ulisse_emmadanteMichele Emmer

Estate, un grande anfiteatro che si apre sulla vallata, con in fondo la città di Roma. Un posto unico, un teatro come solo i Greci e i Romani sapevano fare. E ovviamente, verrebbe da dire, un luogo abbandonato da anni e anni, come tanti in Italia. Un luogo unico, dove si arriva attraversando una grande e larghissima galleria probabilmente costruita nel II-I secolo a. C., galleria che era la strada Tiburtina, dove passavano i carri diretti a Roma e verso l’interno, sino alla costa Adriatica. Lungo la galleria si aprivano botteghe e posti di ristoro, e si pagavano le imposte e i dazi. Una sorta di centro commerciale di epoca Romana, dove velocizzare gli scambi e ottimizzare tutte le operazioni commerciali. E dove, magari, andare a teatro. Quest’estate alcuni degli spettacoli della rassegna del Tivoli festival si svolgevano nel recuperato (in parte, si capisce) Santuario di Ercole Vincitore. Un insieme di costruzioni imponenti: oltre al teatro, il santuario constava di una grande piazza coi portici, e del tempio. Ben scarse le notizie su questo luogo, da pochissimo recuperato. Una serie di terrazzamenti, portici e colonnati, dovevano creare una grandiosa scenografia intorno al luogo di culto.

Uno degli spettacoli era la lettura, da parte di Maddalena Crippa in uno spettacolo diretto da Sergio Maifredi, di due canti dell’Odissea: Odissea Un racconto mediterraneo – Penelope Canti XIX e XXIII. Nella notte risuonava la voce di Penelope, saggia, e di Odisseo, astuto, sino al grande disvelamento, il riconoscimento, il famoso letto intagliato nell’ulivo.

Ma Penelope e Ulisse un sovrumano

De’ mutui lor ragionamenti vari,

Che la notte coprìa, prendean diletto.

[…] D’altra parte Ulisse

Que’ mali, che in se stesso o a gente avversa

Sofferti avea pellegrinando, o inflitti,

Le raccontava: un non so che di dolce

L’anima ricercavale ed a lei,

Finch’ei per tutte andò le sue vicende,

Non abbassava le palpèbre il sonno.

Queste parole risuonavano, in greco anche se moderno, nello spettacolo che al Piccolo Teatro di Milano ha portato Bob Wilson, riprendendo una produzione del Teatro Nazionale Greco di Atene, nata durante la prima fase della tragedia della Grecia ridotta in macerie dalla politica dei cosiddetti aiuti comunitari e della Banca Mondiale. Uno spettacolo in cui le scenografie e il linguaggio – non tanto le parole, in questo caso, quanto i movimenti degli attori e i canti – raccontavano ancora una volta la storia di Odisseo. Ogni scena è vista, vissuta nella luce azzurra, con oggetti, animali, navi, divinità ed umani. Con una grande fantasia, con una grande libertà; e con un grande, sì, umorismo, con ironia. Si ride spesso, ai movimenti alle volte da musical degli attori, ai loro vezzi, al loro ammiccare al pubblico, mentre dal vivo uno straordinario pianista suona la musica che accompagna dall’inizio alla fine lo spettacolo. Il teatro si apre sul fondo, forse Wilson pensava a un teatro all’aperto, col paesaggio che si doveva vedere in scena. Siamo in Grecia.

Le parole sono spesso sostituite dalle canzoni, e quelle parole greche aleggiano nell’aria, riempiono lo spazio, commentano quel che accade. E certo arriva Penelope, deve arrivare, e certo ci sarà l’incontro, il letto, il ritrovato amore. In quella scena per pochi istanti si dimenticano la musica, le canzoni, il musical, il giocare con le avventure di Ulisse, con la sua vita, con la vita di tutti, che hanno tutti da raccontare una vita piena di avventure. Si sentono le parole dell’amore in greco, qualcuna si coglie, ricordi del liceo. Ed è una giusta emozione che porta a compimento il viaggio tra l’ironia e il sorriso, tra le musiche e le battaglie.

Come ha scritto Emma De Luca, «lOdissea raccontata così sorpassa lo stupore e soddisfa. Soddisfa perché è un’opera bella, d’una bellezza neoclassica, ed epurata dal naturalismo tende all’ideale, alla perfezione delle proporzioni; nell’equilibrio delle proporzioni dell’universo wilsoniano non ci sono solo le forme, ma vi è spazio, luce, suono, tempo». Una vita intensa raccontata per immagini, in modo leggero, dove l’aggettivo è un complimento.

Ancora in un teatro al chiuso, il Vittoria di Roma, per il Roma Europa Festival. Un solo episodio, Polifemo. Il gigante con un occhio.

Qui un uomo aveva tana, un mostro,

Che greggi pasceva, solo, in disparte,

E con gli altri non si mischiava,

Ma solo viveva, aveva animo ingiusto.

Era un mostro gigante; e non somigliava

A un uomo mangiator di pane, ma a picco selvoso

D’eccelsi monti, che appare isolato dagli altri.

In scena la regista e ideatrice dello spettacolo, Emma Dante. Quando entra in scena, per intervistare Polifemo, esclama: «C’è Nessuno?». E il pubblico ride. E ride quando l’attore che impersona Polifemo – ma ha talmente la faccia e la possanza di Polifemo che viene il dubbio che il mostro con un solo occhio sia davvero arrivato sulla scena – declama le parole:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza

Ovviamente le parole di Ulisse nell’Inferno di Dante. E aggiunge, Polifemo, «siete voi ad averle scritte queste parole, immagino», rivolto a Emma Dante. Uno spettacolo comico, allora? No, uno spettacolo sottilmente ironico, pieno di citazioni teatrali, di rimandi, di musiche e canzoni tutte suonate in diretta. In cui Emma Dante si prende in giro facendo il verso alla Emma Dante regista che vuole che il teatro porti gli attori allo stremo, che li porti a vivere un’esperienza irripetibile, perché non bisogna accattivarsi il pubblico ma colpirlo, farlo sentire a disagio; con un omaggio a Carmelo Bene, che il pubblico lo faceva arrabbiare spesso, che lo provocava. Ma qui è tutto sopra le righe e la regista, finta ingenua, sta al gioco. Lo ha inventato lei, il gioco, scrivendo l’impossibile intervista a Polifemo!

Polifemo parla in napoletano, e tutti si chiedono subito perché, ma poi è la stessa regista che glielo chiede. Quando si arrabbia, però, parla in siciliano. Poi arriva anche lui, Odisseo o Ulisse, guitto napoletano, forse meno efficace di Polifemo. Ci sono i manichini che si dimenano in pose impossibili (loro lo devono soffrire, il teatro) e porgono piccoli manichini di legno da mangiare a Polifemo. Che non è un mostro ma uno di cui si approfitta Nessuno per derubarlo e accecarlo. Perché lui è un mite, mangiatore di uomini sì, ma mite, gli piacciono come carne. Al mostro piacciono le sue pecore, il formaggio, la vita agreste. È Ulisse che lo rovina.

Quindi,

Ciclope, io dissi con lo sdegno in petto,

Se della notte, in che or tu giaci, alcuno

Ti chiederà, gli narrerai, che Ulisse

D’Itaca abitator, figlio a Laerte,

Struggitor di cittadi, il dì ti tolse.

Nello spettacolo di Wilson l’accecamento di Polifemo, quell’enorme testa su fondo azzurro e gli umani con un lungo palo argenteo, è una scena grandiosa; nello spettacolo di Dante invece è già successo, non si deve narrare. Uno spettacolo coi tempi giusti, con le battute azzeccate. Un piccolo gioiello di teatro di cui Emma Dante si è scusata nel dibattere con il pubblico. Come se questo fosse un divertissement dopo il quale tocca riprendere la dura fatica di non accattivarsi il pubblico. Il teatro, quando diventa teatro, funziona; ed Emma Dante lo sa. Anche quella frase faceva parte dello spettacolo, l’ironia dell’ironia.

Insomma il teatro vivrà finché la memoria di Odisseo, o Ulisse, sarà tra noi.

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