G.B. Zorzoli

Opportunamente adattato, l’incipit della famosa inchiesta di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano – «di sicuro c’è solo che è morto» – vale anche per commentare la conferenza di Parigi sul clima, COP21, conclusasi lo scorso 11 dicembre. Di sicuro c’è solo che i 193 paesi partecipanti hanno riconosciuto la natura antropica della crescita della temperatura del globo: il cui incremento, oggi di quasi un grado, va tenuto sotto due gradi o, meglio ancora, sotto 1,5 °C, se si vogliono evitare effetti irreversibili.

Dopo le attese create, la conferenza di Parigi non poteva diventare una replica dei precedenti summit sul clima. Un accordo andava raggiunto a tutti i costi e infatti è stato trovato, ma solo su dichiarazioni di principio, che hanno consentito a governi e media, ma anche a diversi ambientalisti, di cantar vittoria, passando sotto silenzio che, per stare sotto 2 °C, il picco delle emissioni di gas serra deve essere raggiunto entro il 2030 e addirittura entro il 2020 per tenersi sotto il più tranquillizzante grado e mezzo. Peccato che in un «accordo che vale per un secolo», come si è affrettato a dichiarare Hollande, gli impegni di riduzione delle emissioni al 2030, autonomamente presi dalla maggioranza dei paesi presenti a Parigi, porterebbero comunque a una crescita di almeno 2,7 °C e in proposito non solo l’accordo raggiunto si limita a dire che il «carbon peaking» va raggiunto nel minor tempo possibile, ma addirittura «dimentica» di indicare con quali strumenti raggiungerlo.

Questo, malgrado lo stesso mondo delle imprese e della finanza – in particolare FMI, Banca Mondiale e un centinaio di grandi multinazionali, fra cui diverse imprese energetiche, preoccupate del rischio che gli effetti del riscaldamento globale compromettano i loro investimenti futuri – abbiano espressamente chiesto alla conferenza di Parigi di introdurre il «carbon pricing», considerato strumento insostituibile per orientare gli investimenti. Niente da fare. Nel testo dell’accordo le parole «carbon pricing» non compaiono mai, nemmeno come uno degli auspici e delle indicazioni generiche – di cui il documento non è certo avaro. Quasi si trattasse di un’espressione oscena, da espungere da un testo diplomatico.

Perfino gli impegni volontariamente assunti dai singoli paesi non sono vincolanti. D’altronde non si saprebbe come controllarne gli esiti in modo credibile, visto che i singoli paesi rendiconteranno autonomamente i risultati acquisiti, senza nemmeno l’obbligo di effettuare le misure secondo standard concordati: l’adozione di linee guida e standard comuni è infatti rinviata a un futuro incontro, da tenersi a data imprecisata.

Il 2020 è domani, anche il 2030 è dietro l’angolo, eppure la prima verifica formale dei risultati acquisiti dai singoli paesi avverrà soltanto nel 2023 e le successive a distanza di cinque anni, ma i risultati delle verifiche serviranno solo a «informare» i singoli paesi, affinché decidano in modo autonomo le modifiche dei loro programmi. È vero, l’accordo auspica che nel frattempo si raggiungano intese più impegnative e vincolanti ma, visto l’andazzo, è forte il rischio che ci si arrivi a babbo morto.

Per arrivare a questi risultati sono convenute a Parigi 5.000 persone, fra cui più di cento fra capi di stato e di governo. Un bel costo, anche ambientale. Nulla, comunque, rispetto a quanto ci aspetta, dato l’alto numero di Comitati, Subsidiary bodies, Gruppi di lavoro, ecc. previsti per la gestione di tutte le numerose disposizioni contenute nell’accordo. Come ha scritto un commentatore molto meno severo del sottoscritto sull’esito della conferenza di Parigi, «lascia un po’ di amaro in bocca il fatto che la fine del preambolo dell’accordo non sia sull’urgenza dell’azione, ma sulla “urgenza di rendere disponibili fondi addizionali” per far funzionare la macchina amministrativo-burocratica».

La più efficace sintesi della conferenza l’hanno fornita George Monbiot sul Guardian («I risultati di Parigi sono i migliori che abbiamo conseguito finora. E questo è un terribile atto d’accusa») e Laurence Tubiana, membro della delegazione francese («Il cambiamento climatico riguarda gli ecosistemi. I negoziati sul cambiamento climatico riguardano gli ego-sistemi»).

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