Si torna a parlare di futuro. E allora, nella nostra memoria culturale, non si può che tornare a parlare dell’idea di «comunità» che vide protagonista della Ricostruzione un imprenditore con in mente un diverso modello di sviluppo: Adriano Olivetti. E che – ricorda Aldo Bonomi nel suo contributo allo speciale Post-futuro  dell’Almanacco di alfabeta2 – di sé amava dire, appunto, «in me non c’è che futuro». Quel futuro s’interruppe bruscamente, però, alla morte precoce dello stesso Olivetti: il 27 febbraio 1960. Uno dei non pochi sentieri interrotti della nostra storia recente: di quelli che fanno immaginare come sarebbe potuta andare se invece... Si propone qui un’anticipazione dalla riedizione ampliata, a cura di Alberto Saibene, del maggiore volume di scritti di Olivetti, Città dell’uomo, che restò – pubblicato come fu alla vigilia della morte, a gennaio del ’60, dalle «sue» Edizioni di Comunità – come il suo testamento culturale e politico. Il volume esce il 10 dicembre presso le nuove Edizioni di Comunità, terzo numero di una collana che sta riproponendo tutti gli scritti di Olivetti (310 pp., € 16). Come dice Saibene nella nota alla nuova edizione, la raccolta fu con ogni probabilità curata dal suo maggiore consigliere, colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Adriano e che del volume firmò in ogni caso la prefazione, Geno Pampaloni; il suo indice rispecchia «la vastità delle attività e degli interessi di Adriano: una nuova forma di società e la sua organizzazione, l’azione di capitano d’industria, la riflessione politico-istituzionale, l’attività urbanistica, il riscatto del Mezzogiorno, la partecipazione dei lavoratori ai fini del lavoro e, in ultima istanza, dell’azienda». Nell’ultima parte del volume sono aggiunti al canone cinque scritti inediti e dispersi, di Olivetti, risalenti al 1949-1956: Il ritmo di una fabbrica riproduce il discorso pronunciato il 6 aprile 1955, in occasione dell’apertura della nuova sede Olivetti di via Clerici, a Milano (è riassunto in «Notizie Olivetti», aprile-maggio 1955, p. 1). Lo stesso Saibene, Nicola Crepax, Ludovica del Castillo e Lelio Demichelis firmano contributi critici che da punti di vista diversi ci mostrano, di quell’idea di società e di cultura, insieme l’attualità e la lontananza: rispetto al panorama di oggi. È quanto fanno pure Aldo Bonomi, Marco Revelli e Alberto Magnaghi nei saggi raccolti da DeriveApprodi nel volume Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora (143 pp., € 12). (a.c.)

Il ritmo di una fabbrica (1955)

Adriano Olivetti

Eccellenza, Signore, Signori,

la modesta cerimonia di oggi, se è motivo per noi di gratitudine per la presenza così amichevole e cordiale di tutti Voi, ha per la nostra Società, che ho l’onore di rappresentare, un significato più preciso.

Questi uffici sorgono infatti sull’area del vecchio palazzo MILIUS che noi comprammo nel 1934 dalla città di Ginevra, e che fu incendiato nella funesta notte del 19 agosto 1943. Ora completato a dieci anni dalla Liberazione, esso significa per noi tutti la fine di un’epoca: la ricostruzione del dopoguerra e l’inizio di un tempo nuovo ancor pieno di speranze, di incertezze e di trepidazione.

E poiché la vita di un’azienda industriale riflette in se stessa come in un microcosmo i grandi problemi che agitano l’intera nazione, non sarà perciò inutile tratteggiare, con la brevità che la circostanza ci impone, quali sono stati i problemi della nostra ricostruzione proprio nel tempo in cui il paese operava la sua, per arrivare poi, se ci sarà consentito, a enumerare senza pertanto risolvere taluni problemi che ci attendono.

Dieci anni or sono questo palazzo era inabitabile perché bruciato, le ferrovie non funzionavano, la fabbrica di Ivrea con 4794 operai produceva delle macchine che non si potevano né consegnare né vendere. Là si operava stanchi delle tristi vicissitudini della occupazione tedesca, particolarmente nefasta nel Canavese, ove erano avvenuti episodi sanguinosi e decine di operai avevano perso la vita. Le maestranze in preda alla stanchezza e al vento disordinato delle velleità rivoluzionarie, in preda a un nervosismo prodotto dalla lunga tensione, scioperavano per cose di secondaria importanza.

Fuori cortei di disoccupati, reduci e partigiani prendevano a bersaglio le grandi vetrate dello stabilimento fino a quando gli organi del Governo non imposero una massiccia obbligatoria assunzione. Questo gesto sociale che forse ebbe a evitare una rivoluzione ancor più pericolosa, gettò nella fabbrica alla rinfusa oltre 1000 persone che andarono ad alimentare una produzione che già non aveva mercato.

Che fare? La strada aveva un senso unico: non c’era che andare avanti, con estremo coraggio, riattivare al più presto possibile e con la maggiore efficienza quei canali di distribuzione che la guerra aveva distrutto e che occorreva velocemente rinforzare e ampliare per tener conto dell’ingrandita produzione. Nel 1946 si aprirono rapidamente taluni sbocchi all’estero.

La Direzione Tecnica provvide in due anni di fervido lavoro a rinnovare i modelli principali; gli uffici di sviluppo e propaganda vennero rinforzati.

Si arrivò pertanto al 1947, in cui la Olivetti aveva raggiunto sui mercati esteri il 55,2 per cento della sua esportazione e doveva ancora attraversare la benefica crisi dei provvedimenti Einaudi che bloccarono con magistrale manovra l’inflazione (dicembre 1947). Da allora si può dire che le difficoltà esteriori si annullarono e la fabbrica si rivolse con ritmo pacato al suo sviluppo metodico graduale.

Ogni anno si creano nuove società affiliate all’estero, da Londra a Vienna, dal Sud Africa all’Australia, dalla Germania agli Stati Uniti, e ogni anno le cifre della produzione aumentano e il numero degli operai occupati si accresce, sia pure con delle soste, cosicché i 4794 dipendenti del 1945 raggiungono oggi i 6809. I dipendenti totali della Olivetti, compresi quelli degli uffici di vendita delle società estere, raggiungono oggi circa 14.000 unità.

I miei amici dell’ufficio pubblicità e delle public relation hanno già spiegato al mondo industriale, al quale ho l’onore di parlare, quali siano i motivi esteriori di questa ascesa; la quale, sebbene non abbia niente di spettacolare e trovi riscontri analoghi e anche più fortunati esempi in gran parte dell’industria meccanica italiana, ha nei recenti anni contribuito in modo evidente al progresso della ricchezza del paese e del prestigio nel mondo.

Queste ragioni intrinseche sono ben note e vale la pena di ricordare il valore di progettisti, tecnici e organizzatori, l’adeguatezza dell’organizzazione commerciale, dell’efficienza dell’apparato pubblicitario italiano ed estero e via dicendo.

Ma a me pare che queste cose non spieghino a sufficienza la vita e il ritmo di una fabbrica, che come ogni cosa di questo mondo ha un’infanzia e una maturità, per raggiungere infine un punto che, se non volge al tramonto, si rivolge in ogni caso verso un qualche cosa di nuovo e affascinante.

Sostengo infatti che queste cose, che sono opera di uomini, sono caratterizzate da un particolare loro destino ed ecco perché non mi dispiace di dirvi, sia pure alla buona, qualche parola sul filo conduttore che, al di là dei principi della organizzazione aziendale, ha informato in questi dieci anni l’opera della Società e l’ha, diciamolo pure, anche caratterizzata.

Il tentativo che posso dire con tranquillità incompiuto nella fabbrica di Ivrea risponde a un’idea di fare qualche cosa che stesse al di là del socialismo e del capitalismo, poiché i tempi avvertono con urgenza che, nelle forme estreme in cui i due termini nella questione sociale si sono posti, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e di una società moderna. In altri termini il nostro tentativo è incompiuto: esso ha trovato nemici a destra e a sinistra, in alto e in basso. Ha trovato nemici nelle organizzazioni sindacali, nelle organizzazioni costituite dai lavoratori; ha trovato schierati contro di noi i partiti politici ma intanto, nonostante queste avversità, il tentativo di trasformare la fabbrica di Ivrea in un’organizzazione economica rivolta unicamente a conseguire il massimo profitto è stata sostituita gradualmente da un tipo di impresa che, pur agendo in un mezzo economico e accettando le sue regole, ha rivolto i suoi figli all’elevamento materiale, culturale e sociale del luogo ove era stata chiamata a operare, avviando una regione verso una comunità ideale in cui non c’è più differenza di fini tra i protagonisti delle piccole grandi storie di quei luoghi.

Ecco perché la Società crede nelle cose della scienza, crede nelle cose dell’arte, crede nelle cose della cultura, crede che gli ideali di giustizia non possano essere estranei alle contese pur ineliminate tra capitale e lavoro.

Ne sono testimonianza le attività dei nostri centri culturali, l’intensa opera di elevamento culturale di tutti i centri dove vive la maggioranza dei nostri operai, in modo da conferire a quelle piccole località l’ausilio della cultura, privilegio quasi esclusivo per ogni classe sociale. E poi nei centri maggiori le opere meticolose per l’istruzione professionale, e per gli operai adulti i corsi di qualificazione e di perfezionamento, e l’attenzione rivolta a taluni problemi nazionali, che le inesplicabili carenze delle attività dello Stato avevano portato a vere lacune nell’ordinamento della nostra cultura. In questo ordine di cose rientra l’ausilio dato al prof. Valletta e agli industriali piemontesi nella istituzione dell’Istituto Post Universitario per l’Organizzazione Aziendale, la difesa dell’attività degli urbanisti italiani, piccola pattuglia di avanguardia per la creazione di un mondo più ordinato, più libero, più efficiente.

Se volgiamo la mente a un’altra interpretazione della nostra attitudine, potremmo compendiarla in questo modo: la nostra società italiana è formata da qualche centinaia di distretti, di diocesi, di Province, in sostanza di unità territoriali che potrebbero avere una loro fisionomia se ciascuna di esse potesse essere, attraverso la guida più consapevole di attività economiche, risanata moralmente e materialmente e resa a una civile unità; e anche in relazione di tali conseguenze sarebbe rinnovata e portata a una nuova vita: questo è il contrario dei processi che sono congegnati da uomini politici che vorrebbero risanare la società dall’alto attraverso la macchina della burocrazia, che qualunque ne sia il giudizio non potrebbe di necessità risolvere dei problemi che stanno nei campi, nelle officine, nelle scuole, nelle università, negli uffici, a contatto dell’uomo, e che rappresentano la vera vita in cui noi viviamo, così lontani dagli schemi che i politici accentratori si sono fatti dei problemi stessi e della vita.

Il vento di Olivetti

Lelio Demichelis

Comunità. Parola ambigua e concetto assai scivoloso. La comunità è infatti spesso confusa con società (ma sono cose diverse) ed è solitamente pensata, ma anche vissuta, come un’entità olistica e monistica. Idealizzata frequentemente con popolo, terra e sangue, l’idea di comunità ha molte affinità con la teologia cattolica (il gregge come forma di comunità, la comunità dei fedeli), facilmente si veste di sacralità e di assolutezza (Dio, patria e famiglia), certo è qualcosa che tende a trascendere l’individuo annegandolo in un insieme organico e biologico-naturale, nell’uno comunitario che scioglie ogni diversità evitando (e proteggendo da) ogni alterazione dell’ordine. Comunità come rifugio dalla paura, comunità che alza muri per realizzare la comunità degli eguali, comunità come rivendicazione utilitaristica dell’egoismo (padroni a casa nostra). Comunità; e comunitarismo come ideologia.

E Ferdinand Tönnies: che distingueva tra comunità (Gemeinschaft) intesa come prodotto appunto di una volontà organica basata su valori condivisi quanto inconsapevoli (dalla famiglia al rispetto per l’autorità) e società (Gesellschaft), che invece sarebbe l’effetto di una razionalizzazione dello stare insieme degli uomini basata su leggi e contratti. E Max Weber: che distingueva tra accomunamento e associazione, per cui comunità è quando l’agire sociale si fonda su un comune senso di appartenenza fortemente coinvolgente, mentre si ha società quando questo senso è razionalmente motivato da una identità di interessi.

E ancora: la famiglia come comunità; ma anche l’impresa come comunità di lavoro, trasformando il lavorare in collaborare con e per l’impresa, sciogliendo in essa ogni soggettività; ieri il paternalismo imprenditoriale e i villaggi (comunità) aziendali, oggi le palestre aziendali e il condividere la mission dell’impresa. E ancora: comunità di brand, di media e di social network. Mai l’idea di comunità è stata tanto propagandata come oggi, mai è stata tanto falsa come oggi. Mentre la società muore, crescono illusioni funzionali di comunità spesso prodotte dagli stessi soggetti (mercato, tecnica) che producono de-socializzazione.

E poi e invece: la Comunità di Adriano Olivetti. E dunque – prima di andare alla rilettura olivettiana fatta da Marco Revelli, Aldo Bonomi e Alberto Magnaghi nel loro Il vento di Adriano – risaliamo alla fonte: a quel libro di Olivetti di settant’anni fa che è L’ordine politico delle Comunità, meritoriamente ristampato lo scorso anno dalle rinate Edizioni di Comunità per la cura pregevole di Davide Cadeddu. Comunità, anzi e meglio, comunità concreta. Un’idea di Olivetti per una nuova società «essenzialmente socialista, ma che non dovrà mai ignorare i due fondamenti della società che l’ha preceduta: democrazia politica e libertà individuale», costruendosi tuttavia (e soprattutto) sul concetto di persona (i referenti sono Maritain e Mounier, ma non solo), diverso da quello di individuo. Per creare «un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura o dalla storia». Una comunità volta a «sopprimere gli evidenti contrasti e conflitti che nell’attuale organizzazione economica normalmente sorgono e si sviluppano fra l’agricoltura, le industrie e l’artigianato di una determinata zona ove gli uomini sono costretti a condurre una vita economica e sociale frazionata e priva di elementi di solidarietà. Le Comunità – creando un superiore interesse concreto – tendono a comporre detti conflitti e ad affratellare gli uomini».

Che la società fosse in crisi già allora era ben evidente a Olivetti, industriale umanista e imprenditore intellettuale, che elencava tra le cause di tale crisi («e di turbamento dell’ordine sociale»), la dissociazione tra etica e cultura e tra cultura e tecnica, il conflitto tra stato e individuo, la mancanza di educazione politica e di una adeguata classe dirigente, l’obsolescenza dell’amministrazione statale, il disconoscimento dei diritti dell’uomo, la mancanza di strutture giuridiche per proteggere la persona contro il potere diretto e indiretto del denaro.

Una Comunità – quella olivettiana – come rimedio a questa crisi e da far coincidere territorialmente con il circondario, la diocesi, il distretto o il collegio elettorale, ma a cui potranno essere poi apportate correzioni atte «a creare unità che abbiano nella natura il loro fondamento e nell’uomo i loro limiti». Comunità per sanare i difetti delle grandi città, «ormai impotenti a conferire un’armonia di vita, un tempo spontanea ai loro abitanti», per cui anche le città dovranno essere trasformate e umanizzate (perfezionate) e grande è il compito che spetta all’urbanistica (vera passione di Olivetti). Di più: «determinate imprese private saranno progressivamente trasformate in enti di diritto pubblico e prenderanno il nome di Industrie sociali autonome o Associazioni agricole autonome». La Comunità dovrà inoltre possedere una parte del capitale azionario delle grandi e medie fabbriche, nominando alcuni dirigenti principali, si dovrà occupare di formazione e di promuovere lo sviluppo dell’artigianato e del turismo, favorendo la partecipazione diretta dei lavoratori «al governo della Comunità». Perché «l’influenza della Comunità su industria e agricoltura è di natura sia sociale che economica» e «la rappresentanza politica si trasforma per se stessa in rappresentanza economica». Perché «la legge superiore della Comunità è l’Evangelo […] e quindi ogni atto della Comunità deve informarsi, in caso di dubbio, a tale legge morale superiore». E perché – ancora – solo «la Comunità, il suo regime politico pluralista, l’organizzazione federativa dell’economia, ridaranno al cittadino una libertà più vera e più alta che non quella assicurata dal regime dei privilegi e delle libertà nominali […] in modo da facilitare concretamente l’affermarsi di sentimenti di solidarietà umana, mentre la società attuale tende piuttosto a frenarli e ad alimentare l’istinto di sopraffazione e di egoismo. […] Solo a queste condizioni una società pluralista e libera è creatrice di un’autentica civiltà, elimina il disordine, le sperequazioni, la rottura tra il sociale e l’economico, tra il bello e l’utile, tra il giusto e l’umano».

Questa era, in sintesi, la Comunità secondo Olivetti. Ma quanto ne rimane oggi e quanto è possibile resuscitarla nella nuova (vecchia) economia di oggi? Non siamo particolarmente ottimisti. Sotto le nuove tecnologie, sotto le retoriche di un nuovo fare condiviso e social, vediamo la permanenza del vecchio e mai morto fordismo e anche le nuove imprese e il nuovo lavoro sono comunque slegati – perché crescono i processi di individualizzazione e di astrazione dal reale – dal territorio, e sono quindi ir-responsabili verso il territorio. Oggi, piuttosto, la comunità è prevalentemente etnico-egoistica-economicistica; lo stato è in via di privatizzazione-aziendalizzazione; la società (e la comunità) si sta confondendo (nel segno dell’ordoliberalismo e del neoliberismo) sempre più con il mercato o con la rete; l’homo œconomicus ha schiacciato l’homo sapiens; l’urbanistica (quella di Olivetti e quello che ne resta) è un fastidio per il mercato, quindi da eliminare; l’unica innovazione ammessa è quella tecnologica, ma le imprese esternalizzano anche la ricerca (altra differenza fondamentale da Olivetti) affidandola a makers supersfruttati e che non ci sembrano essere il general intellect marxiano ma il nuovo proletariato della conoscenza; la politica (a tutti i livelli) si fa ancella del mercato, lasciandosi da esso governare invece di governarlo, e in più cancellando deliberatamente ogni corpo intermedio e ogni società civile; la frantumazione del lavoro si è fatta esponenziale ma promossa per auto-imprenditorialità, per capitalismo personale o free-lance (fordismo individualizzato); esplode il taylorismo digitale e dilaga l’uberizzazione del lavoro e le uniche comunità/community promosse e sostenute dal sistema sono quelle (funzionali al sistema) di rete, di brand o di lavoro, dove si produce l’unica (falsa) soggettivazione ammessa.

Revelli, Bonomi e Magnaghi cercano Olivetti anche nell’oggi, magari nascosto tra le pieghe di una realtà sicuramente composita e spesso invisibile. Lo fanno in forme diverse. Quasi neo-utopistiche, Magnaghi. Riflessive sul passato, Revelli, che rilegge il modello industriale di Olivetti come un fordismo dolce, o soft o smart «contrapposto a quello hard, duro, militaresco (burocratico-militare), standardizzato e standardizzante, culturalmente inerte e socialmente irresponsabile che prevaleva a Torino» (leggi Fiat). Un modello olivettiano che si distingueva, secondo Revelli, per tre aspetti: le politiche del lavoro e il rapporto coi dipendenti (considerata appunto una comunità di persone); la relazione tra cultura industriale e cultura senza aggettivi; e il rapporto fabbrica-territorio (da impresa responsabile, scriveva Luciano Gallino). E quindi l’idea di Comunità come forma radicalmente altra di partecipazione dal basso, volta a mettere insieme e a far stare in-comune non gli omogenei ma gli eterogenei, «i molteplici e le molteplicità […], in una concezione più da organismo che da meccanismo». Cercando (ancora Revelli) l’armonia come valore, «in una visione combinatoria che portava Olivetti al tentativo di conciliare – o di ri-articolare – tutti gli opposti: Produzione e Cultura, certo. Arte e Industria. Ma anche – e soprattutto – lavoro e vita. E poi, fabbrica e Territorio. Lavoro e Ambiente». A integrarli, diceva Olivetti – ma questo è anche concetto secondo noi pericoloso per i rischi di annullamento delle molteplicità che oggettivamente comporta: l’integrazione essendo diversa dall’interazione e l’armonia non essendo sempre un valore ma anche un disvalore se produce omologazione).

Ma allora: Olivetti è ancora attuale/attualizzabile? Sì, forse. Secondo Revelli, nell’idea – giustissima – di una fabbrica/impresa re-incorporata nel sociale, ri-embedded. Perché l’esigenza di incorporazione «dell’economia (ma anche della Tecnica) nel Sociale era fortemente presente nella visione olivettiana. Era quella che spingeva Adriano Olivetti a definire addirittura l’impresa come un bene comune e a invocare un di più di Politica (nel senso di mano pubblica). Oggi che l’economico si mostra nella forma più distruttiva del sociale (e del vitale: del bios) nella sua piena metamorfosi dell’astrattezza della forma denaro […] si può immaginare l’attualissima inattualità di un tale approccio». Come nell’idea che le democrazie odierne possano essere salvate solo dall’azione dei corpi intermedi, di quelle che Bonomi definisce le «società di mezzo», dove ri-aggregare e condensare le persone, per cercare di contrastare i processi di individualizzazione e di atomizzazione, «fattisi oggi sempre più devastanti».

Un antidoto necessario, la comunità territoriale – scrive Revelli. Ma sufficiente? Anche Olivetti secondo noi sbagliava quando scriveva che «la crisi della società contemporanea non nasce dalla macchina, ma dal persistere di strutture politiche inadeguate»; perché sono invece proprio le macchine (la tecnica e il capitalismo e le loro forme tecniche e capitalistiche che diventano sempre più forme sociali – o comunitarie) a rendere inadeguate (se non inutili) le forme e le strutture della politica e della democrazia.

Da Revelli a Bonomi. Un contributo al volume lungo e denso, ricchissimo di spunti. Ne richiamiamo alcuni. Il primo è l’obiettivo di ricostruire – in un sistema ormai post-democratico – «trama sociale, fare società dentro la transizione, ricostruire i tessuti connettivi tra società e politica». L’idea olivettiana di comunità e di impresa responsabile verso il territorio si scontra infatti, oggi, con il capovolgimento del rapporto, per cui il territorio è per l’impresa solo un bacino di risorse utili da cui estrarre valore e competenze. Può allora la comunità mediare tra le dinamiche della globalizzazione e i sistemi locali? Possono farlo (pur utilissime e necessarie) le nuove comunità delle smart cities o della smart land? Di più: come declinare la comunità, che presuppone tempi lungi con i tempi attuali fatti di istantaneità, velocità e simultaneità? Ma soprattutto – è ancora il nostro dubbio – davvero oggi esistono forme di soft economy composte da makers, fab lab, imprese sociali, community e co-working da intendere come il proseguimento di antiche forme di comunità e di prossimità, capaci di coagulare «gruppi sociali e frammenti di società futura» e una nuova comunità concreta?

Bonomi è ottimista. A noi, la soft economy, la sharing economy, i makers, il modello Uber/Amazon sembrano soprattutto una forma nuova del vecchio fordismo, uscito dalle grandi fabbriche, diffusosi prima sul territorio e che sta oggi incorporando biopoliticamente ogni individuo (o persona): non più individuo (e non più persona) ma puro (s)oggetto economico, puro capitale umano o pura merce. Con una alienazione (nel senso di Marx) sempre presente, semmai accresciuta ma ben mascherata dallo storytelling affascinante e coinvolgente dell’innovazione tecnologica, dell’essere boss di se stessi. Olivetti sembra sempre più inattuale.

Eppure, oltre a esercitare un doveroso pessimismo della ragione, vogliamo praticare con ostinazione anche l’ottimismo della volontà. E allora l’augurio è che abbiano ragione, Bonomi e Magnaghi; e torto noi.

Aldo Bonomi, Marco Revelli, Alberto Magnaghi

Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora

DeriveApprodi 2015, 143 pp., € 12

Da leggere/rileggere anche:

Adriano Olivetti

L’ordine politico delle Comunità

a cura di Davide Cadeddu

Edizioni di Comunità, 2014, 366 pp., € 18

Giancarlo Lunati

Con Adriano Olivetti alle elezioni del 1958

Edizioni di Comunità, 2014, 63 pp., € 8

Il lavoro di ogni giorno

Nicola Crepax

La fabbrica casa dell’uomo

«Bisognerebbe anzitutto che gli specialisti, gli ingegneri e gli altri, fossero sufficientemente preoccupati non solo di costruire oggetti, ma di non distruggere uomini. Non di renderli docili e neppure felici; ma solo di non costringere nessuno di loro ad avvilirsi»: così rifletteva Simone Weil, nel 1936, a conclusione dell’intensa e devastante esperienza di lavoro in fabbrica, alla Renault.

Nel 1954 Adriano Olivetti volle che il volume della Weil, La condition ouvrière, fosse pubblicato dalle Edizioni di Comunità a testimoniare la consonanza che la propria azione economica trovava nella raffinata spiritualità della giovane studiosa francese. L’imprenditore vi leggeva la sua stessa ricerca di una trama tra la religione ebraica e quella cattolica, che lo avrebbe accompagnato fino agli ultimi giorni. Dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, l’edificazione del «sistema olivettiano» trovava proprio nella tensione spirituale del capo azienda il proprio principio unificatore. Per l’imprenditore le realizzazioni, le fabbriche, i prodotti, le gerarchie manageriali, i processi produttivi e quelli organizzativi, rappresentavano, in quanto tali, altrettante occasioni di riflessione sul ruolo egemone della grande industria nella società di massa. Un ruolo che non poteva esaurirsi nel perseguimento di obiettivi materiali ma che trovava, anzi, il proprio pieno svolgimento nel campo delle grandi motivazioni ideali che avrebbero dovuto innervare il tessuto di connessione di un futuro ordine sociale.

Lo stesso impegno politico di Adriano Olivetti trovava la propria concretezza solo se ricondotto al carattere di articolazione di un’attività imprenditoriale consapevole dei propri impegni sociali, di momento estremo di riflessione sul ruolo e sulla funzione civile che la grande industria doveva svolgere nella costruzione della giovane democrazia. Lo stesso idealistico disegno riformatore, proposto dall’imprenditore nel volume programmatico L’ordine politico delle comunità (che nella seconda edizione del 1946 aveva per sottotitolo Dello Stato secondo le leggi dello spirito), dimostrava maggiore coerenza narrativa e originalità di proposta proprio nelle pagine dedicate alla funzione della grande impresa, considerata quale imprescindibile elemento attivante per le comunità territoriali che Olivetti vedeva quali cellule costituenti il nuovo ordinamento dello Stato.

La riflessione dell’imprenditore ruotava, del resto, attorno alla funzione sociale che la produzione di massa assegnava agli organismi produttivi: egli aveva inteso da tempo quanto la fondazione di una grande impresa fosse da considerarsi un atto, in primo luogo, di tipo politico: un atto di governo della società e del territorio. Là dove l’obiettivo dell’azienda del padre, Camillo Olivetti, era coinciso con il tentativo dell’imprenditore di inserirsi senza traumi nel tessuto locale con la propria attività produttiva, all’opposto le nuove aziende avrebbero dovuto essere coscienti della propria intrinseca carica rinnovatrice: distruttiva delle tradizioni e impositiva di un nuovo modello di sviluppo.

Il giovane Olivetti nel 1925 – lo si legge nell’epistolario del viaggio di formazione in America – decise di seguire le orme del padre solo dopo aver conosciuto direttamente il sistema produttivo americano, che poggiava su un numero limitato di pilastri produttivi dalle dimensioni inusitate, e capaci di diffondere internazionalmente i nuovi modelli di consumo. Stupefatto dall’impatto sociale di quel sistema di produzione, Olivetti aveva deciso di farsi imprenditore, ponendo però come condizione la possibilità di poter svolgere un ruolo di primo piano nell’affermazione, anche in Italia, di quel particolare modello di grande complesso aziendale che in America stava disegnando la nuova organizzazione della società.

Eclettismo culturale per una riforma organizzativa dell’impresa

Dalle prime osservazioni del sistema fordista, agli articoli in cui esponeva il proprio disegno organizzativo, per giungere infine ai discorsi agli operai, «l’ingegnere», come lo chiamavano in azienda, non avrebbe mai smesso di ragionare sulla ripetitività despecializzata e despecializzante del lavoro operaio. L’inevitabile reiterazione, dei gesti e delle azioni rese obbligate dalla produzione seriale, costituisce uno dei punti focali della riflessione di Olivetti e degli intellettuali che egli riunisce attorno all’azienda.

In quegli anni in cui le due sponde dell’Atlantico avevano iniziato un percorso di riavvicinamento, la cultura italiana osservava i cambiamenti in atto nel mondo dell’impresa industriale usando un doppio registro: da un lato si soffermava sulle opportunità offerte dal progresso; dall’altro l’attenzione scaturiva da una profonda preoccupazione sociale.

L’imprenditore avrebbe così concretizzato a Ivrea il proprio progetto offrendo, in primo luogo, un contributo ideale allo sviluppo di quelle piste di ricerca, di quelle linee di riflessione intellettuale, che erano rivolte all’elaborazione di una visione della grande impresa che fosse in grado di renderne l’affermazione compatibile con i modelli sociali e culturali dominanti nella penisola. La preoccupazione del capo azienda era quindi anche rivolta a contrastare quei modelli culturali anti-industrialisti ancora tanto radicati nel Paese, e direttamente riconducibili a quei sentimenti diffusi che certa parte della propaganda fascista aveva contribuito a trattenere in una posizione di netta dissonanza di fronte all’ineluttabile avanzare di una civiltà industriale ibridata dal modello americano.

Del resto, ancora nel dopoguerra, la diffidenza verso una società dei consumi di massa avrebbe trovato, su fronti contrapposti, nuova linfa proprio nell’affermazione delle subculture democristiana e comunista: in questo senso la riflessione olivettiana trovava la propria superiore motivazione nel desiderio di contribuire, grazie a una lucida analisi della società italiana, alla complessiva modernizzazione economica della penisola.

Di fronte a una visione prevalente improntata all’applicazione rigida dei principi dell’organizzazione scientifica del lavoro, l’azione di Olivetti si distingueva spostando l’accento dalla mera applicazione del lavoro alla catena di montaggio e dal semplice ricorso alla remunerazione a cottimo – i due elementi allora più noti nella vulgata del sistema tayloristico – in direzione della riorganizzazione dei flussi di lavoro e dei percorsi decisionali interni all’impresa. L’azienda amministrata tradizionalmente avrebbe dovuto trasformarsi, così, in un organismo complesso in cui ordini di servizio, materie prime e utensili si intrecciavano in un’ordinata serie di atti l’uno all’altro conseguenti. L’utopia della «fabbrica automatica» non era costituita, nel pensiero di Olivetti, solo dall’invenzione di automi e meccanismi più o meno sofisticati, ma era anche il frutto dell’instaurazione di una nuova organizzazione in cui l’azione umana fosse rigidamente preordinata all’interno di un analitico sistema amministrativo.

Il punto chiave nell’analisi di Olivetti era quindi la riforma organizzativa dell’impresa moderna, riforma che doveva essere in primo luogo rivolta a una sostanziale semplificazione dei processi produttivi e amministrativi, ma che in ultima analisi trovava la propria motivazione nel porre l’uomo al centro di una comunità organizzata. L’azienda avrebbe dovuto realizzare l’idea di una fabbrica «processiva», che l’imprenditore immaginava dovesse essere «in crisi di continuo sviluppo». Lo scopo era quello di porre le officine agli ordini dell’organizzazione commerciale, nell’ambito di una complessiva e programmata espansione produttiva. Caratteristica del sistema organizzativo progettato da Olivetti, quindi, era il carattere dinamico degli assetti via via raggiunti che, nel rifiuto di ogni dogmatismo, non erano mai considerati punti di arrivo bensì stadi evolutivi cui «l’esperienza suggerirà le modifiche, aggiunte, riduzioni convenienti».

La cooperazione tra le diverse componenti dell’impresa era un presupposto per la riuscita della rivoluzione organizzativa: era stato questo l’elemento di maggior originalità della riflessione giovanile di Olivetti che avrebbe costituito un tema fondante di tutta la sua opera, la necessità cioè di coinvolgere la totalità dei dipendenti negli obiettivi complessivi dell’azienda iniziando a prefigurare un modello cooperativo di impresa del tutto nuovo nel panorama del Paese, ma certo non del tutto avulso dalle tradizioni presenti nel mondo politico e del lavoro della penisola già negli anni Venti – e successivamente riemerse in forme e schieramenti radicalmente diversi –: che ponevano al centro della riflessione il tema della compartecipazione delle forze produttive alla guida dell’impresa.

Verso la fondazione proprietaria

«Socializzare senza statizzare, organizzando la società economica in modo autonomo, rendendola indipendente dall’intervento prevalente dello Stato; onde la libertà dell’individuo, la difesa della persona, l’accrescimento del benessere materiale siano garantiti dalla collaborazione di una pluralità di istituti a ciascuno scopo coerentemente designati», con queste parole di Adriano Olivetti si apre uno dei saggi contenuti nel volume La città dell’uomo, esplicitamente intitolato La Fondazione proprietaria. L’obiettivo, esplicito, era quello di perseguire un sostanziale superamento del capitalismo, alla ricerca della costruzione di un’impresa socialmente responsabile attraverso la sua trasformazione in un bene comune controllato da una fondazione, a sua volta espressione della volontà del territorio e del contesto sociale afferente all’attività produttiva. «L’impresa deve essere associata a una vera comunità – continuava, a pochi anni dalla morte, Olivetti – divenendo così un centro di cooperazione e partecipazione di tutti coloro che vi sono interessati in un modo o nell’altro, e che hanno in definiva lo stesso fine: la libera e armoniosa crescita della fabbrica e della comunità in modo tale che il lavoro di ogni giorno serva consapevolmente a un nobile interesse umano. Così i fini materiali e spirituali saranno conciliati. A questo scopo noi pensiamo che la proprietà e il controllo dell’azienda debbano essere affidati a una compartecipazione organica di tutte le forze vive della comunità, rappresentative di enti territoriali, sindacali e culturali».

È questo un passo cruciale per comprendere il pensiero dell’imprenditore – che oramai guidava un colosso industriale al vertice della produzione di macchine per ufficio sui mercati mondiali –, lucidamente rivolto all’idea che l’efficienza dell’attività produttiva non potesse essere perseguita senza una radicale revisione dei confini istituzionali dell’impresa in grado di porla quale crocevia degli interessi economici, culturali e spirituali degli uomini e delle società di appartenenza. Con esso Adriano Olivetti raggiunge il punto più estremo, nobile e alto, della propria riflessione, avviata in America negli anni Venti, sulla funzione dell’impresa nella società moderna e sulla revisione dello stesso concetto di proprietà privata, cui occorreva tendere per dare un equilibrio all’azione economica.

La Olivetti dopo Olivetti

Alberto Saibene

Esiste una piccola letteratura sui funerali di Adriano Olivetti, il senso di sgomento che aveva preso i suoi collaboratori per una morte così improvvisa, giunta in un momento – 27 febbraio 1960 – che sembrava di rilancio su tutti i fronti: la sfida dell’elettronica, l’acquisto della Underwood e lo sbarco sul mercato americano, il ripensamento dell’azione politica. Era un gruppo tenuto insieme da una personalità unica che riuniva in sé le qualità del capo d’azienda, del riformatore politico e dell’uomo pubblico, anche se l’avventura del Movimento Comunità sembrava in un momento di ripiegamento. Uomini e donne molto diversi tra loro che, come ha scritto Giancarlo Lunati, avevano in comune «quel contagio del gusto a immaginare il nuovo e la voglia di fare».

Ma cosa fare dopo la morte di Olivetti non era chiaro. Chi restava aveva davanti a sé lo spettacolo di una compagine famigliare litigiosa e che non riconosceva in Roberto, nato nel 1928 e figlio maggiore di Adriano, l’erede designato. C’era poi lo sbilanciamento finanziario dopo l’acquisto della Underwood, il passaggio dalla meccanica all’elettronica caldeggiato solo da una minoranza all’interno dell’azienda. Tutte queste cose, insieme a un acuto senso di perdita, lasciavano nell’incertezza chi aveva vissuto anni esaltanti accanto ad Adriano. Scorrendo la lista di nomi che collaborano con Olivetti tra il 1946 e il 1960 (l’anno delle morte) ci si rende conto che formò una classe dirigente che dopo di lui contribuì in forme e modi diversi all’età matura della Prima Repubblica. Non fu il solo: anche l’ENI di Mattei, la Banca Commerciale di Mattioli, la Banca d’Italia di Menichella e dei suoi eredi, furono luoghi di formazione di una classe dirigente che in Italia non ha mai avuto dei serbatoi «naturali», se non in alcune università di eccellenza e, si potrebbe aggiungere, nel PCI plasmato da Togliatti. La Olivetti però era diversa: globale ante litteram (c’è stata una componente di cosmopolitismo ebraico tra i suoi dirigenti), la cultura del progetto come modus operandi, un nutrito gruppo di giovani che avevano facoltà di intraprendere, favoriti anche dal fatto che la generazione precedente, che aveva legato il proprio destino alle fortune del fascismo, aveva lasciato un vuoto da colmare.

Alcuni avevano già le valigie pronte: Geno Pampaloni, troppo legato ad Adriano, proseguì la sua carriera nell’editoria e scrivendo sui quotidiani come critico militante; Carlo Doglio, urbanista sui generis, si trasferì a Bagheria e finì per insegnare in università; Libero Bigiaretti percorse poi una carriera nella Repubblica delle Lettere; Muzio Mazzocchi Alemanni tornò a Roma diventando un professore universitario e un grande esperto del Belli; Massimo Fichera si dedicò alla costruzione della Fondazione Olivetti prima di creare, anni più tardi, dopo la riforma della RAI, una seconda rete laica e pluralista (un lascito «adrianeo»). Per tanti l’università fu una sponda naturale: gli arcirivali Franco Ferrarotti e Luciano Gallino predicarono poi ex cathedra diversi approcci alla sociologia: il primo fu in auge soprattutto negli anni Settanta; del secondo, di recente scomparso, avvertiamo forte la mancanza per orientarci in una società globale dove la dignità del lavoro e della persona sono sempre più lontani dal modello olivettiano: L’impresa responsabile di cui lo studioso torinese parla in un libro-intervista.

Non ci sarà forse più un’azienda dove due grandi poeti furono compagni di stanza. Negli uffici milanesi di via Clerici, dove aveva sede la divisione pubblicità e comunicazione, Giovanni Giudici percorse una carriera di impiegato e funzionario fino alla pensione, Franco Fortini collaborò con sempre meno slancio alle campagne pubblicitarie e alla scrittura di testi per film industriali prodotti dall’azienda. L’Olivetti del dopo Adriano fu poi falcidiata da una serie di morti premature: Mario Tchou, geniale ricercatore e manager dell’area elettronica, morì in un incidente stradale nel 1961, Rigo Innocenti, un intellettuale a capo della fabbrica di Pozzuoli, nel 1963. Drammatica la scomparsa di Riccardo Musatti, manager e uomo di cultura, il prototipo dell’intellettuale olivettiano, a capo dell’area comunicazione e pubblicità, stroncato nel 1965 da un infarto negli uffici di via Clerici. A succedergli fu Renzo Zorzi, veneto di formazione azionista, molto legato al presidente Bruno Visentini, che dirigeva con successo le Edizioni di Comunità e «Comunità» rivista, che perse invece via via smalto nel corso degli anni Sessanta. Zorzi ha avuto grandi meriti come quello di aver inventato la sponsorship di mostre internazionali da parte di un’azienda privata, a partire da quella, nel 1969, al Metropolitan Museum degli affreschi di Firenze dopo l’alluvione del 1966. Una stagione conclusa negli anni Ottanta col restauro dell’Ultima cena leonardesca e che ha inaugurato un rapporto tra pubblico e privato che resta un modello di intervento. Zorzi è divenuto poi il custode della memoria olivettiana, identificandosi tuttavia fin troppo come il continuatore delle attività culturali di Adriano: quelle «originali» univano sempre politica e cultura e mostravano una tensione civile che nelle iniziative di Zorzi risulta annacquata. Ad aiutare Zorzi a tessere i rapporti col Metropolitan c’era Gianluigi Gabetti, a capo dell’Olivetti americana, che proveniva da una stagione alla Comit di Mattioli e che lasciò la Olivetti nel 1971 per la FIAT di Gianni Agnelli (da lui ricordato come il miglior «capo» tra quelli da lui serviti: de gustibus!). Negli stessi anni lasciò la Olivetti per la Fiat America anche Furio Colombo.

In un libro recente, L’Olivetti dell’Ingegnere (il Mulino 2014), Paolo Bricco raccontando il periodo trascorso tra la morte di Adriano e l’avvento di Carlo De Benedetti (1976), descrive un’azienda ripiegata su se stessa, sottocapitalizzata, con un’area ricerca e sviluppo che, persa l’occasione dell’elettronica (venduta alla General Electric nel 1964), procede cullandosi sulle glorie del passato recente. Va letto a confronto Uomini e lavoro all’Olivetti (Bruno Mondadori 2005), una raccolta di testimonianze sulla storia dell’azienda messe insieme da due importanti psicologi di fabbrica olivettiani come Francesco Novara e Renato Rozzi insieme a Roberta Garruccio. L’impressione è che l’impronta di Adriano sia proseguita nel corso degli anni Sessanta: servizi sociali che altre aziende ancora si sognavano, bassa conflittualità interna, psicologi e sociologi di fabbrica che offrivano soluzioni ai rischi di alienazione, un ufficio studi con sede a Milano dove Franco Momigliano formò scienziati sociali che percorsero una brillante carriera anche dopo la decadenza dell’Olivetti. Innovativa resta anche l’area della comunicazione, la pubblicità del prodotto che sviluppava l’idea di quello che sarebbe stata chiamata corporate identity.

Certo alla Olivetti degli anni che seguirono la morte di Adriano non è sottesa un’idea di società. Quella Olivetti è stata raccontata nelle sue ambizioni e nei suoi intrighi in quello che è restato l’ultimo romanzo di Paolo Volponi, Le mosche del capitale (edito da Einaudi nel 1989 e riproposto nel 2010, con una prefazione di Massimo Raffaeli, nella collana «Letture»). Un libro potente dove lo scrittore di Urbino in parte riversa la sua esperienza di manager che lo portò a diventare capo del personale della Olivetti nel 1966 – anno in cui l’azienda di Ivrea aveva 23.000 dipendenti solo in Italia – e a cui venne offerto nel 1971 da Bruno Visentini di diventare amministratore delegato in coabitazione con Ottorino Beltrami (che era stato ufficiale della Marina militare durante la Seconda guerra mondiale). Il rifiuto di Volponi chiude l’epoca dell’Olivetti postadrianea, ma i semi spersi sono fioriti in modi e forme diverse anche negli anni successivi. Un’industria responsabile verso il territorio, un’idea di comunità concreta come nucleo della società e base del decentramento amministrativo, la partecipazione dei lavoratori al capitale aziendale, un’idea d’Europa che si costruisce dal basso, sono idee ancora a disposizione di chi vorrà metterle in pratica. Ricordava Adriano Olivetti: «La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende solo negli atti, non nelle parole».

Per una «funzione Olivetti» nella letteratura di secondo Novecento

Ludovica del Castillo

«Appena fummo entrati, quei tipi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono» (da una conversazione del 1948, alla Cornell University, riportata in Marshall Stearns, Storia del Jazz).

Così Dave Tough, membro dell’orchestra swing di Woody Herman, disse di aver reagito la prima volta che sentì suonare il bebop, nel 1944. Una musica di portata rivoluzionaria, inaudita nella musica del Novecento. Si parla di jazz, è vero, non di Olivetti; ma a me sembra di leggere in queste poche righe una perfetta sintesi dell’innovazione radicale rappresentata dal pensiero di Adriano Olivetti e dall’esperienza della sua azienda, nonché delle reazioni che ha provocato. In tutti e due i casi si parla di un ordine incompreso, e il motivo di questa incomprensione non è nella voce di chi parla ma nell’orecchio di chi ascolta. Così come il jazz non è soltanto musica, la Olivetti non è solo una fabbrica («Prima di essere una istituzione teorica, la Comunità fu vita…»: Adriano Olivetti, Appunti per la storia di una fabbrica, in Olivetti 1908-1958, Ivrea, Olivetti e C., 1958).

Non è un caso forse se uno dei concetti più ricorrenti negli interventi su Olivetti è la sua armonia: la sintesi tra scienza, tecnica e cultura che è, come dice Geno Pampaloni, «la conciliazione tra mondo materiale e mondo spirituale» da cui «scaturiscono, come da un’unica sorgente, molti dei suoi atteggiamenti» (Un’idea di vita, prefazione a Adriano Olivetti, La città dell’uomo, Milano, Edizioni di Comunità, 1960; il testo figura ora nella nuova edizione accresciuta a cura di Alberto Saibene, ivi 2015). Nel suo intervento in Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora (DeriveApprodi 2015), Marco Revelli affronta l’argomento, ricercando i punti di originalità del pensiero socio-politico di Olivetti e affermando che «se un nucleo profondo è possibile trovare, all’incrocio dell’Olivetti industriale e dell’Olivetti politico (o pensatore politico), questo mi pare consista in una costante, fondante ricerca dell’Armonia come valore. In una visione combinatoria e non ditocomica che lo portava al tentativo di conciliare […] tutti gli opposti: Produzione e Cultura, certo. Arte e Industria. Ma anche – e soprattutto – Lavoro e Vita […]. E poi Fabbrica e Territorio. Lavoro e Ambiente. Comunità e razionalizzazione». Purtroppo a vincere, conclude Revelli, non è stato il modello «armonico» di Olivetti, bensì quello «della polarizzazione e del conflitto. […] Tecnica versus Cultura».

È Adriano stesso che introducendo L’ordine politico delle comunità (1946) indica la «dissociazione tra etica e cultura e tra cultura e tecnica» come il primo dei motivi della crisi dell’ordine sociale. La cultura dunque è per lui uno dei tre punti cardine della società, delle comunità e della fabbrica. Altrove Olivetti dice che «rendere umano il lavoro può apparire un’espressione retorica se letta o ripetuta distrattamente nel corso di un elzeviro o di una conferenza»; ma in concreto, afferma, «noi abbiamo cercato allora strumenti creativi di mediazione che nel mondo dell’uomo che lavora portassero oltre gli schemi inoperanti della lotta di classe (che agisce contro la carità) e di un generico solidarismo (che mutila la giustizia): e li abbiamo trovati nella cultura e nella Comunità» (Appunti per la storia di una fabbrica, cit.).

Nel parlare di Olivetti non si può dunque ignorare il ruolo da lui attribuito alla cultura nel processo industriale, e nemmeno il modello di intellettuale da lui proposto. Nel periodo in cui la Olivetti è stata diretta da Adriano, in ruoli di responsabilità venne infatti assunto moltissimo personale con formazione umanistica; il che, come ricordava Giulio Carlo Argan, contribuì a dare «agli uomini della cultura italiana una viva coscienza della ragione politica del loro lavoro» (Ricordo di Adriano Olivetti, Milano, Edizioni di Comunità, 1960). L’impiego degli intellettuali in azienda fu parte integrante del suo programma «resiliente» (così lo definisce Aldo Bonomi nell’ampio saggio contenuto nel Vento di Adriano). L’idea di Olivetti era legata alle trasformazioni sociali e culturali di quegli anni: quando invece i partiti della sinistra tradizionale mostravano di non saper rispondere alle nuove richieste di intellettuali che vedevano ridotto il loro spazio d’intervento e partecipazione.

Una figura centrale nel piano culturale dell’Olivetti, uno dei collaboratori più stretti di Adriano, è per esempio Geno Pampaloni: nel 1948 viene assunto nella biblioteca, per passare poi al ruolo di capo del Centro Culturale Olivetti e dei Servizi culturali; contemporaneamente collabora attivamente nel Movimento Comunità (fino a diventarne segretario generale) e interviene sulla rivista «Comunità», ricoprendone anche il ruolo di direttore. Possiamo considerare Pampaloni come una sorta di «traduttore» delle idee olivettiane; sempre al fianco dell’Ingegnere, tanto da dichiarare in un’intervista: «I dodici anni con Adriano Olivetti sono stati decisivi nella mia vita. Ho fatto molte esperienze, tra cui quella del potere: un letterato di mala lingua diceva che Olivetti Spa non significava in realtà Società per Azioni, ma Se Pampaloni Acconsente. Era peraltro un potere propositivo, senza cinismo e con molta fiducia umana» (in Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori taciturni, Feltrinelli 1997). Dopo il 1960, all’improvvisa scomparsa di Olivetti, Pampaloni lascia l’azienda per dedicarsi alla letteratura, alla critica militante e all’attività editoriale, riportandovi l’esperienza vissuta. Un altro esempio è quello di Franco Fortini che, assunto in azienda nel settembre 1946 e dal novembre successivo collaboratore della rivista «Comunità» (che Olivetti aveva fondato nel marzo del ’46), si occupa in un primo momento della promozione delle iniziative culturali della biblioteca; inoltre è lui a coniare i nomi di alcuni prodotti, come quello della Lexicon o della Lettera 22. Il suo rapporto con l’azienda è però ambivalente: ancorché legato all’Ingegnere da sentimenti di amicizia e riconoscenza, Fortini si schiera dalla parte degli operai, che rappresenta sindacalmente, e si trova quindi a negoziare in prima persona con Olivetti. Dopo l’attentato a Togliatti del luglio ’48, è tra i sostenitori della rivolta operaia a Ivrea: Olivetti ne viene a conoscenza e lo trasferisce a Milano nel reparto pubblicità, dove Fortini lavorerà per più di dieci anni a stretto contatto con l’amico Giovanni Giudici ideando slogan pubblicitari, continuando a collaborare con la rivista e con le Edizioni di Comunità. Il caso più noto è forse quello di Paolo Volponi: nel ’49, con la mediazione di Fortini e Carlo Bo, incontra Olivetti che, da Vicepresidente dell’UNRRA (il comitato delle Nazioni Unite di soccorso ai senzatetto), lo invia a fare inchieste in giro per l’Italia. Dal 1956 assume a Ivrea la direzione dei Servizi sociali dell’Olivetti, iniziando un sodalizio che sarebbe durato fino al ’71. È invece il 1953 quando Ottiero Ottieri conosce Adriano Olivetti ed è assunto con il compito di selezionare gli impiegati (il personale laureato), avviando così un rapporto con l’industria che sarà al centro di larga parte della sua produzione. Ottieri non fa in tempo a iniziare il lavoro che è subito obbligato ad allontanarsi per colpa di una meningite tubercolare. Una volta guarito l’Ingegnere lo invita a prendere servizio, con la stessa mansione che avrebbe svolto a Ivrea ma nel nuovo stabilimento di Pozzuoli, dove l’aria è più mite e adatta alle sue condizioni. Ottieri decide poi di tornare a Milano, Olivetti accetta il trasferimento e decide di offrirgli in più anche una promozione a capo del personale, che Ottieri rifiuta, per accettare invece un contratto di consulenza part-time per la selezione dei dirigenti commerciali. Il già ricordato Giovanni Giudici inizia più tardi la sua collaborazione con la Olivetti, il 19 febbraio 1956, come impiegato di prima categoria: si occupa della biblioteca dell’azienda ma Olivetti gli affida la conduzione del settimanale «Comunità di fabbrica», per poi inviarlo a seguire congressi e convegni. Il suo rapporto con l’azienda termina alla fine del 1979. Vanno poi ricordati ancora Giorgio Soavi, Leonardo Sinisgalli, Furio Colombo, Tiziano Terzani e molti altri; senza dimenticare quegli uomini di cultura che hanno ruotato intorno alla Olivetti senza assumervi un ruolo stabile: figure come Eugenio Montale, Piero Calamandrei, Giacomo Debenedetti, eccetera.

Pare venuto insomma il momento di considerare con maggiore attenzione l’influenza esercitata da Adriano Olivetti su una parte consistente della letteratura della seconda metà del Novecento: come il suo pensiero e l’esperienza di lavoro nella sua azienda si siano riverberate tanto nella produzione letteraria che nella poetica di questi autori. A parte la presenza olivettiana nelle loro riflessioni di poetica, se passiamo a considerare le scritture sarà bene distinguere tra un’influenza evidente e una nascosta (o implicita). Tra le influenze evidenti sono ovviamente testi, di questi autori, che si riferiscono apertamente alla questione del lavoro in fabbrica, o specificamente alla Olivetti. È il caso per esempio di Donnarumma all’assalto di Ottieri (1959), che racconta le vicende – molto vicine alla biografia dell’autore – di un lavoratore di una grande azienda del Sud Italia che ha il compito di selezionare il personale e prende così atto delle contraddizioni dell’industria contemporanea. O delle Mosche del capitale di Paolo Volponi (1989), aspra denuncia di un capitalismo che ha abbandonato la sua vocazione storica e umana per dedicarsi unicamente al profitto. Due testi che si collocano agli estremi opposti: Donnarumma all’assalto viene pubblicato prima della morte di Olivetti e all’inizio della carriera letteraria di Ottieri, mentre Le mosche del capitale è l’ultimo romanzo di Volponi e nasce, evidentemente, da una lunga e profonda meditazione a distanza. Di Volponi si deve ricordare però anche il romanzo d’esordio, Memoriale (1962), che è invece cronologicamente a ridosso dell’esperienza olivettiana dell’autore e prenderebbe spunto da un fatto vero: il caso di un operaio tubercolotico che, convinto d’essere guarito, avrebbe chiesto a Olivetti di poter riprendere servizio. Non mancano influenze evidenti nella scrittura saggistica di Fortini, per esempio nella sua accusa alla neoavanguardia di complicità nei confronti del neocapitalismo (Verifica dei poteri, 1965); più in generale l’esperienza olivettiana fu per lui una grandissima fonte di spunti, un bagaglio costante nella ricerca della verità; e lo stesso si può dire di Pampaloni, del suo atteggiamento critico basato sul rispetto del gusto individuale, personale, sull’enfasi della libertà e dell’indipendenza intellettuale degli autori.

Ma sono le influenze nascoste la parte più interessante di questo discorso. Meno coscienti, meno legate a una volontà di auto-rappresentazione, esse vanno rintracciate cercando nei testi contenuti e motivi più sottili e impliciti, per estensione e capillarità. Si tratta di piccole spie luminose che, se unite tra loro, potrebbero formare una «costellazione letteraria olivettiana». Per fare un esempio: «E in ogni caso l’essere è più del dire» scrive Giudici in un suo componimento (quello che dà il titolo a La vita in versi, 1965). «L’essere più del dire» ricorda da vicino un noto assunto di Olivetti («La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole»: Città dell’uomo, cit.). Lo stesso credo si possa dire di molti altri testi di autori appartenenti alla koinè olivettiana. Ma a tutt’oggi è questo uno studio che manca, così come ne manca uno d’insieme (laddove non sono invece mancati studi specifici su diverse delle figure finora citate) su quelle che ho chiamato le influenze evidenti dell’olivettismo sulla letteratura, e che non affronti le interazioni tra gli scrittori-critici e la Olivetti solo da un punto di vista meramente biografico-cronachistico.

È in ogni caso indubbia l’importanza che il lavoro alla Olivetti ha avuto per questi uomini di lettere, nonché viceversa: con la Olivetti di Adriano si costruì davvero un ponte tra letteratura e industria, tra cultura e storia, tra la vita e gli scrittori: che così furono messi in grado di conoscere spazi dell’esperienza che per tradizione, invece, si sarebbero visti negati.

È il 1960 quando improvvisamente, così com’era apparso sulla scena, Adriano se ne va: «tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono». Ma qualcosa resta.

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