ProustPaolo Godani

In una conferenza tenuta nel 1978 al Collége de France, Roland Barthes ricordava che Proust, prima di iniziare a scrivere la Recherche, è stato a lungo «indeciso» tra saggio e romanzo, cioè tra quelli che per Barthes sono, rispettivamente, il genere del concetto e il genere dell’affetto, o anche – potremmo dire – il genere dell’intemporale e dell’impersonale, e il genere del tempo e dell’esperienza vissuta. La ragione che ha consentito a Proust non di decidere tra due generi precostituiti, ma di inventare quella «terza forma», né saggio né romanzo, che è La ricerca del tempo perduto, non è certo estranea al fatto che il saggio a cui pensava Proust tra il 1908 e il 1909 (cioè immediatamente prima di iniziare la scrittura della sua opera, nell’estate del 1909) fosse contro Sainte-Beuve. Mettere in discussione il metodo «biografico» del celebre critico non significava tanto – come si dice talvolta con un riferimento piuttosto improprio al pensiero di Bergson – opporre all’io superficiale, sociale e mondano dell’autore (dalle cui vicende Sainte-Beuve pretendeva di trarre le motivazioni e il senso dell’opera letteraria) un io profondo, inaccessibile dall’esterno e che costituirebbe l’autentica origine dell’opera; significava semmai mettere in questione l’idea che il contenuto e dunque il senso di un’opera letteraria potessero avere la stessa natura e lo stesso statuto del contenuto di un vissuto biografico. Contro Sainte-Beuve, Proust afferma che il contenuto o il materiale di un’opera letteraria non ha niente a che vedere con il contenuto dell’esperienza biografica, proprio in quanto ha qualcosa in comune con il materiale di cui si compongono i saggi, cioè i concetti. Analogamente a questi, infatti, i personaggi e gli eventi narrati nell’opera letteraria che Proust si apprestava a scrivere sorvolano il vissuto personale governato dalla cronologia e pretendono una sorta di eternità. La vita di cui parla la Recherche non va intesa – per dirlo ancora con Barthes – come un «curriculum vitæ», ma come «una costellazione di circostanze e di figure», non dunque come un decorso lineare, mimetico rispetto allo sviluppo di una biografia, ma come un ordine non dissimile da quello che si stabilisce nello spazio dei concetti. In questo senso, anche l’indecisione proustiana tra saggio e romanzo non è un dato meramente biografico riguardante lo scrittore Marcel Proust, ma il sintomo dell’emergere di un genere ulteriore, capace di vedere il vissuto stesso come un luogo popolato di concetti, ovvero di far sì che i concetti acquistino la concretezza dell’esperienza vissuta.

Da qui, cioè per la rilevanza niente affatto secondaria che il problema del «saggiamo» riveste nell’autore del più grande romanzo del Novecento, l’importanza che hanno per noi i Saggi di Proust, riproposti oggi a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini e Marco Piazza per i tipi del Saggiatore. Questa edizione dei saggi proustiani è in gran parte fondata sull’edizione francese del Contre Sainte-Beuve (précédé de Pastiches et mélanges et suivi de Essais et articles), pubblicata da Gallimard nel 1971, a cura di Pierre Clarac (sulla quale già era esemplata la precedente silloge organica, uscita nei «Millenni» einaudiani nel 1984 per le cure della sola Bongiovanni Bertini, col titolo Scritti mondani e letterari). I Saggi conservano sostanzialmente, dunque, la struttura decisa dall’editore francese, con una divisione in sezioni ordinate cronologicamente (Juvenilia, Esordi letterari, Ai tempi di Jean Santeuil, Vita mondana. L’influenza di Ruskin, Gli anni della creazione, Dopo la guerra). Si è deciso però di rinunciare alla traduzione dei pastiches letterari in cui Proust mima lo stile di altri scrittori (Balzac, Flaubert, i Goncourt etc.), in ragione del loro «carattere di parodie incentrate essenzialmente su scelte lessicali e sintattiche specificamente francesi, [che] non si prestano alla trasposizione in un’altra lingua». In compenso possiamo leggere, per la prima volta nella nostra lingua, i Cahiers Sainte-Beuve: i frammenti narrativi che erano stati esclusi dall’edizione Gallimard e che ora (sulla scia delle recenti edizioni tedesca e spagnola) sono disponibili grazie alla traduzione e alla cura di Marco Piazza.

Chi vorrà avventurarsi in questa sorta di miniera proustiana, troverà non soltanto alcuni celebri testi di critica letteraria, ma anche numerosi scritti brevi che l’Autore ha affidato talvolta a giornali e riviste e talvolta invece sono rimasti inediti sino alla prima edizione del 1954. Mi limito a segnalarne un paio, consacrati alla pittura, che suggeriscono con evidenza come ogni riflessione proustiana, per quanto occasionale, si inserisca sempre all’interno di un vero e proprio «sistema di pensiero».

Il testo di «filosofia dell’arte» (come lo chiama lui stesso in una lettera del 1895) in cui Chardin viene descritto come colui che, con le sue nature morte, «ha proclamato la divina eguaglianza di tutte le cose», mette a tema una delle questioni fondamentali del pensiero proustiano: la capacità dell’arte di fare apparire le cose nella loro natura comune. Non è un caso se la stessa questione si riproporrà (a distanza di parecchi anni) in relazione all’arte del romanzo e, in particolare, allo stile di Flaubert. Proust noterà come la scrittura di quest’ultimo lavori le cose in modo tale che «tutte le varie parti della realtà sono trasmutate in una medesima sostanza, dalle vaste superfici» – dove l’implicito riferimento alla sostanza di Spinoza (pertinente anche da un punto di vista filologico, essendo ben nota l’importanza che Flaubert attribuiva al pensatore olandese) invita a pensare allo stile come a una sorta di visione d’essenza, ovvero come a un’operazione capace di vedere e affermare, al di là di ogni giudizio, la perfezione di ogni singola cosa esistente.

Le poche pagine dedicate a Rembrandt (scritte verosimilmente dopo il 1900) non solo prendono in considerazione le opere del pittore olandese alla stregua di «idee», riflettendo sul fatto che «pensare in modo grande, in modo profondo [significhi] pensare con tanto rispetto da non lasciarsi sfuggire nulla del pensiero», ma ci presentano al contempo un’immagine ricca di risonanze per i lettori della Recherche: quella di un Ruskin anziano e malato, che tuttavia affronta il viaggio dall’Inghilterra per rivedere «quei Rembrandt che già quando aveva vent’anni gli parevano una cosa essenziale e che non avevano perduto realtà ai suoi occhi, nei suoi giorni estremi». La discrepanza tra il corpo di quel «vecchio sconosciuto e brancolante» e «l’idea che noi ci eravamo fatti di Ruskin» – spiega Proust, fingendosi osservatore di una scena che probabilmente non è mai avvenuta – illustra pienamente «il momento in cui lo spirito prende corpo, in cui il corpo insignificante viene riconosciuto come persona spirituale, pensiero indipendente da qualunque corpo, morto o no, e quasi immortale». Come non pensare alla vicenda, narrata nella Recherche, della morte di Bergotte? Stanco e malato, lo scrittore si impone nondimeno una visita alla mostra di Vermeer per verificare la profondità e l’eternità di un petit pan di muro giallo dipinto in uno di quei quadri (probabilmente la Veduta di Delft). Di nuovo, si tratta di un tema fondamentale del pensiero di Proust: quello per cui i contenuti della vita e dell’arte, alla stregua di concetti e idee adeguate, implicano una sorta di eternità a cui la nostra mente può partecipare dal momento in cui divenga capace di contemplarli.

Marcel Proust

Saggi

a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini e Marco Piazza

il Saggiatore, 2015, 974 pp., € 75

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2 Risposte a Proust e l’immortalità

  1. antonella costanzo scrive:

    Oggetti d’arte, ma soprattutto oggetti della vita quotidiana sono i contenitori dei pensieri proustiani.Le mute corrispondenze innestano la memoria involontaria procede seguendo l’alternarsi dello spaesamento percettivo e l’analogia conoscitiva. Se l’io cartesiano scompare di fronte alla spinoziana rex estensa che procede dall’autore, la scrittura dissolve le differenze tra i generi e tra le arti. L’indecisione a decidere dove collocare la Recherche riposa come un liquido in sospensione in un’ampolla:

    Quando le ore si fasciano di discorsi, non possiamo più misurarle, anzi neppur vederle: svaniscono, e d’un tratto il tempo veloce e così giocato ci ricompare davanti a gran distanza dal punto in cui l’avevamo lasciato. Mentre, se siamo soli, la preoccupazione, riportandoci innanzi quel momento ancora lontano e continuamente aspettato con la frequenza e l’uniformità d’un tic-tac, suddivide, anzi moltiplica le ore per tutti quei minuti che, fra amici, non avremmo contati. (II; 1985, p. 379)

  2. “PROUST. FRAMMENTI DI IMMAGINI”
    Di Roberto Peregalli – Bompiani 2013
    Recensione di Giorgio Mancinelli

    Un’eloquente e pregiata ‘biographie’ di Marcel Proust come non si era mai scorsa finora, rivissuta nei luoghi e nelle immagini della Recherche che l’autore del libro ha ricreato, quasi con meticolosità viscontiana, dentro una sceneggiatura scrupolosa, aggirandosi fra oggetti, abiti, cappelli, arredi, carrozze, automobili, orologi che hanno scandito il ‘tempo’ di un’epoca relativamente lontana, il cui stentato riverbero lascia posto alle ombre, ai misfatti, alla superficialità di una società edulcorata e decadente. Luci ed ombre sapientemente dosate e ricreate dall’occhio stesso dell’autore che si propone in veste di fotografo di eccezionale capacità artistica, e che sembrano fare da contrappunto a una scrittura rapida, essenziale, quasi intimista, in cui la vita di Proust è rivissuta nella sua quotidianità, flashback e riflessioni comprese, appunto come per una riduzione filmica le cui immagini in sequenza si offrono per una lettura dinamica coerente alla scrittura stressa. Un operare di non poco conto se si pensa alla selezione in fase di montaggio delle scene di un film.
    Si potrebbe dissentire sulle scelte fatte di commentare le didascalie alle immagini che, al contrario di quello che si può pensare, fanno da cornice ai ‘frammenti’ tratti dai quaderni dello stesso Proust ma, solo se non conoscessimo il modo ‘impressionistico’ dell’autore della Recherche di prendere i suoi appunti. Per quanto, invece, si può ancor più apprezzare lo sceneggiatore che ha dato vita a una scrittura creativa che toglie di mezzo orpelli letterari e preconcetti morali, lasciando l’autore ‘nudo’, protagonista assoluto di se stesso. Notevole è il rapporto scrittura/immagine lì dove l’autore del libro definisce lo status organizzativo della ‘biographie’ secondo la tesi che egli si impegna a dimostrare nelle pagine che seguono e che si lascia leggere come un romanzo d’appendice, quasi fosse la cronaca o il sequel di qualcosa che sta accadendo sotto gli occhi del lettore. Appunto nella dinamica che solitamente accompagna il lettore del libro e/o chi guarda il film che l’autore, in questo caso Roberto Peregalli in quanto regista, ha inteso fare della propria ‘tesi’ cinematografica.
    Una lettura certamente impegnativa perché innovativa che certamente accresce l’esperienza del lettore sempre più indirizzato verso le nuove tecniche scrittorie che s’accompagnano alla frequentazione sul web di testi analitici e quantistici che vedono il campo linguistico ridotto all’essenziale quando espresso in chiave minimalista. Sotto un certo aspetto, malgrado l’autore del libro ostenti una verve narrativa letteraria necessaria allo scopo, (si tratta pur sempre di affrontare un monumento della letteratura mondiale), non è avventato qui parlare di quantistica. Ovviamente si sta parlando di pensiero e/o di filosofia ‘quantitista’ legata alla fisica solo a livello concettuale, come possibilità della mente di esistere entro un diversa realtà in grado di influenzare ciò che pensiamo in dipendenza ai messaggi ricevuti (Emoto), e quindi dalle emozioni che sopraggiungono istantanee nel momento stesso della lettura.
    Quanto dev’essere capitato all’autore del libro che, già infatuato dalla lettura della Recherche, ha elaborato la sovraesposizione del messaggio emozionale alle immagini viste e/o intenzionalmente cercate nel tempo: “Le povere cose che fanno il nostro mondo. Il tempo che si muove e ritorna, lascia traccia. Scrive il nostro destino. il tempo che si perde, nel senso di perdere del tempo (Deleuze), non solo quello perduto. Si deposita negli anfratti dell’esistere, dà luce. Le pieghe del mondo entro cui si trovano le immagini della verità.” – scrive Roberto Peregalli nell’Introduzione che si conferma ‘quantistica’, in ragione di invenzione e utilizzazione relative alla memoria; mentre è ‘minimalista’ nell’essere ‘catalogo ragionato per frammenti di immagini’. Allora ogni superficialità: “dialoghi puramente formali, i riti mondani, il lembo di un vestito, le gocce d’acqua su una foglia, i tetti, le finestre, il mare”, così come “Il sesso, la gelosia, l’amore, l’amicizia (e la sua miseria)” diventano protagonisti di un infinito a se stante, ‘perduto’ nel vuoto cosmico (cioè un pieno) che la filosofia quantistica relativizza come sostanziale. Ecco che “gli eventi macroscopici, come la vita, la morte, la guerra, la storia, sono visti attraverso il microscopio del tempo. È il canto dell’essere. (…) La superficie che sfiora l’abisso.”
    Tutto questo è nel mondo che Marcel Proust ha re-inventato nella sua costante e interminabile Recherche; tutto quanto ruota ancora oggi intorno alla letteratura e nel nostro quotidiano, seppure con modalità e superficialità diverse. Tuttavia parlare di ‘superficialità’ è scorretto quanto detrattivo, poiché essa è parte integrante del mondo e del modo in cui viviamo la realtà. Perché allora non domandarsi quale è la realtà in cui siamo immersi o piuttosto sommersi? O qual è il modo migliore per non lasciarsi travolgere dalla realtà? Presto detto: la superficialità è la risposta a entrambi gli interrogativi, in ragione che serve a stemperare le necessità e le precarietà che incombono nella vita. In senso figurato, come una sorta di cartina tornasole, decisiva e irrefutabile a conferma della straordinaria capacita di osservazione di Marcel Proust, che se ne serve “per decifrare la materia del mondo, illuminando l’infinitesimale piccolo (..) per guardare dentro l’abisso e trasformandolo nello specchio dell’essere”, quell’abisso che è in lui stesso.
    Non è forse questa l’essenza della Recherche che il suo autore si trova a percorrere? Sì, sostiene Roberto Peregalli, secondo il quale Marcel Proust “Percorre sentieri non battuti, non segnalati nelle mappe della Storia. Sta ai margini degli eventi epocali, ma li registra con precisione. Il passaggio al nuovo secolo è un cambiamento assoluto, di cui la prima guerra mondiale è solo una conferma.” (..) A una società basata sui riti della rappresentazione si sostituisce un sistema planetario che azzera le differenze sociali e le riposiziona sulla base della ricchezza economica”. È questa la parola che cercavamo volendo dare adempimento alla tesi concettuale di tutta la Recherche proustiana: ‘rappresentazione ’. Un po’ recita e un po’ spettacolo in quanto performance e raffigurazione di ciò che ‘in realtà’ è percezione emotiva di ‘frammenti di immagini’ che tornano e si compongono in un insieme che è scenico, scenografico, teatrale. In quanto teatro di scrittura è testo, copione, sceneggiatura per un’ennesima rappresentazione di se stessi, di ‘quanti’ si trovano a recitare una parte nel ‘grande teatro del mondo’.
    “È una ritrascrizione, spogliata della sua sonorità melodica (data dalla sequenza delle parole), ridotta all’osso. Sicuramente un tradimento, una visione parziale, una riduzione in frammenti, lampi, baluginii di quell’architettura immane. (La Recherche) L’idea di immortalare la scena prima che tutto si disfi e si frantumi nel fiume del Tempo. Guardare per un istante un mondo colto nell’attimo del suo essere sospeso, in bilico sul nulla”; dove il mondo si specchia nel suo contrario in bilico tra la realtà e l’irrealtà del momento, e pur sempre fantastica. In Proust tutto ciò appare tra le righe del testo, solamente accennato, ma costituisce il tessuto prezioso di cui è fatta la trama delle sue visioni. (…) Nella sua essenzialità è questa la prima traccia di un film che vorrebbe mostrare queste immagini una di seguito all’altra, lasciando tra le pieghe della loro dissolvenza la possibilità di un’altra lettura, l’impronta di un universo sognato e vissuto, che ha catturato nella sua trama immensa la fragilità della nostra vita”.
    E certamente, si tratta di altra lettura, in cui l’insolito aderisce perfettamente ad altre aggettivazioni, come raro, curioso, particolare. Ma cosa c’è di così ‘particolare’ in questo libro lo svela la struttura dei capitoli, a cominciare dai luoghi geografici e quotidiani in cui la vita di Marcel Proust trova il suo svolgimento come Parigi, la Senna, il Bois de Boulogne, Balbec, Venezia ecc.; ai personaggi esaminati nei loro risvolti psicologici Swann, Gurmantes, Charlus, Albertine e lo stesso Proust, visti ognuno nel loro entourage di amicizie più o meno altolocate, nelle tipiche défiance nobiliari, nelle loro devianze particolari che hanno portato alla struttura circolare della Recherche con le sue tremila pagine fitte. Fino a quel quarto capitolo dal titolo significativo “Sodoma e Gomorra” in cui l’autore rimette al lettore la sua ‘autentica’ conclusione, convinto che l’umanità stesse andando verso il degrado totale, proprio come era stato per gli abitanti delle due città nominate.
    La scelta del titolo è probabilmente dovuta alla scelta stessa dei temi ricorrenti in tutta l’opera, e che sono il tempo e la memoria, nonché il frutto di esperienze autobiografiche, con particolare rilevanza al tema della devianza maschile e femminile, come l’omosessualità e il lesbismo. Nel modo stesso che Roberto Peregalli sembra far rilevare senza voler dare necessariamente un giudizio, tra l’altro non richiesto, alle tendenze sessuali dell’autore Marcel Proust, né alimentando il pettegolezzo per il piacere del gossip. Tuttavia il libro è ricco di informazioni in qualche caso anche inedite che l’autore riporta con dissacrante, perché personalissima, voracità di scrittore o, per dirla in senso cinematografico, ingordigia di regista che ambisce di “toccare le corde del nostro sentire e ci invita a riflettere sui falsi miti che invadono sempre più prepotentemente il nostro mondo”. ‘Il resto è silenzio’ – scriveva Shakespeare nella chiusa finale dell’Amleto.
    “Il resto è tutto ciò che rimane” – sembra voler accennare Roberto Peregalli rifacendo il verso a Marcel Proust, al suo costante cercare ‘e a trovare’ nella superficialità dei sentimenti umani il nocciolo nascosto delle emozioni, fulcro ed essenza di “A la recherche du temps perdu”. Un trovare che la ‘teoria dei quanti’ oggi conferma anteponendola al ‘vuoto’ e a quel ‘nulla’ a cui narratori e poeti hanno rivolto lo sguardo in ricerca dell’assoluto. In questo Marcel Proust è grande; per questo egli ha già raggiunto l’eternità.
    Roberto Peregalli, milanese, laureato in filosofia. In quanto allievo dell’architetto Renzo Mongiardino, lavora in Italia e all’estero, e firma le scene di alcune opere liriche. Per Bompiani ha pubblicato ‘La corazza ricamata’ (2008); ‘I luoghi e la polvere’ (2010) e ‘L’invenzione del passato’ con Laura Sartori (2011).

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