sciopero-precariGigi Roggero

Sono passati più di quindici anni da quando, in un libro voluminoso come solo quelli francesi sanno essere, Boltanski e Chiapello illustravano il rovesciamento di segno della parola flessibilità nella letteratura di parte padronale: dalla paura negli anni Settanta associata all’ingovernabilità operaia, al divenire negli anni Novanta ricetta salvifica per il mercato del lavoro. In questi quindici anni le cose sono ulteriormente cambiate: i rapporti di forza, già allora favorevoli al capitale, sono diventati tali da ridurre al minimo l’ambivalenza che ancora un paio di decenni fa la flessibilità aveva, tra imposizione della precarietà e scelta della libertà.

Il libro Precariato. Forme e critica della condizione precaria, a cura di Silvia Contarini e Luca Marsi, registra lo stato dell’arte. Come viene spiegato nella presentazione, porta le tracce di un convegno tenutosi a Parigi nel dicembre del 2012, dal titolo Avere il coraggio dell’incertezza. Le culture del precariato; presenta utili materiali di inchiesta sui lavoratori dell’industria culturale, dell’arte e del loisir, propone visioni parzialmente discordanti che si muovono tra filosofia e sociologia, tra sforzo genealogico e immaginazioni alternative.

L’«oggetto» di studio è eterogeneo, ci viene detto con una formula ormai piuttosto rituale. Fanno capolino lungo i saggi vari accenni alla stratificazione dentro il precariato, per quanto il libro prenda in considerazione soprattutto quei segmenti che corrispondono al lavoro della conoscenza per come è definito da Drucker. Segmenti a loro volta non omogenei, ma in cui alcuni autori individuano desiderio di autonomia, passione, fuga dal lavoro salariato. Queste caratteristiche sono state stravolte e messe a valore dal capitale, su questo non sembrano esserci dubbi; le diversità nel testo emergono su quanta parte ne resti ai soggetti per potersi opporre alla propria condizione di precarietà. In taluni interventi viene auspicato un passaggio dalla politica all’etica, in altri è l’estetizzazione del conflitto il principale bersaglio polemico. È uno dei curatori del volume, Marsi, a tentare di tagliare il nodo: è la ripresa della lotta di classe l’unico antidoto alla violenza «neoliberista» (che forse è finalmente tornato il momento di definire, senza più troppi giri di parole, del capitale sans phrase).

Un punto fermo ci sembra emergere, leggendo questo e altri volumi dell’ormai copiosa letteratura sul tema. Evidenziare la strutturale ambivalenza della precarietà oggi non è più sufficiente, perché ambivalente è per definizione il rapporto sociale da cui la precarietà nasce. Il problema è perciò quali rapporti di forza vi siano all’interno di questa ambivalenza, quanto cioè i soggetti precari possano imporre la propria scelta contro la decisione di chi la sfrutta. Diciamolo in altri termini. La precarietà è la risposta al rifiuto del lavoro, questo è ormai un dato acquisito. Il problema politico non è ribadirlo a noi stessi, ma capire come oggi sia possibile pensare l’equivalente funzionale del rifiuto del lavoro contro la precarietà.

Troppo spesso sembriamo infatti dimenticarci che gli ordini del discorso sono sempre innervati dai rapporti di potere. Se l’immaginazione non incontra la forza, resta puro desiderio ideologico. Da questo punto di vista, i termini soggettivazione e assoggettamento sono tanto preziosi in quanto strumenti analitici, quanto potenzialmente fuorvianti se collocati in una statica dicotomia. Si rischia cioè di immaginare il primo termine come sinonimo di una soggettività liberata, il secondo come sinonimo di una soggettività normalizzata. Normalizzazione e pratiche di libertà, disciplinamento e resistenza stanno invece dentro e talora contro il capitale in quanto macchina di soggettivazione e rapporto antagonista. Il problema è come si rompe questa macchina e si costruiscono processi di controsoggettivazione. Questo è il nodo irrisolto dentro la questione della precarietà.

Alcuni anni fa, in un incontro in cui ci si lamentava dell’assenza di tutele per i lavoratori autonomi e della conoscenza, Mario Tronti disse più o meno: se sono deboli non vanno aiutati, vanno sgridati. L’esergo a uno dei saggi riporta una fulminante affermazione di Francis Bacon, qui in sintonia con l’affermazione trontiana: «Dipingere il grido, anziché l’orrore». Finché non cerchiamo le tracce delle grida da organizzare continuando semplicemente a descrivere l’orrore, oppure a fantasticarne un’immaginaria bellezza, resteremo profeti disarmati nel combatterlo.

Precariato. Forme e critica della condizione precaria

a cura di Silvia Contarini e Luca Marsi

ombre corte, 2015, 165 pp., € 14

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Una Risposta a Precariato, le parole per dirlo

  1. Ennio Abate scrive:

    “Mario Tronti disse più o meno: se sono deboli non vanno aiutati, vanno sgridati” (Tronti)

    Tutto qua? Come se fossimo all’asilo?

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