Ransmayr_2Luigi Azzariti-Fumaroli

In Cominciare e finire Italo Calvino paragona l’incipit all’entrata in una dimensione nella quale una singola storia fra le infinite possibili assume i caratteri di una «zona d’ordine, una porzione d’esistente che tende verso una forma, un punto privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva»: una testimonianza. Lo mostra emblematicamente l’anafora «ho visto» con cui si apre ogni racconto che Christoph Ransmayr ha posto sotto il titolo Atlas eines ängstlichen Mannes, restituito nella traduzione (con qualche imprecisione) come Atlante di un uomo irrequieto. La «irrequietezza» non descrive fino in fondo quella condizione psichica radicale che – osservava Machado dissertando sulla filosofia tedesca – deve invece affermarsi come una nota umana persistente, come inquietudine esistenziale (Sorge), prima che come vera e propria angoscia (Angst). Per questo la periegesi che l’autore austriaco ci offre, conducendoci con passo desultorio in molti di quei luoghi in cui è possibile osservare il «lento strisciare della natura verso l’annullamento», si dirà prossima all’illustrazione d’un processo d’inarrestabile entropia. L’atlante è del resto un’opera alla quale, secondo quanto già osservava l’etnologo Adolf Bastian, è deputato il compito di dare espressione al bisogno di raccontare le proprie paure. In tal senso l’antologia di Ransmayr, d’accordo con l’esperienza warburghiana del Mnemosyne Atlas, sembra voler fornire un inventario di reazioni emotive o razionali a cospetto di un universo in movimento «sulla via dentro la notte».

Parrebbe così meglio potersi comprendere anche il richiamo al gesto di testimonianza che inaugura ciascuno dei settanta episodi che scandiscono le coordinate di una altrimenti inesorabile dissoluzione. Nel rivendicare il proprio ruolo di Augenzeuge, Ransmayr conferisce infatti al proprio racconto quella condizione di «atto presente» implicita nel gesto di aver visto ciò di cui si sta dando conto. La testimonianza fa sì che il tempo possa pensarsi imprigionato in un istante senza fine e che tutto possa rimanere per sempre così com’era: «tutto è per sempre» finché lo coglie il nostro sguardo. Questa è l’ambizione che lo connota e lo sottrae al processo di erosione che implacabilmente consuma l’esistente, immergendolo sempre più «nella bellezza delle tenebre».

Lo sguardo che compassionevole si sofferma sul bonsai giapponese fra le cui fronde minute si cela una timida cicala e, trattenendone l’immagine, la consegna alla possibilità della letteratura, definisce l’economia alla quale la poetica di Ransmayr intende aderire, consapevole di come in essa soltanto si renda evidente il «dolce divieto del morire». Dall’Isola di Pasqua alla più familiare Austria, il tentativo che l’Atlante promuove è quello di fissare un particolare a un’irrevocabilità che riesca a sottrarlo alla «fine del mondo», sia essa intesa «come semplice gioco sacrificale con il fuoco o come memoria per il futuro». Tuttavia la letteratura per Ransmayr non coincide con l’incondizionato: essa può soltanto alludervi, bisbigliandone il segreto, come sembrano fare le farfalle tropicali, quando nere, immobili, «vanno alla deriva sopra la luce», già relitte, eppure vive.

Non a caso il sintagma «ho visto…», suggello di queste pagine, contiene uno spettro di significati che depone la morte tanto quanto la impone. Il testimone è infatti sì colui che è vissuto più a lungo di ciò che gli è accaduto, sicché egli è propriamente un sopravvissuto, ma è anche colui al quale la morte si manifesta con ineluttabile evidenza: si può testimoniare fino alla morte, non oltre. Quando il cielo comincia a spegnersi, insegnano i monaci tibetani, ci si deve avvicinare ai reliquiari che custodiscono «la polvere della metempsicosi» e sentirsi al sicuro, lasciandosi accordare ritmo e oblio dal mormorio delle voci di persone che ci hanno protetto e amato, e con le quali possiamo ormai condividere la «cenere lieve del vissuto».

Christoph Ransmayr

Atlante di un uomo irrequieto

traduzione di Claudio Groff

Feltrinelli, 2015, 361 pp., € 20

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