Valparaiso, Cile, 2014 Foto di Anselm Jappe (da Marcello Faletra, Postmedia Books 2015)È uscito da Postmedia Books (172 pp., € 16,90) Graffiti. Poetiche della rivolta di Marcello Faletra, archeologia e fenomenologia artistico-politica dei «graffiti» metropolitani. Il saggio ha un’introduzione di Michel Maffesoli e una postfazione di Bifo che, per la gentilezza dell’editore, riproduciamo qui.

 

 

 

 

Marcello Faletra, Graffiti. Poetiche della rivolta (Postmedia Books 2015)Franco Berardi Bifo

Feci il mio primo viaggio a New York nel gennaio del 1980. Non erano tempi salubri in Italia, per gente come me. Gran parte dei miei amici erano in carcere con accuse che poi caddero durante i processi, ma li tennero dietro le sbarre per anni. Gran parte dei miei amici erano finiti nel labirinto dell’eroina.

Feci i bagagli e andai. Avevo qualche amico, trovai sistemazione in un loft all’angolo tra la Bowery e Spring Street. La zona delle mie perlustrazioni era il Lower East side, da Thompkins Square alla quattordicesima, da Sant Mark Place a Bleeker street. Quelli furono gli anni più intensi per la città che per prima abbandonava l’epoca industriale e si lanciava verso un futuro a mala pena immaginato nei deliri tardivi della beat generation o nelle illuminazioni dark della cultura punk. E furono anni di intensità frenetica per centomila artisti, scrittori, programmatori elettronici, sperimentatori esistenziali che come me avevano abbandonato il loro territorio natio per convenire là, dove la trasformazione antropologica in arrivo faceva le sue prime prove, nell’estetica, nella sensibilità, nell’arredo urbano. Dopo la grande crisi fiscale di metà Settanta le fabbriche e i magazzini industriali stavano abbandonando Manhattan. Interi quartieri erano deserti, abbandonati al vento e alla polvere, come dopo una battaglia, come dopo una tempesta. Noi creativi drogati ribelli fuggitivi da cento odiose patrie trovammo riparo negli antri post-urbani. Il sound era quello della no wave after-punk: Dna, Mars, Lidia Lunch e Lounge Lyzards, e sullo sfondo, naturalmente, Lou Reed, David Byrne, i Talking Heads.

Grazie a una lungimirante decisione del sindaco illuminato della città in declino gli artisti avevano diritto a un aiuto pubblico se si impegnavano a ristrutturare. Ristrutturammo tutto, gli interni e gli esterni. Gli interni che all’inizio erano magazzini impolverati e tetri divennero ben presto atelier per pittori alla ricerca del colore e della forma del post-industriale, laboratori per designer e studi musicali. In un angolo del loft si ricava un soppalco per il letto, si nascondeva un cucinotto e un bagno. Quanto agli esterni stava esplodendo, ormai dalla metà degli anni Settanta, un fenomeno nuovo, che nei decenni successivi avrebbe tracimato per farsi fenomeno planetario: il fenomeno del graffitismo. Baudrillard ne aveva parlato ne La morte e lo scambio simbolico, perché le sue antenne sensibilissime avevano compreso con largo anticipo che si trattava del fenomeno emergente nell’arte visuale e nel comportamento di strada. Io l’avevo letto e quando mi trovai nel Lower East side mi resi conto del senso che quel tipo di azione assumeva, nel contesto della transizione dalla città industriale alla città elettronica globalizzata.

Nel 1978 Keith Haring era venuto a vivere a New York, e su Houston street giganteggiava una parete fitta di ometti guizzanti. Il virus come metafora del contagio culturale era stato inoculato dagli scritti di William Burroughs. La parola è un virus, aveva detto. E intendeva riferirsi alla potenza di trasformazione che i segni linguistici come quelli musicali e come i segni visuali posseggono. I graffiti anticipavano la potenza trasformatrice delle nuove tecnologie, della telepatia elettronica, ma con la loro inquietante e guizzante ubiquità anticipavano anche un altro contagio, quello dell’Aquired Immunity Deficinency Syndrome, che a partire dall’83 si diffuse nelle case della città come la peste, come l’annuncio di una catastrofe che portava con sé la malattia, la morte, ma anche la reazione politica di Rudolph Giuliani, la normalizzazione urbana e l’offensiva sociale del neoliberismo.

Colui che più consapevolmente ha interpretato il ruolo di congiunzione tra mondo artistico e mondo della strada era Crash (John Matos), che aveva cominciato da giovanissimo nelle gallerie della subway e sulle fiancate dei treni sotterranei, per poi dare un nome e un’identità al movimento organizzando la mostra Graffiti Art Success for America da Fashion MODA nel 1980. Nel 1981 vennero allo scoperto, con una grande mostra dal titolo New York/New wave, che fu ospitata dal PS1.

Tra gli artisti visuali che graffitavano i muri della città c’era coscienza di essere portatori di un messaggio a carattere contagioso. Rammelzee parlava di afro-futurismo ma al tempo stesso di Gothic Futurism e parlava di lettere armate, di segni che avevano la forza militare di un esercito di sovversivi scatenati nei sotterranei della città. Christopher Morris si chiuse per qualche tempo nei sotterranei della subway per fotografare le scorribande dei giovanissimi taggers. Mentre Edo Bertoglio, un artista di origine svizzera che in quegli anni viveva a Manhattan, in un film dal titolo Face addict ha raccontato non solo il lato creativo e gioioso ma anche quello doloroso, drammatico, auto-distruttivo dell’esperienza che tutti vivemmo in quegli anni di passaggio, sul limitare che separa la tarda modernità da un’epoca cui ancora non sappiamo dar nome.

Erano i primi segnali della cultura hip hop che si è poi diffusa soprattutto a livello musicale per raggiungere la sua massima intensità all’inizio degli anni Novanta quando l’epicentro della rivolta dei segni si sposta da New York a Los Angeles, nei giorni dell’esplosione violenta di Central LA, dopo l’assassinio poliziesco di Rodney King, un tassista afro-americano ammazzato di botte da una pattuglia di porci con la divisa. Hip hop e graffitismo sono l’arte di coloro che nella transizione postindustriale non trovano spazio per sopravvivere decentemente, e allora si spostano ai margini della città, e da quell’angolino descrivono con rancore e con rabbia, ma anche con un senso sublime

di evanescenza, la disgregazione dell’edificio estetico dell’epoca moderna, ma anche le forme e i rumori di un crollo,di un’eruzione, di un cataclisma.

Nel 1984, di ritorno da un viaggio in Messico, passai un’ultima volta per New York. Poi per molti anni non vi rimisi piede. Sapevo che i quartieri in cui avevo vissuto erano travolti dall’onda della paura e della malattia, molti morivano, molti tornavano nelle loro noiose cittadine del Mid west, e un nuovo sindaco prometteva di ripulire la città per poi consegnarla alla grande finanza alla moda e agli speculatori urbani. Quell’ultima volta, dopo una notte in un fetido cubicolo di un albergo per poveri della Bowery, trovai alloggio in Elisabeth street, poco distante da Thompkins square, che in quegli anni era occupata da un gruppo di senza tetto che avevano piantato tende tra gli alberi del parco e rimasero per molto tempo a bivaccare. Il mio ospite era un giovane tagger che dipingeva la sagoma inquietante di uomini neri all’angolo delle strade. Erano come fantasmi scuri che annunciavano l’imminenza del dissolversi, che minacciavano forse di ritornare in un futuro inimmaginabile con fattezze insieme angeliche e diaboliche, come uccelli notturni o come vampiri forse.

 

ottobre 2014

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!