babarLuigi Azzariti-Fumaroli

Improvvisamente, le feu amis des souvenirs. Un gremire di ricordi dapprima sgranati, opachi, desaturati, quasi «non si vedono, si fondono totalmente con lo sfondo, camaleonti perfetti»; poi appena più nitidi, ma pronti di nuovo a dismagare, restii a fermarsi, a smettere di frullare. Forse occorre indugiarvi ancora un poco, affidandosi soltanto a ciò ch’essi intendono concedere. Li ha evocati, come non di rado accade, la pagina di un libro su cui si stenta ora a tornare. Ma troppo forte è il desiderio di lasciarsi nuovamente avvolgere da una di quelle epifanie che squarciano il tempo e che suscitano un senso di malinconica quiete alla quale è piacevole abbandonarsi. Si riprende a leggere di Bombe, dell’elefantessa dello zoo di Milano che a orari stabiliti, indossati degli enormi «occhiali senza lenti, bordati di bianco», suonava un vecchio organetto, accompagnamento dei «nostri giorni innocenti». «Quella musica che ti salterellava intorno aveva il potere di ipnotizzarci». I volti si distendevano in espressioni stupite «come farfalle neonate». Era, Bombe, così simile a Babar, il personaggio creato da Jean de Brunhoff e musicato da Poulenc, da indurre a credere ch’essa fosse quasi il frutto d’una fantasia, un artificio creato da un abile illusionista. Mentre le sue movenze risultavano così armoniose da far nutrire il sospetto che, come in una pellicola disneyana, con il giusto accompagnamento, essa potesse librarsi e piroettare in aria.

Sono trascorsi diversi lustri da allora, eppure è impossibile non riconoscersi in mezzo a quel pubblico tanto più piccolo di quel pachiderma venuto nel 1939 dall’India nell’Italia fascista, sfollato nel parco di Monza, dopo essere scampato ai primi bombardamenti, testimone della ricostruzione, degli anni del boom, delle contestazioni e del terrorismo, della mia infanzia. «I bambini trovavano una spensieratezza da conservare negli anni, e i vecchi un magico oblio infantile nel quale rifugiarsi per tornare a sognare». La breve prosa di Marta Nijhuis sembra capace di tenere «in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi». Eppure il tono a tratti proustiano di questo libro non si ha a motivo di una letteralizzazione della realtà, bensì d’una capacità di provocare un disoccultamento della memoria. Ciò nondimeno, sebbene il passato al quale Bombe è consegnata si addensi lentamente, esso non riesce a rivelarsi in un gesto del presente. Ricercare la ragione di questa incapacità di raccogliere quanto la memoria sarebbe pur pronta a restituire non risiede, però, nel mio appartenere a una generazione che si suol dire iperformata culturalmente e deficitaria dal punto di vista emotivo, quanto nel non essere in grado di far sì che quel passato si risvegli e rinnovi, perché angustiato dall’ineluttabilità della sua fine e irrimediabilmente disilluso da un dubbio coltivato senza posa.

Nel ricordo delle mie visite allo zoo di Milano, negli anni Ottanta del secolo scorso, non riconosco alcuna sedimentazione, alcun deposito di possibilità future. Oggi Bombe, quale capolavoro della tassidermia, spicca immobile in un diorama del Museo di Storia Naturale, mentre io che mi aggiro fra i giardini che ospitarono la stazione zoologica alla ricerca d’una nota di organetto o di un vago barrito, ma soprattutto del sorriso di mio nonno, della carezza di mia nonna, avverto solo un’eco cupa e spettrale, un freddo mortifero, una rassegnata nostalgia per un tempo al quale si addice unicamente l’esilio. Se, per Jeremy Bentham, di fronte a un animale l’interrogativo che occorre porsi non è se esso sia o meno in grado di parlare o di ragionare, ma di soffrire, nel caso dell’uomo tale domanda appare solo retorica.

Marta Nijhuis

Suonala ancora, Bombe. Memorie di un’elefantessa a Milano

presentazione di Giovanna Borradori

Mimesis, 2015, 58 pp., € 5,90

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