benjamin001Massimiliano Manganelli

È possibile raccontare ancora Walter Benjamin? E soprattutto come? È forse questo l’interrogativo che devono essersi posti Howard Eiland e Michael W. Jennings, autori di una nuova biografia del pensatore tedesco intitolata Walter Benjamin. Una biografia critica, edita da Einaudi. L’impresa che i due hanno affrontato ha dei connotati che, senza neppure troppa ironia, si potrebbero definire titanici. Si trattava, in primo luogo, di dare ordine alla vita di Benjamin – disordinata e dispersiva quanto i suoi scritti –; in più occorreva scrostare dalla sua figura quegli elementi che hanno pesato, e neanche poco, sulla sua ricezione. La quale sovente ha assunto i tratti di un’autentica mitizzazione. Scrivono i due autori in una delle ultime pagine, allorché il progetto della biografia appare ormai compiuto, anche nella sua dimensione progettuale: «La storia della sua vita è stata avvolta nel mito e se ne è diffusa un’immagine emozionale come massimo esempio di emarginato dalla società e di perdente». Ecco, il principale merito che si può ascrivere ai due biografi sta proprio nella capacità di smitizzare il proprio oggetto e di dargli la giusta collocazione storica. Benjamin è ormai, a suo modo, un personaggio da romanzo (in senso anche letterale: nel 2001 Bruno Arpaia ne ha fatto il protagonista del suo L’angelo della storia, nel 2002 Michele Mari di Tutto il ferro della torre Eiffel) – e si sentiva davvero la necessità di un lavoro che lo rimettesse con i piedi per terra.

Nella prima biografia di Benjamin destinata al mondo anglosassone – di qui il carattere per alcuni versi riepilogativo ma soprattutto sistematico dell’opera –, Eiland e Jennings, che dell’autore del Passagenwerk oltre che studiosi sono anche traduttori, optano per una scelta tanto (apparentemente) semplice quanto necessaria: raccontano la vita di Benjamin secondo una chiave strettamente cronologica, scandendo le tappe del suo percorso biografico attraverso i luoghi che ne segnarono l’esperienza. E così dalla natia e mai dimenticata Berlino attraverso Mosca, Parigi e altre città, si giunge a quel luogo fatale e simbolico, nel suo carattere liminare, che è la cittadina di Port Bou, al confine tra Francia e Spagna, dove Benjamin si tolse la vita il 26 settembre 1940. L’intera biografia è contrassegnata da un understatement tutto anglosassonetanto che, per esempio, allorché si affronta la spinosa questione delle ultime, concitate ore di Benjamin, della famosa cartella nera e del manoscritto che conteneva (su cui si è esercitata la fantasia, non solo romanzesca, di molti), i due autori si limitano a dire che il mistero permane e azzardano l’ipotesi più ovvia, cioè che il manoscritto fosse la versione finale delle tesi Sul concetto di storia, testo davvero capitale.

Nondimeno il vero motivo di interesse di questa biografia sta nell’aggettivo che la accompagna: critica. Vuol dire che Eiland e Jennings danno conto non solo dei temi essenziali dell’attività di Benjamin – quelli «dell’esperienza, della memoria storica, e infine dell’arte come strumento privilegiato di entrambe» – e della sua vita materiale, ma anche dei principali testi in cui quei temi hanno preso forma, da Strada a senso unico al celebre saggio sull’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, fino a quella specie di libro impossibile che è il Passagenwerk. E lo fanno attraverso una gran mole di documenti, fotografie (alcune poco note) e soprattutto lettere. Notevole, in questo senso, il perfetto incastro di queste ultime – un montaggio che molto ha di benjaminiano.

Nonostante questo gran lavoro, per ammissione degli stessi autori, «l’uomo Benjamin resta inafferrabile. Come è sfaccettata la sua opera, anche le sue convinzioni personali formano ciò che egli definì una “totalità mobile e contraddittoria”». È per questo che ognuno degli interpreti, nel corso degli ultimi settant’anni, ha incontrato il suo Benjamin; ed è sempre per questo, però, che la vita e le opere di Benjamin resistono «a ogni tentativo di imbalsamazione e di reificazione».

E a conferma di quanto il pensiero di Benjamin sia ancora vivo arriva un densissimo saggio di Luigi Azzariti-Fumaroli, dal titolo Passaggio al vuoto: nel quale il pensiero benjaminiano è interpretato sotto il segno della kenosi, termine di derivazione teologica che indica lo svuotamento (ecco il perché del titolo). E lo fa privilegiando il Benjamin più «filosofico», dal quale emerge «un nichilismo essenzialmente teologico», in cui il messianico si configura quale «inevento interminabile che, compiendosi “troppo presto e perciò troppo lentamente”, se da un lato destabilizza ogni intenzionalità, dall’altro impone di riconoscere e comprendere che il messianico può soltanto sfiorarci, come una tenue carezza che non sa cosa cerca».

Il lavoro di Azzariti-Fumaroli implica finalmente il pieno riconoscimento di Benjamin quale protagonista della filosofia del Novecento, e dunque non più figura eccentrica. Filosofo dotato di un pensiero indubbiamente mobile e contraddittorio, per citare le sue stesse parole, ma comunque assai proficuo. Ed è un pensiero che, scrive Azzariti-Fumaroli, trova «la propria economia nella dissoluzione». Sono bellissime, in tal senso, le pagine inaugurali del libro, dedicate alla «fisiognomica di Walter Benjamin», in cui lo svuotamento della fisionomia corrisponde alla «vocazione benjaminiana alla pura perdita di sé». E tale vocazione si incarna perfettamente nella forma frammentaria dei testi, nell’uso delle citazioni in chiave antisoggettivista. Il celebre libro di sole citazioni, dunque, sarebbe al contempo strumento metodologico e pieno adempimento di un destino.

Si comprende così, da ultimo, il pieno significato, quasi una prefigurazione, di questo passaggio di Strada a senso unico: «Per i grandi le opere compiute hanno minor peso di quei frammenti la cui composizione si protrae per l’intera loro esistenza. Perché solo chi è più debole, più incline alla distrazione, prova una gioia impareggiabile nel concludere un’opera, e si sente con ciò restituito alla propria vita».

Howard Eiland, Michael W. Jennings

Walter Benjamin. Una biografia critica

traduzione di Alvise La Rocca

Einaudi, 2015, XXIV-695 pp., € 90

Luigi Azzariti-Fumaroli

Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin

Quodlibet, 2015, 218 pp., € 20

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Una Risposta a Walter Benjamin, dall’infinito al vuoto

  1. antonella costanzo scrive:

    La pubblicazione di libri sulla vita e sulla produzione critico-letteraria di Benijamin è sempre un evento gradito. In questo caso costituisce un’impresa coraggiosa e generosa nello stesso tempo. Coraggiosa per la difficoltà di reperire fonti autorevoli; generosa perché arricchisce la produzione editoriale intorno alla figura dell’intellettuale più ermetico del ‘900 e più preso dal vortice della vita della capitale del XIX secolo, Parigi. A questi due estremi presiedono Baudelaire e Proust di cui Benijamin fu critico e per i quali individuò i tracci peculiari della loro poetica: lo choc e il sogno, azioni che conservano una carica sovversiva rispetto alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Entrambi, come Benjamin, assistono alle rovine che l’Angelus Novus lascia davanti a sé risucchiato dal vortice della storia e l’incrinarsi dei meccanismi materiali ed intellettuali della modernità. Negli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento al 1922 Baudelaire Proust sono per Benjamin il “laboratorio” entro cui sperimentare la propria esperienza di vita per riattivarsi dai miti del capitalismo avanzato, che ebbe i suoi fondameni nel XIX secolo (cfr. Walter Benjamin, Proust e Baudelaire: due figure della modernità a cura di Francesco Cappa e Martino Negri)

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