glowing-mushrooms-come-to-life-in-a-fairytale-world-by-photographer-martin-pfister2Raffaella Battaglini

In questo suo ultimo versuch («saggio» nel senso di esperimento, di ricerca) Peter Handke si inoltra decisamente, seppur con passo incantato e randagio, nel territorio della fiaba. Questo fin dalle prime pagine, dove già il breve tragitto alla scrivania per iniziare il racconto è un «mettersi-in-cammino»: come nelle fiabe il protagonista parte, di solito in cerca di fortuna o a caccia di qualche tesoro. E proprio questo capita all’eroe di questa storia, il «fanatico dei funghi». Un amico d’infanzia, così definisce questo personaggio il narratore, qualcuno che appartiene al territorio magico e iniziatico della regione natia, la Carinzia, per Handke sorgente primaria di ogni ispirazione; ma da subito la sua figura evidenzia tratti che lo apparentano all’autore stesso: primo fra tutti l’attitudine a stare in ascolto, a trattenere il respiro, a starsene lì «accovacciato, ai margini», in attesa «di un nonnulla», e cioè «il semplice stormire, frusciare, mormorare, o anche solo bisbigliare degli alberi».

La prima volta che il protagonista s’inoltra nel cuore dei boschi, è alla ricerca di funghi per venderli: in quella regione, nel primo dopoguerra, uno dei pochi modi per guadagnare qualcosa. Così, come in un racconto di Stifter, dal chiarore della radura il bambino avanza nell’oscurità del grande bosco di abeti, dove gli alberi crescono così vicini gli uni agli altri, e i rami sono così fitti, da non lasciar filtrare alcuna luce. L’unica luce arriva da qualcosa che si trova a terra, seminascosto dal muschio; ed è qui che arriva la folgorazione, anzi, un’epifania vera e propria: «Ma che tipo di luce era quella? Un bagliore. Sotto l’intrico grigio opaco di legno decomposto e licheni risplendeva una luce da stanza del tesoro».

Sin da bambino il cercatore di funghi si percepisce dunque come un cercatore di tesori, «qualcosa di simile a un eletto», capace addirittura di compiere incantesimi. Quel che vuole stregare, prima di tutto, è se stesso: «Sparire per incanto, ecco cosa voleva fare», e se per ora l’incantesimo non riesce, prima o poi gli riuscirà di sicuro!

Dopo questa prima, fanciullesca «mania per i funghi», cessata a causa di un sogno o piuttosto di un incubo, il bambino, ora ragazzo, si allontana dal mondo dei boschi e dalla terra d’origine, e per una buona metà della sua vita quel mondo smette di essere importante ai suoi occhi. Diventa adulto, fa carriera come avvocato, infine incontra la donna che, come nel Parsifal, lo conduce «per vie segrete» (per Handke è questo un costante leit-motiv: perché come lui Parsifal è il cavaliere «senza-padre»). Quando la donna resta in attesa di un figlio, lentamente qualcosa ricomincia ad accadere: perché questa, iniziata come una passeggiata al seguito di un viandante fatato (Waldganger, «colui che passa al bosco», così è stato definito il suo autore), è in realtà la storia di un’ossessione. Del resto nelle fiabe il bosco spesso si trasforma in un pericolo: qui accade per caso, in un pomeriggio d’estate, durante una normale camminata nel bosco ceduo vicino casa. È allora che qualcosa «inaspettatamente gli balza allo sguardo»: «una creatura», anzi «una creatura favolosa». È il suo primo fungo porcino, che paragona a «un animale leggendario, un unicorno apparso chissà come per incanto». Riprende così la sua antica passione, che per lungo tempo il nostro fanatico non vuole affatto considerare una mania. Qui per la prima volta ci viene descritta la sua caratteristica peculiare, quello che potremmo chiamare il suo «dono», anche se a lungo lo considera un tratto gravemente invalidante: «Si trattava del suo costante esser distratto da quella singola cosa, no, anzi, da quella forma, che spiccava nel suo campo visivo tra migliaia e migliaia di altre [...] Quel suo senso per la singola forma diversa, l’unica diametralmente opposta a tutte le altre forme [...] gli doleva come una ferita. Quel suo divagare, attratto da forme estranee, lo aveva sempre portato a bloccarsi, a non poter più fare o sapere nient’altro [...]. In un attimo lo coglieva una specie di paralisi».

Eccoci di colpo nel pieno della poetica handkiana. Questa descrizione ci ricorda qualcosa: questa presenza-assenza, questo «altro stato» di musiliana memoria, ci riporta alla mente altri suoi personaggi, in particolare uno dei più famosi, la Donna mancina (protagonista dell’omonimo romanzo del ’76): la stessa postura contemplativa, o più precisamente estatica, lo stesso interrompersi improvviso nel mezzo di un’azione, gli stessi momenti di vuoto... Nel tempo, l’atteggiamento dei personaggi handkiani è rimasto il medesimo: lo spavento di fronte agli oggetti, la tendenza a cadere in preda allo stupore. Questa postura di fondo, che Handke chiama «lo sguardo distorto», può portare a risultati diversi, che però comportano tutti una forma di ritiro o rinuncia al mondo: da un lato la scelta di una solitudine ascetica, come nel caso della Donna Mancina; dall’altro il mutarsi di una passione in una fissazione, una mania, un’ossessione che rasenta la follia: come quella del Cercatore.

Al termine della sua discesa agli inferi il «matto dei funghi», all’indomani di una tempesta di neve, misteriosamente scompare, come per magia. Finalmente ci è riuscito! Qui la storia potrebbe finire; invece Handke scivola su un improbabile finale salvifico che rovina, un po’, la grazia dell’insieme. Però questo testo, a differenza di altri suoi dello stesso periodo – ad esempio Ancora tempesta (dramma del 2010 tradotto questo stesso anno da Quodlibet), dove prevale un registro più altisonante – è scritto «con la mano sinistra», che è per lui quella dell’incantamento. E allora anche noi possiamo sederci ai margini del bosco e rimanere in ascolto: «E intanto, giù nella pianura, sta calando un crepuscolo novembrino...»

Peter Handke

Saggio sul cercatore di funghi

traduzione di Alessandra Iadicicco

Guanda, 2015, 174 pp., € 15

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