Ugo La Pietra, Sistema disequilibrante, Il commutatore, 1967-70Giulia Mangozzi

Nell’inquadratura che apre il video La riappropriazione della città (1977) la telecamera indugia per qualche secondo sul volto di un uomo intento a radersi la barba: un gesto quotidiano, domestico. «Abitare è essere ovunque a casa propria», afferma. Poi la cinepresa arretra e l’ampliarsi del campo dell’inquadratura ci mostra che il contesto non è quello di un appartamento, bensì una via della città di Milano. Ugo La Pietra, autore del video, si specchia in vestaglia nel riflesso di una vetrina.
Cosa significa
abitare gli spazi metropolitani come casa propria? Attraverso la geniale iperbole della rasatura, La Pietra mette in discussione la dicotomia tra la libertà con la quale viviamo i nostri spazi privati e le convenzioni di uno spazio pubblico sottoposto a una regolamentazione burocratica pressoché incurante dei bisogni del cittadino. Le reazioni creative a queste norme, le reinvenzioni di frammenti del territorio urbano, costituiscono per La Pietra i gradi di libertà attraverso i quali l’uomo contemporaneo rivendica il suo diritto ad attraversare e vivere gli spazi.

Le immagini successive ci portano nella periferia della città, mostrando un esempio concreto di tutto questo. Chiunque abbia una certa familiarità con Milano, riconoscerà gli orti abusivi e i casotti improvvisati con materiali di recupero che tuttora si possono trovare nelle aree suburbane. Veri e propri esemplari di architettura vernacolare, originariamente realizzati dagli immigrati del sud Italia desiderosi di ritrovare il contatto con la natura nell’alienata «società del lavoro» nei quali erano stati catapultati dalle necessità economiche.

L’elemento naturale ricorre nell’opera e nelle riflessioni di La Pietra, al quale abbiamo rivolto qualche domanda su questo punto in occasione della mostra EARTHRISE, curata da Marco Scotini al PAV Parco Arte Vivente di Torino.

Nel testo La seconda casa si parla delle periferie delle grandi metropoli come bacini di «spazi liberi», dove il violento processo di urbanizzazione non ha del tutto depotenziato le capacità creative del cittadino. Cos’è cambiato rispetto alla fine degli anni Sessanta, quando lei e Livio Marzot avete inaugurato l’esplorazione delle periferie tramutatasi poi in I Gradi di Libertà?
Negli anni Sessanta esistevano ancora molte persone (abitanti delle periferie) spesso ancora legate alla cultura contadina (da cui provenivano) e che erano ancora desiderosi di un rapporto diretto con il territorio, mentre oggi questa motivazione è quasi scomparsa ma è nata un’esigenza più diffusa.
Col crescere del mondo virtuale si sente sempre più la necessità di un rapporto diretto con la realtà; qui sta la differenza sulle motivazioni che spingono la nostra società a trovare, nelle periferie ma non solo, delle occasioni di intervento.

Così credo che non si possa parlare nei confronti dell’individuo urbanistico di oggi come erede dei comportamenti dei «depositari della cultura popolare dell’architettura», perché le loro motivazioni sono più riferibili a una reazione diffusa in tutta la popolazione urbanizzata che cerca rapporti diretti con la natura: dal coltivare i pomodori sul balcone a intervenire in spazi collettivi per realizzare orti o giardini.

Esistono esempi di un’urbanizzazione di tipo diverso, ecologicamente avveduta, a livello istituzionale?
Un tipo di urbanizzazione dove la partecipazione dell’individuo è organizzata rispetto al territorio in modo istituzionale ha dato alcuni risultati, soprattutto nella gestione di spazi urbani individuabili come «verde/cascina». Luoghi in cui sviluppare, attraverso gruppi e cooperative, un’attività culturale riferita spesso al «fare» e alla gestione e vendita di opere di artigianato e di prodotti a «chilometro zero».


Nel suo recente libro Il verde risolve! (Corraini 2015) ricorre la questione del rapporto conflittuale tra natura ed architettura. Si tratta di un antagonismo insanabile, rispetto al quale l’uomo (e l’architetto, nella fattispecie) dovrebbe limitarsi a comprendere la propria posizione «parassitaria» o esiste una dimensione in cui natura e cultura s’incontrano?

Spesso, nell’evoluzione degli spazi urbanizzati, la natura e l’architettura si sono incontrate e hanno trovato un modo armonico di convivere; quasi sempre questi risultati positivi si sono basati su un’architettura che sapeva rispettare e valorizzare la natura: il verde nei chiostri, il giardino della villa del Sei-Settecento, gli orti dei monasteri... Ciò che spesso si verifica oggi è la troppa disinvoltura che l’architetto pratica nel comporre le due realtà, dimenticando che la natura ha una sua vita e una sua capacità evolutiva, ciò che manca al costruito.

EARTHRISE. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana (1967-1973)

a cura di Marco Scotini

Torino, PAV Parco Arte Vivente

6 novembre 2015-21 febbraio 2016

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