boy-sleeping-over-laptop-school-52011433Giorgio Mascitelli

Su un giornale distribuito gratis in metropolitana, leggevo un articolo sulle giovani generazioni, i cosiddetti nativi digitali. Che a quanto pare non conoscono così bene l’uso del computer quanto si crede, sicché dovrebbe essere la scuola a insegnarglielo. Sono rimasto affascinato da come l’autrice finisse con l’implicitamente demistificare uno dei capisaldi ideologici del discorso dominante sulla scuola. Com’è noto, infatti, molti dei più recenti provvedimenti di riforma sarebbero stati presi, a detta dei loro sostenitori, sotto la necessità urgente di far fronte a un’ondata di studenti nativi digitali non più in grado di sopportare l’insegnamento tradizionale. Il che imporrebbe un radicale cambio dell’impostazione dello studio, un taglio netto dei vecchi contenuti (particolarmente quelli per tradizione considerati utili a sviluppare una visione critica delle cose) e una sostanziale eliminazione del ruolo dell’insegnante nella trasmissione di contenuti che dovrebbero essere prodotti autonomamente tramite la rete.

Invece basta che un’insegnante ci racconti la sua esperienza sul campo, per scoprire che i famosi nativi digitali in realtà non sono poi così nativi: quasi fossero personaggi di quelle sorpassatissime pièce teatrali dell’assurdo che una volta si studiavano (appunto) a scuola. Naturalmente l’emergere di queste evidenze non cambierà minimamente il discorso mediatico sui nativi digitali, e ciò per un motivo molto semplice: se cade il loro mito cade allo stesso tempo il postulato dell’informatica come strumento didattico unico, architrave ideologico e infrastrutturale della «buona scuola». Se il computer non è uno strumento didattico importante, ma l’unico, già definirlo «strumento», in una prospettiva del genere, risulta alquanto riduttivo.

Se ci si interroga sulle cause di questa idolatria informatica è facile indicare, a un primo livello, interessi economici molti forti. Se per esempio leggiamo il recente Piano per una scuola digitale prodotto dal Ministero dell’Istruzione, è possibile trovare già in sede introduttiva la seguente affermazione: «la scuola è, potenzialmente, il più grande generatore di domanda di innovazione, e quindi di digitale, ed è anche in quest’ottica che deve essere letto questo Piano». Con un eufemismo nemmeno troppo criptico, si sottolinea come la scuola possa rappresentare il mercato ideale per un’offerta di prodotti digitali che evidentemente, in altri settori, ha raggiunto la saturazione: in accordo con le dottrine ordoliberali dominanti in Europa, secondo le quali il settore pubblico deve intervenire in funzione di sviluppo del mercato, quando il privato è in difficoltà.

A un secondo livello, indubbiamente le mitologie digitali e le loro applicazioni scolastiche afferiscono a una dimensione ideologica che non va sottovalutata. La credenza che l’innovazione della didattica coincida con il monopolio dell’informatica a scuola è un tipico esempio di quello che Evgenij Morozov ha chiamato soluzionismo, ossia la convinzione che la rete e le applicazioni tecnologiche possano risolvere di per sé qualsiasi problema del mondo.

In realtà l’introduzione massiccia dell’informatica sembra piuttosto ubbidire all’imperativo di adeguare la scuola alle pratiche, ai contenuti e ai valori del discorso mediatico. Il fatto che uno degli argomenti principali, a favore dell’uso pressoché esclusivo di contenuti prodotti dall’industria informatica, sia la tesi che le lezioni siano noiose costituisce un’eloquente prova dell’idea che la scuola debba proporsi essenzialmente come intrattenimento. Il discredito gettato sugli insegnanti, che sarebbero incapaci di spiegare e andrebbero sostituiti da software didattico, mantenendo solo una funzione di controllo e valutazione, è un attacco non solo all’aspetto intellettuale della funzione docente, ma mina la stessa possibilità di quella specifica relazione umana che è l’insegnamento, e all’interno della quale si costituisce la scuola stessa.

Non bisogna però credere che quella che si va proponendo nel discorso mediatico sia un’immensa scuola «Marilyn Monroe», di morettiana memoria. Perché se incrociamo la proposta di liquidazione per via informatica dell’insegnamento della tradizione culturale, con la spinta a una valutazione sistemica della performance degli studenti e degli istituti e di sviluppo dei valori della competitività, emerge con chiarezza il progetto di una scuola tesa a garantire e a riprodurre i meccanismi ideologici di potere della nostra società. In fondo intrattenimento più introiezione dei meccanismi di competizione e di mercato potrebbe essere una formula che spiega molte cose del funzionamento della società.

La contestuale esaltazione del multitasking, ossia della capacità di fare contemporaneamente più cose – che sarebbe il carattere tipico dei nativi digitali –, come forma superiore di agire umano rivela la solita ostilità dell’apparato mediatico ai ritmi e alle pratiche che sviluppano le capacità di riflessione e di consapevolezza critica. La novità è che questa ostilità si traduce per la prima volta in un programma didattico per le scuole.

In un certo senso nulla di nuovo, verrebbe da dire, rispetto a quanto riscontrato da coloro che hanno già analizzato l’ideologia e il discorso digitali. Con l’aggiunta però del fatto che in questo caso il discorso è direttamente funzionale a costruire una scuola che riproduca in maniera meccanica e immediata le dinamiche sociali vigenti, e ad abituare gli studenti a considerarle le uniche immaginabili.

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4 Risposte a Mitologie dei nativi digitali

  1. carla ida salviati scrive:

    Interessante ed equilibrato l’articolo di Mascitelli. Come persona che si e’ occupata (in vari e diversi modi) di scuola, vorrei ricordare che l’insegnamento “ex cathedra” era gia’ parso obsoleto negli anni ’60 con le prime “macchine per insegnare” di derivazione “skinneriana”, che in Italia parevano un’ “americanata”. Oggi il problema si sposta sull’autorevolezza delle fonti (e’ sempre vero che il libro di testo e’ più attendibile di wikipedia? E’ sempre vero che (per contro) il libro “autogenerato” dai docenti stessi sia culturalmente e didatticamente migliore di quelli sul mercato editoriale?). Ma si sposta soprattutto sulle modalita’ di apprendimento dei giovani che oggi sono perennemente connessi: e, attenzione, non al computer ma allo smartphone, modalita’ ben diversa. Anche se gli studi cominciano ad essere molti, credo si sappia pochissimo di come avvenga davvero l’apprendimento attraverso le tecnologie in questi nativi digitali che “sembrano” conoscere benissimo i mezzi solo perche’ li fanno funzionare: non perche’ ne possiedano la logica e i raffinati meccanismi mediatici. Introdurre le tecnologie nella scuola non significa allora insegnare con la (gia’ superata…) LIM ma lavorare all’interno delle tecnologie per saperle usare ai propri fini, e non caderne schiavi. Che e’ un rischio, a mio modesto parere, grande soprattutto tra i più giovani e i meno “socialmente solidi”. Qui vedo una vera grande missione della scuola dei nostri giorni. Carla Ida Salviati

  2. Ciao, mi dici in base a cosa affermi che secondo gli innovatori digitali “gli insegnanti sarebbero incapaci di spiegare e andrebbero sostituiti da software didattico, mantenendo solo una funzione di controllo e valutazione”, “l’innovazione della didattica coincide con il monopolio dell’informatica a scuola” e il computer è l’unico strumento didattico importante?
    Sai, io lavoro da molti anni in questo campo, ma evidentemente mi deve essere sfuggito qualcosa che tu invece hai sicuramente colto dalla lettura dei vari decreti e normative, oltre che da un approfondito studio sul campo. Mi puoi dare i riferimenti su cui ti basi?
    Grazie.

    • giorgio mascitelli scrive:

      Buona sera, innanzi tutto mi scuso per non averle risposto prima, ma non ero in linea. In secondo luogo vedo con sorpresa che mi attribuisce delle dichiarazioni relative a degli ‘innovatori digitali’, di cui io non ho parlato, anche perché non so chi siano. In ogni caso a livello mediatico del discorso ideologico generale si possono citare a titolo d’esempio il discorso di Eric Schmidt in occasione dell’incontro con il ministro Franceschini nel 2014, l’accoglienza mediatica del progetto di Negroponte One Laptop per Child nel2007, il discorso di Alessandro Baricco sulla scuola alla Repubblica delle idee del giugno 2015. Il discorso sugli insegnanti ha come fonti le raccomandazioni OCSE sulla scuola nei vari rapporti annuali, alcune dichiarazioni di noti manager ed esponenti pubblici ( a titolo di esempio quelle dell’a.d. di Finmeccanica Moretti al meeting di Rimini dello scorso agosto)e di esponenti politici ( sempre a titolo di esempio numerose dichiarazioni dell’ex ministro Profumo, il cui senso generale può essere trovato nel discorso di inaugurazione dell’a.s.2012-13). Mi sembra di capire dalla sua ironia nei miei confronti che considera superflua la conoscenza delle normative per chi lavora sul campo, tuttavia almeno la conoscenza del piano digitale da me citato nell’articolo è a mio avviso importante: ad esempio per l’introduzione della figura dell’animatore digitale in ogni scuola.

  3. giorgio mascitelli scrive:

    Nel ringraziarla per l’attenta lettura, concordo sull’obiettivo di dare una dimensione critica all’uso dell’informatica e quindi anche del linguaggio mediatico.Vorrei sottolineare, che, tuttavia, esiste un approccio, largamente maggioritario nella cultura delle istituzioni che si occupano di scuola, che si pone come obiettivo essenziale dei processi educativi la capacità di rispondere con prontezza allo stimolo e un approccio educativo che pone al centro lo sviluppo delle capacità di riflessione e di rielaborazione con i loro tempi e le loro modalità: parlare dell’informatica nella scuola oggi significa tenere conto di queste due linee e trarne alcune conseguenze.

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