bataclanLisa Ginzburg

Il quotidiano «Le Monde» s’è fatto promotore di una bella iniziativa all’indomani del più traumatico lutto collettivo che Parigi abbia conosciuto da molto tempo (senza azzardarsi in sempre discutibili raffronti con altri drammatici momenti del passato): quel breve lasso di tempo dello scorso venerdì 13 novembre che ha sconvolto la città nel più profondo delle sue viscere. Accorpandoli all’hashtag #enMémoire, il giornale riporta ogni giorno necrologi delle persone che quella notte, in quel pugno di minuti, hanno finito di vivere. Vale la pena (in senso letterale, «vale-la-pena») leggere la dichiarazione d’intenti firmata dalla redazione del giornale: «Centotrenta persone hanno trovato la morte negli attacchi del 13 novembre a Parigi. Brutalmente strappate a quanti li vedevano ogni giorno, esse fanno oggi parte del nostro universo, di tutti. Non ci lasciano più. Rifiutandoci di ridurle a una cifra, centotrenta, e a uno statuto, quello di “vittime”, abbiamo voluto dare loro un volto» (ogni necrologio è accompagnato da una fotografia della persona deceduta). «Raccontare chi erano, restituire loro la loro vita attraverso quelli che li conoscevano e li amavano. Fare spazio nel nostro ricordo, a tutti, senza eccezione». Le centotrenta biografie verranno pubblicate, il testo si conclude, perché ciascuna esiste individualmente.

Poter dare un volto e una storia ai morti è pietra miliare, prima che tombale, di ogni lutto. Non accade sempre. Quasi mai, nel caso delle migliaia di migranti morti in mare negli ultimi anni. Si avventurò in una ricostruzione biografica Giovanni Maria Bellu, nel suo bellissimo I fantasmi di Portopalo. Un libro che, a partire dal documento d’identità di un annegato, dipanava una vicenda sventurata e commovente. Qui, tra i morti di Parigi, i percorsi biografici che la strage ha spazzato via sono assai meno difficili. Spesso solari, anzi. Storie di trasferimenti alcune, ma di stranieri arrivati in Francia non per disperazione; per dinamismo piuttosto, curiosità, fame di vivere. E persone in molti casi generose per scelta, le cui vite si nutrivano dell’impegno per migliorare la qualità di quelle altrui.

Le molte singole storie che leggo ogni giorno via via sul sito del giornale, è vero, mi attraversano. L’una dopo l’altra riecheggiano nella cassa di risonanza della mia sensibilità. Trovano spazio nella mia vita interiore, diventano bagaglio più e meno consapevole della mia memoria. Non posso dire di essere in lutto per la perdita di queste centotrenta persone, perché non le conoscevo (quattro di loro erano in modi diversi legate ad altre che fanno parte del mio mondo, ma non è la stessa cosa). Eppure, senza dubbio, queste «vite degli altri» intersecano la mia: qualcosa che cambia il mio stare a Parigi. Trasforma la mia vita di cittadina, la prossemica del mio camminare in strada, salire sugli autobus o le metropolitane, entrare negli uffici e nei posti di lavoro, sedermi nei caffè. Non solamente, come molto si è detto, nella misura in cui ciò che di terribile è accaduto aumenta la paura e la diffidenza verso il prossimo. Anche perché il venire a conoscenza di tante vite umane, delle trame cangianti dei loro tessuti, accresce la curiosità nei confronti degli altri. In questa città dove sino a venti giorni fa ci si guardava pochissimo, il meno possibile, ora gli sguardi sono prolungati, spesso solidali, talvolta addirittura affettuosi.

«How wild a history is written within that bosom!» esclama tra sé e sé il protagonista del racconto L’uomo della folla di Edgar Allan Poe. Ha appena visto passargli davanti un uomo solo, cupo in volto, il passo animato da un’incomprensibile fretta angosciata. Quale selvaggia storia gli starà nascosta in petto, pensa il protagonista notando quell’uomo, e subito prima di mettersi a pedinarlo. Interrogarsi sulle vite altrui, pensarle ciascuna come straordinariamente, selvaggiamente singola, non è solo scettica conoscenza della malvagità umana. È compassione, anche. Comprendere quel che di drammatico o bellissimo si annida negli altri, e di lì con sguardo diverso considerare chi ci passa accanto: una miriade di estranei che ogni giorno velocissima lambisce le nostre giornate senza lasciarvi traccia.

Nel comporre l’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters aveva come modello l’Antologia Palatina. Lo dichiarò lui stesso, aggiungendo che la sua ambizione era quella di creare «una rappresentazione epica della vita moderna». L’epica classica trova nella catarsi il suo esito ultimo, conclusivo. Epici paiono anche questi epitaffi recentissimi, sobri e tanto commoventi, che «Le Monde» intelligentemente ha scelto di dedicare alle vittime delle stragi di Parigi, indicando, attraverso il racconto di tante vite, il valore irripetibile di ciascuna. Quando nel dolore, così come nella gioia, universale e particolare dialogano insieme, osmoticamente passando in consegna tra i loro vasi comunicanti le rispettive verità, allora la catarsi della condivisione trova la propria ragion d’essere più profonda. Come la gioia il dolore accomuna, unisce. Il racconto di tante esistenze spezzate da una tragedia che ha fatto irruzione rapidissima, del tutto inaspettata, fa sì che le vicende personali trascolorino in qualcosa di meno chiuso, meno unico: invece condiviso. Ne sono un esempio io stessa, che in questi giorni di così forte dolore collettivo ho trovato nel prendervi parte una sorta di balsamo a un lutto durissimo, mio privato, che m’ha colpita due anni e mezzo fa.

Epica è anche questo. Trarre dalle storie di vita di chi è morto senso e ragione per la propria vicenda. Significato delle proprie conquiste e delle proprie perdite. Nessuno è uguale a un altro, nessun dolore può neppure da lontano assomigliare a una pena altrui. Ma questi necrologi, i ritratti così profondamente umani che giorno dopo giorno vanno componendo insieme, ci dicono qualcosa di autenticamente importante. Qualcosa che parla di fraternità, e compassione.

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Una Risposta a Noi, loro, il lutto

  1. Franco Ferrara scrive:

    Nel tempo anonimo e nel trionfo dell’individuo la memoria dei trapassati ci aiuta a rimuovere i muri di violenza.

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