downloadValerio De Simone

 

«Tutti gli uomini sono stati creati uguali», recitava Thomas Jefferson nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, sottolineando come i neonati Stati Uniti fossero un paese che aveva scelto di abbattere le differenze. Eppure Angela Davis in Aboliamo le prigioni (minimum fax 2009) sottolinea  come i concetti  radicali  scaturiti dalla rivoluzione americana «non venivano estesi alle donne, agli operai, agli africani né agli indiani». Il film Freeheld: Amore, Giustizia, Uguaglianza (Peter Sollett, 2015) aggiunge  un’ulteriore categoria: gli omosessuali.

L’opera ripercorre  la vera storia di  Laurel Hester (1956-2006, interpretata da Julianne Moore),  già immortalata nell’omonimo cortometraggio di Cynthia Wade vincitore tra l’altro nel 2007 del premio Oscar, dal suo incontro con la giovane Stacie Andree (Ellen Page) alla loro unione  ufficializzata  in una coppia di fatto, fino all’acquisto della loro casa. Ma la scoperta da parte di Laurel di un cancro  porterà la donna a condurre una doppia battaglia: la prima contro la malattia, la seconda per ottenere la reversibilità della sua pensione destinata alla compagna. In soccorso della coppia accorrono il leader gay Steven Goldstein (Steve Carrell),  freddo lobbysta  il cui unico scopo è perorare la causa dei matrimoni gay,  e  il  collega di Laurel, Dane Wells (Michael Shannon) che dopo aver superato  la propria omofobia diviene il capo della rivolta, quasi oscurando le due eroine.

Un paragone tra Freeheld e Philadelphia (Jonatham Demme, 1993) s’impone, non solo perché le due opere  hanno  per oggetto  una coppia omosessuale che deve affrontare una malattia, ma anche  perché entrambi i film  sono stati sceneggiati da Ron Nyswaner, che con Philadelphia vinse l’Oscar. Ma a differenza della pellicola di Demme, Freeheld rimane in superficie nell’affrontare temi come l’amore tra due persone di età differenti o le falle del sistema sanitario privato americano.

Anche la relazione tra Stacie e Laurel sembra molto schematica e poco passionale, tanto più se la confrontiamo con quella più ricca e coinvolgente delle protagoniste di Pomodori verdi fritti (Jon Avnet, 1991) nonostante in quel caso l’amore rimanesse «velato», differentemente dall’omonimo libro di Fannie Flagg.

Un aspetto interessante,  questa volta da un punto di vista  rappresentativo, è  il tentativo di superare il binomio Butch / Femme divenuto, nel cinema mainstream, il sinonimo di coppia lesbica. Azione analoga non accade per la configurazione del personaggio di Steven, che ripresenta la «macchietta» o, per usare le parole di Vito Russo (Lo schermo velato, 1984), il Sissy.

A salvare l’opera dal completo disastro sono Julianne Moore ed Ellen Page, che si sono distinte per il loro impegno nella causa Lgbt. La stessa Page, che un anno fa ha dichiarato la propria omosessualità, ha denunciato nel suo coming out l’imponente  presenza di stereotipi nei media (https://www.youtube.com/watch?v=MAFIGpDZ0zw).

Freeheld è un’ occasione mancata: per lo zelo politicamente corretto col quale si vuol fare manifesto di una battaglia civile importante come l’apertura del matrimonio a tutti gli orientamenti sessuali. E dove le donne, però, anche se protagoniste rimangono in secondo piano.

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