festival_cmeiAndrea Fumagalli

Un nuovo fantasma si aggira nel panorama economico: è lo spettro dell’economia dell’evento. Un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’«economia dell’evento» ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto.

Metafora del presente

Si tratta di produzioni che permettono di sfruttare la cooperazione sociale, le esternalità positive e la vita delle persone: sono il paradigma dell’espropriazione non tanto dei beni comuni ma del «comune». Ed è proprio grazie alla generalizzazione del paradigma della condizione precaria come antico e nuovo architrave del rapporto di sfruttamento capitale-lavoro che ciò può realizzarsi. «Expo2015», come paradigma ell’economia dell’evento, diventa così la metafora più dirompente dei processi di accumulazione capitalistica di oggi.

La filiera produttiva

L’economia politica dell’evento è economia della promessa in un contesto di produzione immateriale che si fona su produzione materiale. Essa da vità a una fliera produzione, che, come ogni ciclo di produzione che si rispetti, si basa su una sequenza di fasi: utilizzo di fattori produttivi (lavoro) produzione dell’evento valorizzazione. Il tutto sotto l’ombrello protettivo della finanziarizzazione, che interviene sia a valle della filiera che a monte, al fine, inizialmente, di garantire il processo di valorizzazione e, in seguito, di valorizzarlo.

Lavoro

Nel’economia politica dell’evento, il lavoro è prevalentemente cognitivo-relazionale e specializzato

Le caratteristiche peculiari di una prestazione lavorativa inserita nell’economia dell’evento sono molteplici. In primo luogo, si tratta di un lavoro per definizione a termine, quindi «precario». In secondo luogo, presenta forme di remunerazioni simboliche che acquistano un significato tanto maggiore quanto più l’evento è considerato «importante». In terzo luogo, si registra un coinvolgimento emotivo e partecipativo particolare in seguito alla sensazione (o illusione) di partecipare a un’élite quasi esclusiva, da poter forse rivendicare in un futuro prossimo. Infine, le tradizionali regole di governance del lavoro vengono il più delle volte disattese in nome dell’eccezionalità e della performatività dell’evento.

Tutti questi elementi fanno sì che la percezione soggettiva del lavoro assume connotati particolari che non possono essere misconosciuti.

Da questo punto di vista, l’economia dell’evento trasfigura il concetto di lavoro e quindi può essere un ottimo banco di prova per sperimentare nuove forme di regolazione del lavoro stesso.

L’evento Expo2015 non si è sottratto a questa regola, anzi. In nome dell’eccezionalità che rompe qualsiasi norma, sono stati sperimentati e testate nuove forme di lavoro, a partire dall’accordo del luglio 2013 tra le parti sociali che, per la prima volta in Italia, ha consentito legalmente l’introduzione di forme di lavoro gratuito.

L’economia dell’evento è ancillare all’economia della promessa.

Per la prima volta in Italia, i lavoratori assunti hanno dovuto avere il beneplacito dalla Questura, come forma preventiva di partecipazione agli ideali simbolici proposti dall’evento. Si sperimentano così nuove processi selettivi. Dalla fidelizzazione del cliente si passa direttamente alla fidelizzazione del lavoratore.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere «nulla».

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista e indotta a essere vista come un attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne.

Finanziarizzazione e valorizzazione

L’economia dell’evento stimola la finanziarizzazione. Ne è allo stesso tempo fonte e risultato. Al riguardo, infatti, possiamo individuare due modalità di finanziarizzazione, che consentono due processi di valorizzazione:

a. finanziarizzazione ex ante. L’economia dell’evento in quanto economia della promessa genera aspettative non solo nel mondo del lavoro ma anche e soprattutto nei mercati finanziari. Sarebbe eccessivo affermare che si creino i presupposti per definire una vera e propria convenzione finanziaria, ma sicuramente le società quotate che partecipano alla costruzione dell’evento possono facilmente beneficiare di plusvalenze prima ancora che l’evento accada in quanto attualizzano nell’immediato possibili (e probabili) guadagni futuri. Nel caso di Expo 2015, non può quindi stupire che le imprese immobiliari e della logistica abbiano potuto usufruire di una valorizzazione finanziaria ex-ante. Ferrovie Nord Milano, ad esempio, aveva una quotazione a settembre 2013 pari a 0,21 euro per azione; raggiunge il suo massimo nell’aprile 2015, a inizio Expo, più che triplicando il valore delle azoni (0,67 euro per azione). Terminato l’effetto Expo, la quotazione si riduce, rimando comunque superiore ai 50 centesimi per azione.

b. finanziarizzazione ex post. Con tale termine indichiamo il processo di valorizzazione che avviene una volta terminato l’evento e che si fissa nei mercati finanziari. È l’esito del processo di capitalizzazione che ineressa in articolare le imprese collegate alla riutilizzazione del sito e alla speculazione da gentrification che ne consegue.

Il settore dell’economia dell’evento, infatti, produce un doppio valore aggiunto: oltre alla ricchezza sociale tradizionalmente prodotta in seguito alla movimentazione di merci e servizi (a sostegno della produzione così come del consumo, dalla logistica sino alla cura), che si traduce solitamente in un aumento temporaneo dell’occupazione, degli investimenti, dei consumi, in grado anche, a seconda del tipo di evento, di richiamare turisti dall’estero e quindi export, con il risultato di incidere positivamente sulla crescita del PIL territoriale, osserviamo in misura ancor più rilevante la produzione di un valore aggiunto simbolico e immateriale, che si materializza (o almeno dovrebbe) non solo nel corso dell’evento ma soprattutto a posteriori.

Non è un caso che l’economia dell’evento acquisti un peso crescente a partire dagli anni Ottanta, quando la crisi della produzione materiale fordista lascia sempre più spazio al crescere di nuove produzioni sempre più immateriali, favorite dalla diffusione delle tecnologie linguistico-comunicative, nuovi modelli di organizzazione del lavoro (a flusso e a moduli, piuttosto che a stock), all’interno di filiere produttive sempre più internazionalizzate e territorialmente distribuite.

Ed è in questo ambito che il maggior valore aggiunto di un evento ricade, da un lato, sul territorio che lo ospita (sviluppando e sperimentando pratiche di marketing territoriale), dall’altro, diventa tassello fondamentale per la creazione di spazi di immaginari, avviando processi di specializzazione culturale, sportiva o semplicemente immaginifica, alimentati dallo sfruttamento di quelle facoltà cognitive e relazionali che oggi costituiscono sempre più «il divenire produttivo della vita».

Spazio e conoscenza sono cosi i due fattori produttivi per eccellenza che dovrebbero essere valorizzati e ricadere positivamente sul benessere del territorio interessato all’evento. Quando parliamo di valorizzazione, la intendiamo in senso capitalistico.

Ciò significa che il territorio viene «valorizzato» nel momento stesso che diviene possibile oggetto di attività speculativa e di gentrification.

Rielaborazione dell'intervento che Andrea Fumagalli ha tenuto presso il Laboratorio di cultura indipendente di Doc(k)s - La forma dell'evento (Milano, 14 novembre 2015, Frigoriferi Milanesi)​

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Una Risposta a Economia politica dell’evento

  1. Ennio scrive:

    Analisi completa ed intelligentemente stringata. Purtroppo aleg
    giaun sentimento elogiativo del fenomeno. Per me si tratta di un fatto rovinoso perchè non ha effetto moltiplicatore, vi faccio rientrare le “consulenze”, l’ economia del cosidetto terzo livel
    lo, cioè l’ effimero vero che non produce, non trasforma, non
    trasferisce ed è al limite della criminalità.

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