assembleElena Malara

Quanto tempo doveva ancora passare prima che ammettessimo questo imbarazzante dilemma? Che la discussione sia in corso da tempo, in ambito accademico e nei salotti di settore, è cosa nota. Che il tutto ottenesse riconoscimento e legittimazione istituzionali, anche dallo stesso sistema dell’arte, risultava decisamente meno scontato. Lo scorso 7 dicembre, la consegna del Turner Prize – riconoscimento riservato ad artisti under 50, indetto ogni anno dalla Tate Gallery, nel cui albo d’oro figurano personaggi quali Gilbert & George, Anish Kapoor, Damien Hirst e Steve McQueen – al collettivo multidisciplinare di urban regenerators Assemble ha spazzato via le ultime esitazioni e sdoganato nel mondo dell’arte riflessioni che, negli ambienti dell’urbanistica e dell’architettura, sono ormai temi quasi classici: come affrontare il singolare corto circuito per il quale – al radicarsi di gallerie d’arte e poli culturali, e al concretizzarsi di stimolanti pratiche artistiche in una data area urbana, lo scoccare delle speculazioni immobiliari e la ripulitura etnica e sociale risulti in pratica inevitabile.

Non stiamo parlando, in fondo, di nulla di nuovo: dalla SoHo Newyorkese degli anni Settanta alla Londra del «Tate system», fino alle nuove capitali internazionali della cultura globalizzata (penso a Istanbul, Shanghai, Johannesburg...) abbiamo letto e discusso fino alla noia di artist-led gentrification e di assalto della creative class, con il conseguente trend della rigenerazione urbana e l’effetto collaterale della segregazione sociale. Siamo arrivati al punto di insofferenza del leitmotiv, della news reiterata, anche un poco stantìa. Invece, il Turner prize 2015 ci prende in controtempo. Ci dice che la nostra sensazione di noia era sbagliata; riporta in campo un sano senso di imbarazzo e ci sprona all’attenzione.

L’altra domanda a cui, in modo più sottile, questa nomina risponde è: ha veramente senso parlare di arte «utile»? Evidentemente sì. Questa nomina è un assist all’affermazione dell’artista Fernando-Garcia Dory, secondo il quale «gli artisti che creano solo bellezza ma non utilità appartengono a un genere minore» (dall’intervista da me raccolta in occasione della mostra Grow it Yourself curata da Marco Scotini al PAV di Torino).

E poi un’altra provocazione: ha davvero senso parlare ancora di arte, architettura, design, urbanistica, come discipline separate? Dall’arte pubblica degli anni Novanta e dall’estetica relazionale di Bourriaudiana memoria, fino alle odierne pratiche ibride di collettivi multidisciplinari attivi in tutto il mondo e al nuovo concetto di relational design, l’astio concettuale verso la funzionalità dell’arte è stato scavalcato in corsa dalla concretezza del fare di progetti che tali domande non se le pongono proprio: preferiscono l’azione. L’agire quindi si fa strada, le teste e le mani si trovano a cooperare per produrre interventi ibridi, in cui il saper fare – disegnare, organizzare, costruire – è tanto fondamentale quanto la lungimiranza e finezza della visione. Disassare lo sguardo, reinventare, progettare di conseguenza.

Il senso di avere con questa nomina centrato il punto, rispetto all’aria che tira, è quindi consistente. Il punto, direi, è proprio questo: il riconoscimento di una strada contemporanea aggiornata, rispetto alle responsabilità che anche una pratica apparentemente lontana dai concetti di impatto urbano e sociale, come l’arte, presenta. Un coming out, nel mondo dell’arte, dal savoir faire tipicamente britannico. Compiuto da una delle sue istituzioni più autorevoli per comunicare, con un sorriso educato, che determinate tematiche non si possono più ignorare. Anzi, valgono un premio.

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