hotel-pro-formaDalila D’Amico

«I use architecture as a co-player» dice Kirsten Dehlholm, fondatrice e regista della compagnia danese Hotel Pro Forma nel documentario sul suo lavoro Hotel Pro Forma Sum Up (2011). In effetti lo spazio, visivo e sonoro, è il dispositivo dominante di Laughter in the Dark, lo spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Nabokov proposto nell’ambito del RomaEuropa Festival alla fine dello scorso novembre. Lo spettacolo, accolto da flebili applausi, avviluppa lo spettatore all’interno di una dimensione mobile e fluida che accorcia le distanze tra il visibile e l’udibile, chi guarda e chi è guardato. La scena, che la regista ha progettato insieme a Adalsteinn Stefansson, è infatti una complessa macchina di schermi e specchi che ruotando complicano la vista, dilatano la dimensione scenica, ne scoprono gli anfratti e riflettono lo spettatore che si coglie nell’atto di osservare. Ma il vero trait d’union tra scena e platea è la drammaturgia sonora che catalizza una condizione di immersività, spazializzando in sala il punto di ascolto dei personaggi. Viene meno dunque la quarta parete, ma solo per quanto riguarda il coinvolgimento dello spettatore, tenuto a debita distanza dalla recitazione straniante e distaccata degli attori. Il risultato è un articolato campo di forza che calamita la sfera sensoriale e respinge l’immedesimazione emotiva.

 come la guerra (War Sum Up, 2011), la vita (Tomorrow, in a year, 2009) o le leggi del cosmo (Cosmo +, 2014) a partire da un’esplorazione dei processi percettivi che ne plasmano la comprensione. La dimensione narrativa e i linguaggi espressivi messi in atto per raccontarla vanno così a costituire un unico corpus indivisibile. In Laughter in the Dark per esempio la cecità del protagonista diviene un’interrogazione sullo sguardo, e sancisce il suono come dispositivo strutturante l’universo disegnato. Lo spettatore è infatti costretto a seguire le azioni dei personaggi, affaticato dal gioco di ombre e riflessi che moltiplicano punti di vista e piani di lettura. L’architettura si fa voce e il suono si fa spazio. Questo continuo scrutinio sull’ambiente, nel suo dialogo dinamico con i media e con gli attori, ha del resto reso altrettanto dinamico il nucleo della compagnia, che per ogni produzione coinvolge competenze artistiche e tecniche esterne, esaltandone la peculiare impronta di volta in volta. In questo spettacolo risultano infatti distintive le presenze dello sceneggiatore Mogens Rukov e del compositore Nils Frahm.

Il primo, noto ai più per la collaborazione con Vinterberg e Lars von Trier nel periodo di Dogma ’95, conferisce allo spettacolo un taglio esplicitamente cinematografico. Come nel romanzo di Nabokov si inizia dal finale, con l’incidente che rende cieco Albinus, innamorato di Margot che lo tradisce con l’amico Rex. Da quel momento la temporalità dello spettacolo procede per salti in flash back e flash forward, fino ad avvolgersi circolarmente su stessa. Ma a risultare tipicamente cinematografica è soprattutto la costruzione e la continua dislocazione del soggetto enunciativo. Durante la prima scena lo spettatore è circondato dal buio e subisce «in soggettiva» l’incidente, e i momenti immediatamente successivi, mediante microfoni e cuffie binaurali che gli fanno esperire lo spazio nella cecità di Albinus, dunque dal suo punto di ascolto. Voci e rumori percorrono il corpo in tutte le direzioni scardinando e ricostruendo ogni coordinata spaziale. Tolte le cuffie, lo sguardo torna extradiegetico e il racconto retrocede agli eventi che precedono l’incidente.

Dopo aver compreso l’antefatto lo spettatore è invitato nuovamente a indossare le cuffie e il racconto scatta sugli avvenimenti che seguono l’incidente. Lo spettacolo si riavvolge ai primi giorni della cecità di Albinus, stavolta però il soggetto enunciativo si sposta sul personaggio di Rex del quale viene assunto il punto di ascolto. Lo spettatore rivede dalla prospettiva di Rex le scene iniziali dello spettacolo, scoprendolo chi produceva i rumori che prima lo disorientavano e colmando i propri vuoti diegetici. La cecità diviene così occasione di riflessione sulla tirannia della vista a discapito degli altri sensi, e lo spettacolo un’educazione dello sguardo attraverso l’ascolto.

Hotel Pro Forma

Laughter in the Dark

da Vladimir Nabokov

Roma, Teatro Vascello, 28 e 29 novembre 2015

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