downloadAngelo Guglielmi

 

Valentino Zeichen va dicendo che ha scritto La sumera per sfidare il convincimento (che io gli avrei manifestato) che lui era un poeta e, come quasi sempre capita, inadatto a scrivere un romanzo.  In effetti ricordo che in non so quale occasione  quel convincimento realmente lo espressi e oggi – nonostante  la goduria che la rilettura della Sumera mi provoca – non esito a confermarlo.

Valentino Zeichen proprio con questo primo (e per il momento ultimo) romanzo rivela di essere un poeta. Non che La sumera non appassioni per i giochi di trama (dunque lo storytelling) ma le competenze (e le virtù) che Valentino vi spende per realizzarla appartengono al prontuario del poeta. A cominciare dalle metafore, di cui La sumera fa un uso continuato e, più in generale, i destreggiamenti stilistico-linguistici (di alto esercizio retorico) cui l’autore indefessamente si dedica, che sembrano evocare la musica della poesia più che la povertà della prosa.

Gli eroi del romanzo sono tre giovanotti romani, Ivo (il portavoce dell’autore), Paolo e Mario. Sapienti di niente e sfiduciati. Il loro campo d’azione è Roma tra il quartiere Prati, via Flaminia, via delle Belle Arti e Valle Giulia. La Galleria d’arte moderna è al centro delle loro frequentazioni e interessi (non nascondono  di ritenerlo il migliore passepartout per rimorchiare ragazze). In realtà per il romanzo(e il suo autore) più che di metafore è meglio parlare di necessità di allargare gli spazi striminziti in cui i tre giovanotti si sono confinati, ogni volta sfondandoli con impegno immaginifico oltre il (loro) significato letterale.

Per esempio fin da pagina 1 – ma esempi simili si ripetono per ognuna delle 150 pagine del romanzo – l’autore  per segnalare il fastidio di Ivo per l’affollamento  di appassionati che si accalca davanti alla porta della Filarmonica («che rovina la prospettiva di Via Flaminia») scrive: «Immaginava  che i pezzi di repertorio del menù, misto / di classico, romantico e moderno, si sovrapponessero / come gli strati di un pasto pesante neutralizzandosi / reciprocamente e sottraendo spazio alla levitazione delle emozioni». Si tratta indubbiamente di un azzardo giocato sulla singola parola predisposta come in un pentagramma a costruire una frase «sonora» che meglio valorizzerebbe i suoi effetti se ordinata in versi più che nelle righe scorrevoli della narrativa.

Ma La sunera è un romanzo (se pure costruito da un poeta) capace di garantirti uno svolgimento appassionante. I tre giovanotti nonostante l’aria sfigata hanno letto molti libri, sono ironici e snob,  e tanto più intelligenti in quanto non applicano la loro intelligenza a scopi costruttivi (come era uso dei ragazzi di allora – tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso). Molto loquaci, non rinunciano a sparlare di tutto e tutti con giudiziosa sufficienza. Uno dei tre eroi è un pittore, e tra il mestiere che Paolo pratica e la comune frequentazione di mostre e gallerie (in particolare della Galleria di arte moderna di Valle Giulia), il tema pittura e arte diventa il riferimento più costante dei loro colti sproloqui. E davvero divertenti (e in fondo giudiziose) sono le loro chiacchiere sulle mode artistiche  allora imperanti, segnate dal rifiuto del realismo e la scelta del quadro astratto purché di dimensioni sempre più grandi (facendo venire in mente qualcuno che vuole prendere qualcosa che continuamente gli sfugge), seguita dal pentimento in favore di qualcosa di meno bianco e più concreto (meno vuoto) purché assolutamente simbolico.

Esilaranti sono i ritratti dei critici (indimenticabile quello del più famoso di loro, che interrotto  dimentica quello che voleva dire, poi invitato a ricordarselo non ci riesce giacché non aveva nulla da dire) e le immagini delle signore borghesi in ghingheri che non mancano un’inaugurazione di Mostra impegnate a spolverare il tavolo dei pasticcini. Ma il lettore non s’inganni, non si trova davanti a una scrittura di malelingue più propria dei rotocalchi di pettegolezzi; qui è in opera un sontuoso linguaggio (di derivazione finto classica) che nel contempo si autoridicolizza infettandosi di massicce dose di ironia. Ne viene  un atto di denuncia contro la stupidità, diffusa rispetto alla quale l’esibizionismo dei nostri eroi  si aggiunge come ulteriore prova  e partecipazione.

E le ragazze (che sono il loro impegno preferito)? Anche qui i nostri «stupidi» e brillanti giovanotti si sfidano in una competizione definitiva, lungo la scalinata della Galleria di Valle Giulia. Ma la loro disgrazia (che è la loro fortuna) è di finire per andare a caccia della stessa ragazza (la superba Sumera) che – ahimé appunto per loro disgrazia, anzi  fortuna – da preda si fa cacciatrice e regala loro sorprese punitive (esaltandoli di spavento e di piacere). Il primo rendez-vous con Ivo si risolve in un’imposizione di esito pornografico tra il grottesco e il lirico che poi diventa pura violenza (lieve e lieta), qualche pagina dopo, nell’incontro della stessa (Sumera) con Paolo. Vinto e sfinito (soprattutto abbandonato) Ivo si rifugia in Caterina, una diciassettenne che sa solo piangere.

Fa davvero allegria il talento di Valentino Zeichen, che come un ballerino chiamato a ballare su un palco disseminato di ostacoli inciampa in tutti (senza mancarne uno) superandoli con eleganza.  Un’eleganza che è sforzo della mente, esercitata in prove estenuanti di ricerca della parola giusta e dei suoi contrappunti  ritmici, tanto che abbiamo l’impressione di vederla (la mente) come sudare (sudare gocce asciutte).

 

 

Valentino Zeichen

La sumera

Fazi, 2015, 155 pp., € 16

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Una Risposta a Valentino Zeichen, ballerino da romanzo

  1. […] due o tre volte la frase, la pagina, ti chiedi cosa, non è facile rispondere. Nella sua bella recensione Angelo Guglielmi ne fa un fatto di poesia vs. prosa: Zeichen è un poeta, fa un uso larghissimo […]

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