Oggi, dalle 18 alle 21, alla Galleria Romalibera a Trastevere (Via Roma Libera 10, citofono Romalibera), Giulia Niccolai presenta il suo piccolo, miracoloso Poema & Oggetto (Edizioni del verri, 2014), del quale abbiamo parlato qui. Per l’occasione Giulia ha scritto questo testo, che riproduciamo per la cortesia di Romalibera.

A.C.

POEMA & OGGETTO: istruzioni per l’uso

Giulia Niccolai

Inizierei dal titolo: POEMA & OGGETTO, tutto maiuscolo, con quella & che lega il primo termine al secondo, con maggiore forza e convinzione di quanto non faccia una piccola e minuscola, così come in X Y & FIGLI viene sottolineato il passaggio generazionale (la durata nel tempo), e la consanguineità dei proprietari.

Questo, per dire – e così come cercano di mostrare le stesse poesie visive – che ogni singolo, piccolo oggetto del quotidiano ha in sé l’aspirazione e la volontà di trasformarsi in poema: l’alfabeto, un’agendina del telefono, una macchina da scrivere scassata, una lampadina ecc.

A una più attenta analisi, si potrà anche notare che diverse poesie visive riguardano lavori a maglia o di cucito: l’intreccio della lana lavorata con gli aghi viene imitato visivamente in whole / hole (intero / buco, le tarme), o in knit / knot (lavorare a maglia / nodo); così come in type / tapestry (batti a macchina / arazzo), l’intenzione è quella di mostrare come l’aspetto delle lettere, sempre prive di spazi tra loro, possa ricordare anche i fittissimi nodi di un arazzo.

Per quanto riguarda i lavori di cucito, abbiamo i bottoni stampati, uno dei quali è però anche cucito alla pagina con vero filo rosso; l’immagine di spilli, tra i quali ce ne è uno vero che buca e attraversa la carta ecc.

Poi, e questo vuole essere il testo/ricamo più malizioso, invece di fare un classico fiore o una rondine a punto croce (come era corretto che facessero le bambine), ricopiai proprio a punto croce la pag. XIV dell’introduzione al Manoscritto trovato a Saragozza, di Jan Potocki, come appare nell’edizione Adelphi del 1965.

Il numero delle lettere di ogni parola è mantenuto identico nel punto croce, così come tutti gli a capo delle righe, la lunghezza dei periodi ecc.

Già a dieci anni avevo deciso che quel tipo di lavori femminili io non li avrei mai fatti, già a quell’età non mi sentivo in alcun modo «donna di casa», e il fatto di poterli chiamare poema, dando loro quel titolo, ha voluto anche essere un mio sincero ringraziamento (nel 1974), per il nuovo spazio di libertà che il femminismo ci stava portando.

Mi piaceva farlo così, a bassa voce.

Perché a bassa voce?

È più elegante.

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