daeshMassimo Conte

Riferendosi a Ponte delle spie, il suo ultimo film, dice Steven Spielberg che una volta si sapeva benissimo dove stavano i nemici e dove «noi». «È vero, avevamo paura, ma col tempo ci rendemmo conto che il nemico aveva un volto, era riconoscibile… Oggi, non sappiamo più chi siano, che volto abbiano, che cosa vogliano… La confusione, l’incertezza, l’ignoto spaventano più dell’arsenale sovietico negli anni Sessanta».

Per difendere i suoi valori e la sua egemonia nell’area, l’Occidente ha pagato i mujaheddin, nell’Afghanistan, con dollari e armi contro i sovietici: operazione fallimentare costata in quindici anni miliardi di dollari ai contribuenti occidentali. «Ci sono serviti, li abbiamo armati e pagati, hanno fatto il lavoro sporco, poi ce ne siamo andati» (Hillary Clinton). Il dopo non interessava, misto di cecità culturale e cinismo politico. Questo l’inestricabile brogliaccio costruito tra gelide montagne afgane e deserti iracheno e libico; poi in Siria, dove l’indignazione è emersa solo per l’uso (forse) di agenti chimici nel 2013 contro i ribelli anti Assad. Migliaia di morti con armi convenzionali erano accettabili, non l’emozione per l’uccisione di un uomo coi gas. Non pensiamo a un singolo morto ma ci sdegniamo per come muore! Senza parlare dell’Iraq, invaso alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Dunque il complesso militare dell’Occidente è più potente di leadership politiche incapaci di faticose strategie negoziali mai neutre, come ricorda Adorno: per il quale la minaccia di una violenza immediata sopraggiunge in ogni mediazione, un rischio fiduciario in ogni scambio sociale. Dalla fiducia interpersonale tra due attori che comunicano con il rischio di un reciproco inganno, a quella sistemica della deterrenza atomica.

Per riflettere su questi temi culturali partiamo da due assunti. Il primo: «ciò che noi chiamiamo Rinascimento segnò l’effettiva nascita del colonialismo e dell’antropologia. Tra l’uno e l’altra, rivali sin dalla loro comune genesi, è andata avanti per quattro secoli una disputa ambigua» (Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici). Il secondo: «in una società civile non potrebbe esserci giustificazione alcuna per l’unico crimine umano realmente imperdonabile, che consiste nel credersi permanentemente o temporaneamente superiori e nel trattare gli uomini come oggetti, che ciò si verifichi indifferentemente in nome della razza, della cultura, del progresso, di un mandato ufficiale o semplicemente di un pretesto contingente» (Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull’origine e sui fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini).

Valutiamo così le risposte della Francia agli attentati del 13 novembre, annunciati dall’eccidio, il 7 gennaio, dei disegnatori dell’insopportabile Charlie Hebdo. «Noi» siamo nella ragione perché abbiamo dalla nostra il «Dio» dei valori democratici, «loro» hanno torto perché il loro è un «Dio» di guerra. Non interrogandoci su come gli altri ci vedono, il mancato riconoscimento prelude a una difficile reciprocità. Gli attentati di Parigi hanno condotto all’immediata dichiarazione di un état d’urgence, stato di eccezione con limitazione delle libertà in nome di opzioni securitarie, un’autoritaria sospensione di tre mesi delle garanzie costituzionali e della Convenzione dei diritti umani. Poteri eccedenti e di eccezione, potere che esclude mentre include, «essere-fuori e, tuttavia, appartenere» (Giorgio Agamben, Stato di eccezione). Come il Patriot Act promulgato all’indomani dell’11 settembre, al fine di immunizzarci da contaminazioni inevitabili nelle società aperte, essendo impossibile una sicurezza totale anche coi controlli panottici che sono stati introdotti.

I quali generano effetti perversi. Ultimo caso quello di Mustafa al Aziz al Shamiri, 37 anni, 13 (!) dei quali trascorsi nel carcere di Guantanamo (quello che Obama voleva chiudere, ma non ha chiuso). Trattenuto per uno scambio di identità, confuso con un’altra persona dal nome simile (!) mentre era un semplice miliziano yemenita («Lettera43.it»). Impossibile non pensare alle torture e alle umiliazioni di Abu Ghraib: solo una diversa legalità per l’amministrazione di Bush junior. Intanto si bombarda la Siria senza uno straccio di coordinamento di intelligence; da soli si fa bella figura.

L’effetto simbolico di restrizione dell’imprevedibile consiste in un’asimmetria informativa, mutuata dal processo economico: per cui un’informazione rilevante non condivisa da tutti finisce per favorire solo coloro che sono in possesso delle informazioni più riservate. Questa asimmetria accentua poteri eccezionali di controllo e finisce per rendere in apparenza visibili, nitide ed accertabili tutte le potenziali zone d’ombra di cui si compone il corpo delle società occidentali, mentre del Califfato di Daesh non sappiamo in sostanza nulla (per imperizia, scarsa efficienza o volontà di non interrompere contatti proficui). Mentre non riusciamo a districarci nel proliferare di clan e tribù che di continuo mutano i loro rapporti di forza sul terreno, perdiamo tempo per capire quali regole di ingaggio sarebbero più funzionali agli obiettivi.

Ma quali dovrebbero essere, questi obiettivi? Distruggere Daesh? Ammazzare tanti dei suoi affiliati, o tutti, mentre loro vendono petrolio, comprano da noi armi e usano canali finanziari globali? Grande è il disordine sotto il cielo, ma la situazione non pare eccellente. Nell’attuale gioco del terrore a somma zero, vittoria dell’uno e sconfitta dell’altro, l’alibi è che l’Occidente non ha chiesto di giocare e soprattutto non vorrebbe giocare con queste armi. Non potendo utilizzare l’«arma fine di mondo» del Dottor Stranamore (ma intanto Putin, negandola, ne azzarda l’uso!), per contrastare la quasi guerra urgono decisioni e azioni chiare, non geopolitiche ambigue a difesa di interessi personali.

Stupisce pure l’interrogarsi stupiti sui foreign fighters europei. Il problema, tra gli altri, è aver ritenuto che l’integrazione degli immigrati di prima generazione, che volevano essere inclusi accantonando le proprie radici, avrebbe funzionato anche per le seconde generazioni, nate nei nuovi territori, formalmente incluse ma nei fatti escluse. Non siamo dinanzi a «devianti» disperati, ma a integrati marginalizzati da nuovi codici e culture, vogliosi di ri-appropriarsi delle proprie radici etniche. Le banlieues parigine ne sono un esempio lampante. Con la crisi del modello melting pot, nel quale le culture sopraggiunte sono di fatto subordinate a quella che le accoglie, dovremmo riflettere sul più complesso salad bowl, un’insalata i cui ingredienti rilasciano ciascuno il proprio sapore. Le forze che sfidano i valori illuministi di libertà, eguaglianza, fraternità, da tempo in crisi nell’Occidente, obbligano a riflettere nella società globale sull’ardua costruzione di un uomo dell’umanità. Senza dimenticare che l’essere umano è ambivalente, agisce con e per gli altri ma anche contro, apre ponti ma alza muri. Il rischio è che l’uomo non determinato e indefinito, insomma un «essere libero e indefinibile» (Gunther Anders, L’uomo è antiquato), sia sottoposto a forme di restrizioni, controllo e sorveglianza che finiscono col coincidere con l’intero territorio; senza che ciò però scalfisca, e tanto meno sradichi, cattive coscienze, affari, ambiguità ed interessi, per far prevalere valori condivisibili che, al momento, sono perfettamente indeterminati. Quali valori? E chi li dovrebbe condividere?

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Una Risposta a Asimmetrie del terrore

  1. Francesca Battistella scrive:

    Ottimo davvero, caro Massimo! Bell’articolo complesso e di non facile lettura, ma che ampiamente condivido in termini di analisi di quanto accaduto e in fieri al momento. Non citi Howard Zinn ‘Nin in nostro nome’, ma ti darebbe ragione anche lui, credimi. Complimenti!

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