deleuzeDaniela Angelucci

In una delle conversazioni contenute in Pourparlers Gilles Deleuze diceva di se stesso: «ero il più ingenuo tra i filosofi della nostra generazione. [...] Non il migliore, ma il più ingenuo, una specie di arte grezza, per così dire; non il più profondo, ma il più innocente (quello con meno sensi di colpa per il fatto di “fare filosofia”)». È proprio in questa luce che Rocco Ronchi, nel suo nuovo libro su Deleuze, presenta l’opera di un autore che considera un maestro: un pensiero speculativo che si affida a concetti paradossali e contro-intuitivi e una pratica storico-filosofica che non ha la forma irenica del racconto, ma è piuttosto la scena di una battaglia i cui esiti sono sconosciuti. Il pregio di questo testo è dunque quello di presentarsi – senza sensi di colpa – come un libro di filosofia teoretica, speculativa, prezioso in un momento in cui la filosofia è diventata un mestiere, quantitativamente valutabile e sempre sotto il sospetto di «non produrre».

La questione centrale del lavoro di Ronchi è quella, annunciata nel sottotitolo, di reale: se c’è qualcosa che può dirsi un’etica deleuziana è quella di credere nel reale, in «questo mondo qui, di cui anche gli idioti fanno parte», aveva scritto il filosofo nel suo volume sul cinema moderno (L’immagine-tempo), parlando di Orson Welles. Atto di fede nel mondo è stato allora, secondo Deleuze, il maggio ’68: intrusione del reale, pura affermazione, che ha significato sganciare il desiderio dal concetto di mancanza, volere l’impossibile. Esperienza che ha «gettato uno sguardo indiscreto» su quel piano di immanenza che è una delle figure del pensiero deleuziano più riuscite e giustamente note. Se il reale è allora un piano di immanenza, caratterizzato dal divenire continuo e dalla continua produzione di differenza, la domanda etica è: come stare in quel divenire? Come essere all’altezza del divenire?

La risposta che Ronchi propone è che occorre rifiutare l’alternativa tra sapere antropologico, a misura d’uomo, e totale irrazionalismo. L’alternativa è falsa perché è essa stessa prodotto del dispositivo che identifica procedendo per esclusioni. Deleuze ha disegnato una linea di pensiero che mette in questione l’eccezione umana, e in questa esigenza, afferma Ronchi, ha trovato un alleato nel pensiero dell’ultimo Lacan: un’alleanza niente affatto scontata (è nota la prospettiva critica con cui Deleuze ha guardato alla psicoanalisi), ma convincente. Secondo Lacan nell’esperienza ordinaria il reale è sempre intrecciato ai registri dell’immaginario e del simbolico, attraverso i quali istituiamo la nostra realtà, addomesticando il «reale puro» attraverso le nostre rappresentazioni. Reale puro vuol dire invece non correlato all’essere umano e alla legge, senza tuttavia che questo significhi prendere la strada dell’immaginario, dell’allucinazione, del delirio. È possibile, allora – e desiderabile – incontrare il reale? O, che è lo stesso, provare l’esperienza dell’immanenza?

Credo che sia possibile solo nella misura in cui non pensiamo a una regressione, a un ritorno a uno stato originario. Qui si ferma la mia «causa in comune» con Ronchi, per il quale il reale e l’immanenza sarebbero il presupposto già dato, lo sfondo a cui tornare, il biologico. Credo piuttosto che non soltanto in Lacan ma anche in Deleuze non vi sia un reale originario per l’essere umano, esso è già da sempre perduto. L’immanenza è concepibile, allora, solo come esperienza di arrivo, di attraversamento e superamento di quella esperienza ordinaria nella quale siamo trasportati, a volte alienati, dal significante e dall’interpretazione. È possibile quindi parlarne come esito, come esperienza singolare; sebbene occorra auspicare che possa avere un effetto di ritorno, una retroazione sulla nostra realtà. Questo avviene per esempio nel caso dell’arte, in grado, secondo Deleuze e Guattari (sono le tesi di Che cos’è la filosofia?), di incarnare l’evento, ripetendolo in un’espressione che tuttavia non cristallizza il divenire, ma mantiene fluidità e apertura.

Nei capitoli centrali del testo, Ronchi si occupa del tema della ripetizione e del «ritornello». In uno dei suoi testi capitali – Differenza e ripetizione, uscito proprio nel 1968 – Deleuze proponeva un concetto di differenza liberata dalla negazione, ovvero una differenza che non è opposta a nulla, ma si presenta come autonoma. In questa prospettiva la ripetizione, secondo termine del titolo, è il semplice modo di affermarsi della differenza. Qui agisce il tema dell’eterno ritorno di Nietzsche, che precisamente «consiste nel pensare lo stesso a partire dal differente». E questa ripetizione è una scelta, un atto selettivo e aggressivo. Il metodo della ripetizione e della presentazione diretta è caratteristica della filosofia coi suoi «personaggi concettuali», ma anche, ancora una volta, dell’arte. È in fondo ciò che unisce arte e filosofia come pratiche inventive, di aggregati sensibili o di concetti.

Sappiamo che tra tutte le arti il cinema, cui Ronchi dedica l’ultimo capitolo del libro, occupa nel pensiero di Deleuze un posto privilegiato: dire cosa è cinema significa dire cosa è filosofia. Il privilegio deleuziano deriva certo dal fatto che questo flusso di immagini è letteralmente il doppio della materia vivente, quasi concrezione dell’immanenza («lingua naturale della realtà», secondo Pasolini), ma riguarda anche la strana impersonalità del cinema. La sua genesi tecnica gli consente infatti di incorrere in minor misura nell’equivoco – più facile per la letteratura – di riferirsi alla soggettività. In questo senso, le immagini cinematografiche – copie svincolate dal modello che eccedono sempre la memoria, la storia, la biografia – sono il massimo della ripetizione affermativa del reale e di quella singolarità impersonale che Deleuze andava cercando. Rovesciando l’idea di simulacro come pura apparenza di un mondo evanescente, per farne «la cosa portata al suo massimo grado di realtà», Ronchi sgombra il campo dalle interpretazioni postmoderne di Deleuze. Giusta conclusione di un libro che vale la pena leggere.

Rocco Ronchi

Gilles Deleuze. Credere nel reale

Feltrinelli, 2015, 137 pp., € 14

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