Alfio Marchini odia chi non parteggiaAndrea Cortellessa

Mentre la città affonda in una nuvola di smog, soffice e dolce come lo zucchero a velo sul pandoro tenuto al calduccio sul termosifone (come insegnavano le zie d’un tempo), i sempre più inadeguati autobus della Capitale inalberano, simpaticamente unanimi, l’ultima versione della campagna – in corso ormai da quasi due anni, ma di questi tempi in ovvia escalation – di quello che il prossimo giugno, con ogni probabilità, sarà il mio prossimo sindaco: Alfio Marchini. Come nelle precedenti, allo slogan generale IO AMO ROMA. | E TU? (dove la o di Roma è sostituita da un cuore rossastro che al suo interno – in proporzioni però tali da renderlo invisibile a chi guardi il manifesto anche con una certa attenzione, ma senza avvicinarsi troppo – riproduce il reticolato irregolare della viabilità urbana) e all’indirizzo mail del comitato elettorale (che sostituisce la firma di chi con questo messaggio ci si rivolge), viene premessa una frase di volta in volta diversa, tale da seguire più o meno da vicino le vicende dell’attualità, le urgenze del quotidiano che ben conosce chi l’autobus, ahilui, lo prende (o prova a prenderlo) tutti i giorni. La frase «d’attualità» è evidenziata in sfondo giallino, alludendo a device in dotazione ai più comuni programmi informatici di scrittura. Quella di questi giorni è meno «attuale» delle altre, però; intende porre un punto di metodo o, diciamo meglio, di temperamento. La frase recita: «Odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti» (mentre scrivo campeggia sulla homepage di Lista Marchini).

Un bel messaggio, non c’è che dire, da parte di chi non da oggi viene accusato di coltivare colla massima attenzione – in previsione, si vede, di evenienze come la presente – la più irenica equidistanza politica. Già un mesetto fa lo sfotteva Michele Serra, per questo, in una delle sue gustose «satire preventive» sull’«Espresso» («erede di una dinastia di costruttori, Marchini ha il grande merito di avere edificato interi quartieri nei quali tutte le case sono costruite esattamente al centro della strada, in modo da non essere né a destra né a sinistra. Ogni appartamento è dotato di due bagni in fondo al corridoio, dando alla padrona di casa l’opportunità di indirizzare l’ospite “in fondo a destra oppure a sinistra, veda lei”. Dai rubinetti delle case di Marchini non fluiscono acqua calda e acqua fredda ma solamente acqua tiepida, per evitare una eccessiva polarizzazione delle temperature»; fra i progetti più ambiziosi della sua amministrazione, prosegue Serra, «lo Stadio Rotante, che dia modo a ogni spettatore, grazie alla rotazione degli spalti, di essere ultrà della Roma e della Lazio nel corso della stessa partita»).

In effetti la famiglia Marchini non ha mai nascosto le proprie simpatie di sinistra; il nonno partigiano era stato fra i leader della Resistenza, a Roma. Brutto svantaggio nella politica di oggi, deve aver pensato il rampollo Alfio (che in una sua vita precedente – ha da poco compiuto cinquant’anni, ma ne ha già combinate tante – precorrendo il giovanottismo renziano nel ’94, non ancora trentenne, fu addirittura indicato dall’allora PDS come consigliere d’amministrazione RAI; si dimise peraltro pochi mesi dopo, alle prime nomine berlusconiane). Non è un caso che nella precedente campagna elettorale per il Comune di Roma, nella primavera del ’13 – dopo aver pensato di partecipare alle primarie PD dalle quali uscì vincitore Ignazio Marino – preferì infine correre come indipendente (raccogliendo al primo turno il 9,48 % dei voti). Ora insistenti boatos lo vogliono corteggiato, quale candidato sindaco, sia dal PD che dal Centrodestra (anche se la componente destrosociale a quanto pare nicchia; non è ben chiaro se perché lo trova troppo di sinistra o, forse, troppo di destra; certo un ex capitano della Nazionale di Polo, dal punto di vista antropologico-lombrosiano, non pare dare tutte queste garanzie di attenzione al «sociale»). Non è il solo caso, certo: nel tempo di un sempre più eloquente pareggismo elettorale (da ultimo in Spagna), colpisce come a Milano il PD – che lì, a differenza che a Roma, tutti i sondaggi danno vincente – intenda candidare sindaco un tipo come Giuseppe Sala, ex commissario all’Expo ma soprattutto, se dobbiamo parlare di politica, nel 2009-2010 braccio destro di Letizia Moratti (fu lei ovviamente a paracadutarlo all’Expo, anche se la nomina ufficiale la partorì Enrico Letta).

Ecco, mi rendo conto che parlare di «politica» a proposito di simili personaggi può apparire incongruo se non patetico, però politicamente la scelta dell’ultimo slogan di Marchini è un segno preciso dei tempi. Perché l’efficacia indubbia dello slogan, ODIO CHI NON PARTEGGIA. ODIO GLI INDIFFERENTI, si deve anche alla sua precedente circolazione (infatti la frase, nel manifesto, oltre che evidenziata in giallino è anche incorniciata fra virgolette). Nella primavera del 2011 venne pubblicato addirittura un libriccino, col titolo Odio gli indifferenti, dall’editore Chiarelettere. Un bestseller che venne curato da un bravo storico, David Bidussa. Già, perché quella frase non è conio di qualche geniale copywriter, né di qualche sulfureo spin-doctor del marketing elettorale odierno. È una frase che viene da lontano: è datata 11 febbraio 1917, e ad averla scritta fu Antonio Gramsci.

L’aver occultato il suo autore la dice non lunga, lunghissima: sulla coda di paglia di chi oggi la strumentalizza. Non è neppure un caso che la nuova inverosimile «Unità» di stretta osservanza renziana (neppure «Il Giornale» ai tempi belli era così «Pravda»-like, nell’obbedienza ai desideri del leader perinde ac cadaver; un opinionista come Fabrizio Rondolino fa rimpiangere l’equilibrio e la sobrietà di uno Sgarbi) si crucci tanto – sempre a quanto riferiscono i boatos – per quella manchette scritta piccola sotto la testata: «quotidiano fondato da Antonio Gramsci» (riferimento, ad ogni buon conto, sparito dalla homepage). In effetti se in autobus ci si porta dietro la lente d’ingrandimento la firma «Antonio Gramsci», con un po’ di buona volontà, si riesce pure a trovarla. Aguzzate gli occhi, e la troverete al margine destro dell’immagine, ulteriormente dissimulata dall’impaginazione in verticale, in un corpo nel quale di norma sono scritti i credits delle agenzie fotografiche. Qualcosa che ci deve essere per contratto, cioè, ma che a tutti gli effetti non va visto.

Sbandierare la firma di qualcuno che per la sua non-indifferenza ha passato otto anni in carcere, dove ha perso la salute per crepare a 45 anni, di un emblema della politica più squisitamente novecentesca, deve essere sembrato pericolosamente ideologico, se non fastidiosamente fazioso (ecco le parole più tabuizzate da un quarto di secolo di egemonia culturale veltroniana, a «sinistra», che hanno spalancato la strada a gente come Renzi), inutilmente divisivo: a chi, per salire allo scranno più alto della sala Giulio Cesare, si prepara ad appellarsi a un’audience elettorale (questo il termine tecnico, sì) post-ideologica, post-faziosa e, soprattutto, post-politica. Come quelle alle quali (con eccezioni presto destinate alla rovina, come quella rappresentata da Alexis Tsipras in Grecia) si rivolge ormai da un pezzo il fantasma della sinistra. (Mentre almeno i neo-fascisti della destra sociale, o i neo-nazisti della neo-Lega, non fanno troppo mistero degli orbaci e dei cappucci che, a tempo opportuno, verrà il momento d’indossare.)

Storia nota, si dirà. Ma, rispetto ad essa, la rivendicazione della non-indifferenza come valore etico, se non appunto politico, rappresenta un interessante rigurgito. Una specie di retrovirus, che di quel calco vuoto – la politica, appunto – pare segnare il rimpianto e, insieme, l’eclisse definitiva. Qualcosa del genere mi aveva già colpito nel 2007, quando Antonio Scurati fondò presso il suo editore, Bompiani, una collana di saggistica chiamata «Agone» (dopo un primo periodo di gran fervore, da qualche anno ridotta a un’uscita all’anno; nel 2015 è uscito, tredicesimo della serie, Il romanzo massimalista di Stefano Ercolino). C’era da salutare con favore che una major dedicasse una nuova collana alla cenerentola dei prodotti editoriali, affidandone oltretutto progetto e cura a uno scrittore che, se non proprio irresistibile in quanto tale, era in quegli anni un commentatore pressoché onnipresente sui media, ai quali aveva imposto uno stile duro e secco, spesso provocatorio e talora non privo d’efficacia (come quando in tivvù nel 2005, premiato al Campiello – non propriamente un’assise di militanti estremisti – per il suo libro di gran lunga migliore, Il sopravvissuto, tra il serio e il comunque tetramente faceto, all’intervistatore Bruno Vespa aveva detto, più o meno, di volerlo sopprimere). Tra le radici del progetto Scurati citava addirittura la Scuola di Francoforte (in quegli anni, prima del revival attuale, al nadir delle proprie fortune), dicendo però di volerne adattare lo spirito alla «società liquida» di oggi. E precisava, a scanso di equivoci: «le matrici non saranno marxiste o di altre espressioni politiche definite, e ci saranno autori dichiaratamente di sinistra e di destra». Uno slogan? Per «una critica postideologica della cultura». E infatti, accanto a uno dei titoli migliori prodotti dalla nostra saggistica degli ultimi vent’anni, All’ordine del giorno è il terrore di Daniele Giglioli, tra le prime uscite figurava Lo stato dell’arte del manager culturale Andrea Kerbaker, la cui ricetta per la «valorizzazione del patrimonio culturale italiano» suonava squisitamente pre-renziana: «Vivacità, mobilità, originalità, semplicità, contaminazione, comunicazione e contemporaneità».

Sullo stesso giornale dove scriveva Scurati, La Stampa, commentava allora Marco Belpoliti che un simile progetto era indubbiamente figlio del culto del nostro tempo per Pasolini e il suo modello di intellettuale, incollocabile nelle ideologie novecentesche ma ciò malgrado animato dalla «passione della lotta per la lotta, dell’agone per l’agone»: in una «necessità di alimentare di continuo il mito dell’autore, ovvero di se stesso», e dove «il conflitto non ha bisogno di ulteriori giustificazioni ma basta a se stesso». È senz’altro così. Che oggi si faccia un vanto di essere partigiani omettendo il dato marginale di specificare di quale partito si sia, è un gesto perfettamente anti-novecentesco: se è vero che, come ha scritto proprio Giglioli nel suo ultimo libro (Stato di minorità, Laterza 2015), «il Novecento è stato il secolo del Partigiano», nella formula (di matrice ideologica non così rassicurante) di Carl Schmitt: «Partigiano è colui che porta inscritto fin nel nome il suo essere di parte, orgogliosamente, per scelta e non per costrizione». Essere di parte significava, nel Novecento, inalberare delle insegne e anche, ahinoi, indossare divise. Quelle che ci garantiscono (o così dovrebbero fare) contro il fuoco amico, ma che – in primo luogo – giustificano il fuoco dei nemici. Una cosa che oggi, si sa, non ci possiamo e non ci vogliamo più permettere.

Ma a uno storico delle ideologie novecentesche – questo grande scheletro nell’armadio del nostro tempo – il gesto di rivendicare lo stile dell’energia, indipendentemente dal progetto politico al quale tale energia dovrebbe contribuire, ricorda qualcosa di più antico di Pasolini (anche se Pasolini – un giorno lo si dovrà pur dire con esattezza – viene proprio da lì). È un sentimento che, a cavallo fra Otto e Novecento, ha contrassegnato le parabole ideologiche di tanti esagitati attivisti, pronti a cambiare cavallo non per cinico opportunismo (che per la verità ad alcuni di loro non mancava di certo), ma appunto per la carica temperamentale agonistica che preesisteva a, e prescindeva da, la loro collocazione politica. Chi lo ha spiegato meglio di tutti è uno dei maggiori storici della politica viventi, l’israeliano Zeev Sternhell, in un libro dal titolo eloquente: Ni droite, ni gauche. L’idéologie fasciste en France (Seuil 1983, in Italia tradotto due anni dopo da Akropolis, nel ’97 riproposto da Baldini & Castoldi). Pochi libri meglio di questo fanno capire, psicologicamente prima che politicamente, quella che Sternhell chiama la «reversibilità» piccolo-borghese del sovversivismo anarchico e sfrenatamente individualista. Se d’Annunzio e Mussolini – antropologicamente così difformi – hanno qualcosa in comune, è precisamente questo.

Introducendo alla riedizione recente (La Finestra 2015) di un saggio classico sull’ambivalenza ideologica degli stili dell’energia nell’Europa novecentesca, L’esteta armato (prima edizione il Mulino 1990), Maurizio Serra ha annotato una scritta vista su un muro di Roma, alla data del Capodanno 2013: «Ama la trincea, disprezza il salotto». Ecco, che possa tornare di moda qualcosa che, seppur lontanissimamente, possa far pensare a questo – sotto il sorriso piacione di un giocatore di Polo dai lunghi capelli brizzolati, o sotto la vernice glamour di qualche intellettuale in cerca d’autore – non è precisamente la migliore delle prospettive, per l’anno che viene.

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