AurelieVaquant_TwoRainbow-1024x683Antonello Tolve

L'ambito operativo degli artisti che operano in Turchia tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo Millennio, è governato dall'esigenza di epitomare in una narrazione visiva sempre più esplicita le conseguenze drammatiche di un paesaggio sociale i cui fattori politici ed economici deformano la realtà, opprimono ogni singolo individuo e corrompono il senso di uno Stato libero, fondato sui concetti di umanità, libertà, rispetto, uguaglianza di fronte alla legge. La dominante estetica proposta da questi artisti si nutre infatti di fenomeni radicati nell'attualità per veicolare (attraverso un'iconografia che si avvale inevitabilmente di mixaggi mediali con risvolti sovraterritoriali e plurisensoriali) messaggi finalizzati a evidenziare problematiche, a esporre questioni allarmanti, a mostrare il volto buio di un potere conservatorista che nuoce gravemente all'evoluzione e all'emancipazione pubblica.

Da Istanbul, capitale culturale della Turchia, un luogo dove è possibile perdersi come in una foresta e che, a detta di Herman Melville, rappresenta per il viaggiatore «un perfetto labirinto, stretto, chiuso, serrato», arriva a Roma, dopo mesi di lavoro e grazie ad un consolidato protocollo d'intesa tra il MAXXI e l'Istanbul Modern – ad onor del vero il protocollo è più ampio e abbraccia, sotto il segno del YAP, Young Architects Program (avviato nel 2011), anche il MoMA/MoMA PS1 di NY, il Constructo di Santiago del Cile e il MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul – un plotone di artisti e di architetti legati dal filo sottile della resilienza, sbarca con un armamento immaginifico per raccontare la storia di un'atmosfera, oggi quantomai perniciosa.

Divisa in sette sezioni, in sette punti di domanda – A Rose Garden?, Ready for a Change?, Should We Work Hard?, Tomorrow, Really?, Can We Fight Back? e To Build or Not to Build? – estesi tra la galleria 1 e le gallerie 2 e 2bis del museo, la great exhibition dedicata emblematicamente a Istanbul e al suo tessuto culturale (visitabile fino al 30 aprile 2016), invita il pubblico a percorrere un itinerario complesso e seducente in cui la storia prende per la coda il tempo e spinge lo sguardo nella vertigine chiara del vedere, in un ambiente dove la cifra estetica si fa ambito d'azione costruttiva, luogo riflessivo dal quale partire per capire i problemi politici, per comprendere le manovre schiaccianti di un governo assolutista, per leggere la vecchia e ossificata idea amministrativa di neutralizzare le passioni, i furori intellettuali del popolo.

Con Istanbul. Passion, Joy, Fury, Hou Hanru propone infatti (grazie alla collaborazione curatoriale di Ceren Erdem, Elena Motisi e Donatella Saroli) una veduta privilegiata sullo scenario artistico di una città mitteleuropea per delineare un perimetro di opere al servizio di un ideale, di un risveglio collettivo, di un prefisso polisemico il cui ingrediente dominante è la democrazia, la libertà d'espressione. Dalle immagini del progetto Post-Resistance (2013) di Osman Bozkurt all'Atlas of Interruptions (2014) di Oykut Ceren, dagli straordinari video di Ali Kazma al gioco luminoso – Two rainbows, 2015 – di Sarkis (pseudonimo di Çaylak Sokak), dall'accattivante Day (2011) di Cevdet Erek alla maquette – Pleasure Places of All Kinds; Fikirtepe Quarter, 2014 – di Ahmet Öghüt, volendo citare soltanto un'esigua sfilata di nomi (sono ben 45 gli artisti e gli architetti coinvolti), la mostra modella una sorta di guerriglia semiotica, un entusiasmante tragitto ideologico, uno spaccato culturale che, seppure privo di ricerca reale (il curatore si è affidato un po' troppo a sguardi esterni: Hamra Abbas, Halil Altindere, Fikret Atay, Burak Delier, Sener Ozmen, Cengiz Tekin sono, ad esempio, tutti artisti della Pilot Galeri – e questo è un po' imbarazzante), non può non sedurre e accattivare.

Proprio oggi che il Direttorato per le Telecomunicazioni turco (TIB) ha deciso di bandire dai domini internet 138 parole per tutelare – cosa davvero raccapricciante – la moralità del popolo, e dunque oggi che termini come evrim (evoluzione), kadın (donna) o mastürbasyon («chi si masturba avrà la mano incinta nell'aldilà», ha sentenziato il fanatico telepredicatore Mucahid Cihad Han), questa mostra del MAXXI segna una conquista, una voce che rafforza le alleanze, una luce che si estende sul palcoscenico della vita quotidiana per rischiarare il solido impegno critico dell'arte contemporanea.

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