211039948-cab99f60-79ce-41c7-a9e8-d4097f6c832eLelio Demichelis

Questa non è una recensione del suo ultimo romanzo, chi scrive non è un critico letterario e il libro è uscito già da alcuni mesi. Non è neppure un personalissimo ricordo dell’autore a un anno dalla sua scomparsa (2 dicembre 2014), anche se sarà soprattutto questo. I lettori mi perdoneranno.

La storia inizia molti anni fa. Ero laureato da poco ed ero al mio primo lavoro. Ma la mia era stata una laurea sbagliata che aveva prodotto un lavoro tristissimo e noiosissimo. La voglia di scrivere, invece, quella era fortissima. L’organizzazione per cui lavoravo (cercando di sopravviverle ogni giorno) aveva una biblioteca. Poca cosa in verità: erano testi tecnici nella loro quasi totalità (su gomma, pneumatici, normative di sicurezza, codici vari), ma in un angolo, tra gli scaffali, letti da nessuno, scoprii alcuni volumi con la copertina di un bellissimo blu, così diverso dal grigio di quei locali e dal cielo di Milano. Non erano libri, ma i primi numeri della rivista culturale (allora si usava) di una grande Cassa di risparmio lombarda. E il titolo non era incoraggiante – Rivista milanese di economia (anni dopo sarebbe stata rilevata da Laterza) – essendo l’economia, come sappiamo, una scienza tristissima oltre che spesso molto stupida (come avrebbero dimostrato i tre decenni successivi con il trionfo dell’ideologia neoliberista). Ma quella rivista così blu – ed era bastato sfogliarla – era ben altro che una rivista di economia; era anche quello (doveva esserlo), con articoli fitti di tabelle e grafici, ma era soprattutto una miniera di cose belle e affascinanti, racconti, critica letteraria, approfondimenti storici, un mondo davvero lontanissimo dall’economia triste. Guardai chi ne fosse il direttore e per la prima volta lessi il nome di Giampaolo Rugarli. E sulla Rivista firmava anche una sorta di editoriale sotto il titolo molto accattivante di Lettere persiane.

Telefonai. Mi rispose una gentilissima segretaria che in pochi secondi, dopo avere io spiegato i motivi della telefonata, mi fece parlare direttamente con Rugarli e in capo a due giorni mi ricevette. Al telefono, la sua voce era stata gentile e accogliente e il suo parlare era tranquillo, di un uomo saggio, di quelli (pochi anche allora) che sanno ascoltare (cosa rara ancor di più oggi). Ma quando entrai, il suo ufficio mi sembrò enorme e anche lui, Giampaolo Rugarli, mi parve gigantesco (e fisicamente un poco lo era). Passarono pochi minuti e l’ufficio si fece sempre più piccolo. Anche Rugarli si fece sempre più vicino e parlammo di vita, di desideri, di passioni, di speranze, di ciò che manca e di ciò che si vorrebbe. Sul numero successivo della Rivista uscì il mio primo contributo, celebrava i dieci anni dalla guerra del Kippur ed era una riflessione su come stava cambiando la società; ma il secondo articolo era tutto diverso, parlava (criticamente) del nuovo affresco che Renato Guttuso aveva realizzato al Sacro Monte di Varese. Niente economia, niente pneumatici (finalmente!). Altri articoli seguirono e incontri e riflessioni in comune e considerazioni amare sull’Italia, la politica, fino a Berlusconi e ai governi tecnici. E molti consigli. Uno in particolare: lei deve insegnare, oltre che scrivere – mi disse, e allora sorrisi, negando; ma ora che da anni insegno in università so che aveva ragione.

Tempo pochi mesi diedi le dimissioni dal lavoro. Tempo qualche altro mese, anche Rugarli lasciò la Banca (che aveva vissuto con grande sofferenza e rabbia, e che raccontò in molte sue opere). E uscì il suo primo romanzo. E allora scoprii un Rugarli diverso, di cui avevo intuito qualcosa, ma non tutto. Aveva finalmente trovato il modo di essere ciò che voleva essere e per cui credo fosse nato. Molti titoli seguirono, non solo romanzi, ma anche saggi e commedie: appunto Il superlativo assoluto (Premio Bagutta opera prima), La troga, Il nido di ghiaccio (Premio selezione Campiello), Diario di un uomo a disagio, Andromeda e la notte (finalista al premio Strega), Il manuale del romanziere. E ora questo suo ultimo – purtroppo postumo – Manuale di solitudine, titolo che compendia, come scrive Cesare De Michelis nella controcopertina, un grande «valore simbolico, quasi a riassumere il suo intero percorso esistenziale e letterario; difficile, infatti trovare un’insegna più pregnante del suo carattere, della tensione che segna la sua ricerca espressiva e contemporaneamente le sue scelte morali». Una narrativa (ancora De Michelis) «che esplora con dolente furore i desolati territori della disperazione, ma opponendo loro un’inarrendevole fiducia nella resistenza dell’etica»; e anche se il pessimismo (della ragione) sembra prevalere sempre, dalle pagine sale fortissima una volontà di far nascere nel lettore una capacità di reazione, perché appunto «la narrativa di Rugarli, anche quando deforma caricaturalmente personaggi e comportamenti, non acquieta il tormento, anzi riaccende la rabbia e lo sdegno, i sentimenti luciferini, di un uomo dolente e ferito, la sua ribellione all’andazzo dissennato e perverso di una società che ha perduto la bussola». Come l’hanno perduta – la bussola – la banca, l’economia, la politica, l’Italia intera (e non solo). E ciascuno di noi, perché – dice il protagonista del Manuale, «le catastrofi peggiori sono quelle che avvengono dentro di noi». Ma anche quelle prodotte dalla società in cui accettiamo di vivere.

Ancora una citazione dal Manuale: «Non si scrive più e tanto meno sulla carta. Si comunica, anzi si segnala. Ed è un impoverimento della realtà, che ha bisogno di certezze, ma più ancora di dubbi, di sospetti, di congetture simili al tremolio di un raggio lunare. La sicumera delle tabelline è la scienza. L’indeterminatezza delle parole (anche se scritte) è la vita. L’infinito, forse». Che è poi anche il titolo di un suo precedente romanzo. Sempre contro il materialismo contemporaneo. E la disperazione (e il nichilismo) che produce.

 

 

Giampaolo Rugarli

Manuale di solitudine

Marsilio, 2015, 229 pp., € 17,50

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