Lelio Demichelis

Lo scorso anno un pezzo «natalizio» auspicava lo sciopero delle renne di Babbo Natale. Uno sciopero contro un mondo troppo tecnico e troppo economicistico, troppo veloce e senza più poesia, senza più stupore, senza più immaginazione umana e innovazione culturale (quella tecnica è invece inarrestabile e incontenibile). Se allora lo sciopero delle renne era solo auspicato, oggi possiamo dire – la fonte è autorevole e sicura: lo stesso Babbo Natale, che abbiamo incontrato grazie ai famosi sei gradi di separazione – che lo sciopero, le renne, poche settimane fa lo hanno proclamato davvero. Ricapitoliamo dunque i fatti, per come si sono svolti nella realtà. Il luogo è ovviamente Rovaniemi, gradevole centro della Finlandia settentrionale nelle cui vicinanze – come tutti sanno – vive Babbo Natale.

Tutto è iniziato qualche mese fa, quando Babbo Natale e i suoi aiutanti erano già al lavoro per preparare i regali di questo Natale 2015. Un giorno – che Babbo Natale non potrà mai dimenticare – è arrivata una strana lettera. Guardando la busta sembrava la normalissima lettera di un bambino. Poi però, in alto a sinistra, si leggeva una strana dicitura: JPMorgana (una consociata di quella banca d’affari che nel 2013, con un documento ufficiale sulla crisi del Sud Europa, ha accusato le Costituzioni di quei paesi di essere troppo socialiste e democratiche, quindi causa diretta delle inefficienze del sistema nonché di tutelare troppo i lavoratori e troppo poco il business e le imprese). Babbo Natale aveva sentito parlare di banche d’affari e agenzie di rating, ma pensava che fossero una favola per tenere buoni i bambini: se fai così arriva il lupo cattivo. La lettera era un potente atto di accusa contro di lui. Contro Babbo Natale. Iniziava riconoscendo che il Natale era ormai diventato una festa del consumo, e questo per JPM è cosa buona e giusta. Ma non bastava. Il Natale restava infatti ancora, nell’immaginario collettivo (soprattutto dei bambini), una festa basata sul dono (sul dono senza contro-dono; si compra sì ma per donare, per dare un segno di amore e di affetto) e questo, invece, è male. Il concetto di dono è infatti qualcosa di non capitalistico, diceva la lettera, e deve quindi essere cancellato, rimosso – troppo pericoloso per l’efficienza del sistema.

Se il Natale è ormai diventato una festa dei consumi, allora – continuava la lettera – che sia sì festa religiosa ma della religione capitalista, l’unica vera e universale, di cui loro di JPMorgana sono i teologi e i custodi del dogma. Alla fine si imponeva a Babbo Natale (pena il taglio di ogni finanziamento – ma quali finanziamenti?, ha chiosato Babbo Natale tra sé e sé) di accettare alcune trasformazioni (testualmente definite riforme strutturali), tra le quali la sponsorizzazione della slitta e delle renne, l’utilizzo (della slitta e delle renne e dello stesso Babbo Natale) per spot pubblicitari globali, e la chiusura di ogni pacco-dono con nastri anch’essi sponsorizzati e con un biglietto che richiamino il donatore (i marchi dell’economia globale).

Babbo Natale non ha dato peso alla missiva – sarà uno scherzo, ha concluso – e l’ha riposta in un cassetto. Ma quando due giorni dopo è arrivata un’altra lettera, questa volta di Standard&Rich’s, nota agenzia di rating statunitense – con la quale gli viene comunicato l’abbassamento del suo rating (in verità, nella lettera si parla della Babbo Natale & C.), da BBB + + + (il massimo, per Babbo Natale stabile da sempre) a 000 – – – (ovvero spazzatura) – questa volta ha cominciato a preoccuparsi seriamente.

Sette giorni ancora e a Rovaniemi sono arrivati tre esperti internazionali accompagnati da un biglietto da visita con scritta una sola parola: Troika. I tre hanno ordinato a Babbo Natale di mostrare loro i libri contabili della società, le ricevute fiscali, i cedolini dei salari dei dipendenti (ma io non ho dipendenti!, ha ribattuto invano Babbo Natale). Ma prima ancora di ricevere la documentazione richiesta hanno valutato che le renne sono troppe, ne va licenziata almeno la metà (aumentando ovviamente la produttività di quelle rimaste, che lavorano davvero troppo poco: solo un giorno all’anno!), come della metà (almeno) devono essere ridotti i dipendenti di Babbo Natale (il quale è pregato altresì di fornirne nomi, cognomi e indirizzi elettronici, onde accelerare le pratiche di licenziamento, ovviamente senza indennità di disoccupazione e con un drastico taglio alla pensione), suggerendogli di adottare il modello Uber per la consegna dei pacchi o, in alternativa, di utilizzare dei droni. E hanno aggiunto: basta con questa idea stravagante di fare regali senza nulla in cambio, è una concezione che sfida le regole auree (in realtà i tre hanno parlato di Tavole della Legge del Capitalismo – dette anche Tlc – ma Babbo Natale non è sicuro di avere capito bene) dell’economia di mercato, basata non tanto sullo scambio quanto appunto sulla competizione. Hanno sostenuto pure, i tre, che il modo di lavorare di Babbo Natale è del tutto irrazionale (portare doni a semplice richiesta, per lettera), servirebbe almeno un algoritmo. Ma soprattutto, hanno detto ancora, ciascuno (bambini compresi, che vanno addestrati al capitalismo fin da piccoli) può ricevere un regalo (ma è sbagliato chiamarlo così, meglio chiamarlo premio di produzione, benefit o bonus) solo se ha lavorato duramente, se ha aumentato la sua produttività, se ha rinunciato ai suoi diritti. Se non ce la si fa è inutile aspettare Babbo Natale, semplicemente si è out. E hanno concluso che Babbo Natale non esiste e che nel mondo reale esiste invece la mano invisibile – e questo ha stupito molto Babbo Natale, poiché lui era lì e loro gli stavano parlando.

Per farla breve: quando le renne e gli aiutanti di Babbo Natale hanno saputo della cosa hanno deciso di passare al contrattacco, ritenendo tali richieste inaccettabili e disumane. Quando è troppo è troppo. Hanno chiuso i tre della Troika in un igloo e buttato la chiave, stracciato e bruciato le lettere della JPMorgana e della Standard&Rich’s, e minacciato il mondo e i bambini di entrare in sciopero: per salvare non tanto il loro posto di lavoro (non è un posto di lavoro, hanno detto – preferendo definirsi creatori di meraviglia), quanto la loro stessa esistenza di appartenenti a un mondo molto reale e molto vero, anche se diverso dal capitalismo. Hanno anche chiesto che venga abolita la pubblicità dalla televisione e della rete e che la ricerca della piena occupazione e di uno sviluppo sostenibile diventino la norma nel mondo degli umani. Anche Babbo Natale si è unito a loro minacciando a sua volta di entrare in sciopero, per solidarietà coi suoi aiutanti e le sue amate renne. Alla fine – è storia di questi giorni – il mondo intero ha capito di avere sbagliato tutto (quando è troppo è troppo, appunto). Sono state dichiarate fallite, d’ufficio, JPMorgana e Standard&Rich’s (e non solo); è stata chiusa Wall Street (e non solo), obbligando i trader di tutto il mondo a svolgere un lavoro sociale e ambientale; sono stati lanciati una serie di virus informatici contro gli algoritmi della rete; i tre della Troika sono stati lasciati nell’igloo (anche perché davvero la chiave non s’è più trovata); i diritti sociali sono stati salvati, in Occidente, ed estesi nei paesi poveri e sfruttati dalle multinazionali; la competizione economica è stata abolita (è un crimine contro l’umanità, ha poi sentenziato la Corte Suprema di Giustizia – da allora chiamata anche Tribunale di Rovaniemi); la rete è stata nazionalizzata e resa finalmente libera e democratica; i naviganti della rete hanno smesso di definirsi nodi e sono partiti alla ricerca di isole sconosciute; Babbo Natale ha portato ovviamente i doni ai bambini nelle case degli uomini, tornati ad essere finalmente esseri umani.

E tutti vivranno felici e contenti.

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