensi?

Sono assolutamente d’accordo, adoro il racconto. È più intenso del romanzo, è una corsa senza possibilità di fermarsi o di rallentare il passo. Nei racconti ogni riga è investita della stessa importanza delle altre. Sono più difficili da scrivere ma danno più soddisfazione. Ma a ben vedere Il cuore girevole è una sequenza di monologhi prima ancora che di racconti.

Il romanzo come macrostruttura di narrazioni brevi è una scelta affascinante. Se nel suo insieme Dubliners rappresenta il romanzo di Dublino, il coro di voci ne Il cuore girevole , con la loro immediatezza ora gioiosa ora malinconica, sembra comporre il romanzo dell’Irlanda rurale.

Sì. Ho ambientato i miei primi quattro libri nello stesso paesino di fantasia, al confine fra Tipperary e Limerick, perché la lingua, il vocabolario e il paesaggio di quei luoghi mi sono familiari e accessibili. È la mia realtà quotidiana. E soprattutto è una realtà che amo. La sintassi ballerina ed esibizionista del nostro eloquio sprigiona un’istintiva forza lirica ed è attraversata da una vena naturale di accattivante umorismo nero. Non potrei scrivere come scrivo se non venissi da dove vengo. D’altro canto, però, quei luoghi sono solo l’ambiente e quella lingua uno strumento per creare delle storie i cui temi sono sempre universali. Le situazioni dei miei libri non sono mai particolari o legate a uno spazio geografico limitato. Viviamo tutti in un paese di qualche tipo e nei paesi la vita è straordinariamente avvincente. Tutte le comunità umane lo sono. Il dramma nasce dalla vicinanza fra le persone. In qualsiasi tipo di comunità finiamo per spiarci, ci teniamo d’occhio, elaboriamo ipotesi e giungiamo a conclusioni talora folli talora ragionevoli riguardo ai nostri vicini e a noi stessi. In Irlanda la vita di campagna mostra trame e temi omologati che si intrecciano attorno allo sport, al bere, alla terra, ai soldi e alla religione. Se si è cinici li si può considerare stereotipi banali, ma si rivelano magnificamente fertili se si è pronti a raccoglierne la drammaticità.

Sempre riguardo alla struttura polifonica de Il cuore girevole, evidentemente non è un caso che la voce finale sia femminile.

Al centro del romanzo c’è in primo luogo una storia d’amore. Ho deciso fin da subito che Bobby avrebbe parlato per primo e Triona per ultima, quasi a rispondergli, dall’altro lato di una baraonda di voci. Triona ama Bobby con passione quasi violenta. Potrebbe morire per lui. Mi ricorda mia moglie.

Dicci dei tuoi numi letterari? Sei influenzato da qualche autore italiano?

A scuola lessi Dante e Machiavelli, i quali hanno senz’altro esercitato un’influenza. Se questo è un uomo di Primo Levi mi ha toccato in maniera indelebile. A casa dei miei genitori giravano soprattutto gli americani: Hemingway, Steinbeck, Mailer, Vidal, Bellow, Updike e altri ancora. Li ho letti tutti quando ero ancora un ragazzino. In particolare ho amato Margaret Atwood e Doris Lessing. Alcuni autori della cosiddetta ‘nuova scena irlandese’ li trovo fantastici. Paul Lynch, ad esempio: i suoi due romanzi, Red Sky in Morning e The Black Snow sono dei capolavori. Le ceneri di Angela di Frank McCourt è uno dei libri che mi ha ispirato di più. Se dovessi indicare un romanzo fra tutti probabilmente sceglierei Furore di Steinbeck.

Ho letto da qualche parte che adori correre. Ti aiuta a concentrarti?

Sì. Mentre corro, a un certo punto, accade che i movimenti del corpo entrano in un regime di autonomia metronomica, la mente riesce a liberarsi e tutto si schiarisce. Allora scorgi delle soluzioni di cui non eri consapevole. Come se in quel preciso istante le idee che prima galleggiavano nell’etere si presentassero alla tua coscienza. È più facile avviare il lavoro fisico della scrittura dopo che ha avuto luogo questo processo magico a partire dal quale la tua mente si è messa al lavoro da sola e ha plasmato degli oggetti solidi a partire dalla nebbia.

Su cosa stai lavorando?

Sto finendo di rileggere un romanzo, il mio quarto libro. Parla di un’insegnante che ha una storia con un giovane nomade, un traveller cui sta insegnando a leggere e a scrivere, e del quale resterà incinta. Ho iniziato a lavorare al quinto libro, un romanzo composto da racconti intrecciati fra di loro il cui protagonista è un rifugiato siriano, un dottore che abita in Irlanda.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Intervista a Donal Ryan

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!