welbyRossella Catanese

«Dopo che abbiamo offerto alla vita il nostro entusiasmo, la nostra incurante giovinezza, cosa possiamo offrire per sentirci ancora vivi? Il nostro corpo. Il nostro corpo umiliato, forato dalle cannule, vincolato al respiratore. Corpo, limite e confine, che ad ogni risveglio ci colpisce con l’insensatezza di una tragedia senza fine. Il nostro corpo è ciò che possiamo offrire come estrema conseguenza di una legge per la vita. Lottare per una legge che permetta l’eutanasia».

Piergiorgio Welby

Il recente dibattito sui funerali di Licio Gelli, scomunicato, ha fatto tornare sotto i riflettori dei media il nome di Piergiorgio Welby, icona della lotta per il diritto all’autodeterminazione. Mauro Leonardi dell’Huffington Post intitola un suo recente articolo «Da prete mi chiedo: perché si fanno funerali in Chiesa a Gelli e Casamonica e si negano a Welby?», e anche Mina Welby rivendica il diritto di poter scegliere se avere un funerale, come è stato per Vittorio Casamonica, per Licio Gelli e per tanti altri personaggi discussi, ma non per suo marito Piergiorgio, personaggio dalla fedina penale pulita, la cui unica colpa è stata quella di rappresentare un diritto civile considerato contrario alla dottrina cattolica.

Quasi dieci anni fa, nel 2006, i palinsesti italiani avevano diffuso l’immagine scioccante di un uomo nello stadio terminale di una distrofia muscolare progressiva, attaccato a un respiratore polmonare, che con la voce sintetica di un computer chiedeva al Presidente della Repubblica il diritto di potersi sottrarre all’accanimento terapeutico previsto dalle istituzioni sanitarie italiane e di concludere dignitosamente la propria vita. Dopo dieci anni, quella voce torna nel documentario di sessanta minuti Love is All. Piergiorgio Welby, Autoritratto, realizzato da Livia Giunti e Francesco Andreotti e presentato lo scorso 4 dicembre alla cinquantaseiesima edizione del Festival dei Popoli di Firenze. Una narrazione in prima persona, che i registi propongono attraverso una rielaborazione, durata otto anni, dei numerosi materiali lasciati da Welby. Si tratta di centinaia di poesie, dipinti, fotografie, sperimentazioni intermediali inedite, che guidano una vocazione costante all’autorappresentazione. L’intervento registico sui materiali mira ad una formula a tratti più curatoriale che autoriale: nonostante i sofisticati e sobri effetti di animazione sui quadri, che non «falsificano» mai l’impatto visuale, è soprattutto il lavoro di selezione ed editing delle immagini ad aver composto un mosaico variegato del viaggio artistico e umano di Welby e della sua vita.

La vicenda delle genesi creativa del film parte da un altro documentario: le riprese alla vita urbana dei falchi pellegrini nella capitale, attraverso cui gli autori risalgono a un blog di birdwatchers frequentato assiduamente da Piergiorgio Welby, che osservava tramite webcam i falchi che vivono sul tetto della Sapienza di Roma; gli autori si sono dunque incuriositi ed è nata una ricerca verso un’altra natura, la cui vitalità negata non ha mai interrotto gli interessi e la vivacità intellettuale.

Il fine ultimo di molti documentari biografici è di narrare una storia, le controversie di una personalità complessa, cercando di costruire ricordi e suggestioni. L’immagine soggettiva è sempre attraversata dalle pulsioni memoriali e da quei frammenti che costellano anche un’epoca e la sua cultura, connettendo le dinamiche identitarie dell’individuo con fenomeni e costumi sociali; il che spesso crea una distanza, tra il narratore e il narrato, che rappresenta la prima difficoltà per la composizione di un ritratto.

In Love is All, nonostante l’ambizione del voler raccontare una figura tanto discussa, gli autori sono riusciti a svelare con grande discrezione le immagini e le parole di una personalità complessa, dando spazio ai numerosi punti di vista contenuti in una sola autobiografia. L’autorappresentazione di Welby, dunque, induce la sensazione della narrazione in prima persona, resa possibile da una forte relazione empatica che i registi hanno consolidato con la sua vasta produzione artistica e poetica, nonché con i suoi stessi legami familiari. Il simbolico scavalcamento del mistero esistenziale degli esseri umani (il cartello «No trespassing» di Citizen Kane di Orson Welles, l’impossibilità di raccontare la complessità della vita di un uomo) qui fa i conti con una versione inedita del personaggio pubblico. Il film riesce a dare voce alle tante linee di forza di un avido lettore, di un pensatore autonomo, un viaggiatore curioso e vitale, un vero e proprio grafomane. Una voce diversa da quella robotica contenuta nel videomessaggio che ha fatto irruzione nelle case degli italiani, interpretata da Emanuele Vezzoli; ma anche una voce che esula dalla maggior parte degli aspetti legali, burocratici e politici dell’avventura nota ai più, ma che costruisce una storia alternativa proprio dalla prospettiva dei suoi stessi materiali, i quali danno luce alla volontà autoriflessiva di Welby, alla sua ricerca artistica e filosofica.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.