Adrian-Villar-Rojas-Rinascimento-Opening-alla-Fondazione-Sandretto-Re-Rebaudengo-Torino-2015-Foto-Giorgio-PerottinoCristina Zappa

Senape come l’alabastro, arancio come la zucca, blu come le scarpe da tennis e argento come una spigola: la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, in occasione di Artissima, apre gli spazi alla mostra Rinascimento, curata da Irene Calderoni, con le installazioni dell’argentino Adrian Villar Rojas (1980). Lo spaesamento coglie il visitatore sin dall’ingresso, dove ombrelli e zaini appoggiati al muro sembrano appartenere a chi ci precede al banco della biglietteria. Lungo le pareti dell’ala sinistra, in ordine perfettamente allineato, piccoli assemblaggi di abiti piegati con cura, scarpe, pellicce e ornamenti, tutti in rigoroso pendant cromatico, fanno da preambolo al fulcro centrale della mostra. Ma il vero straniamento assale lo spettatore quando, dietro la soglia del padiglione centrale, appare una distesa di massi geologici pervasi da un odore nauseabondo, che calamitano l’attenzione per le composizioni naturalistiche, una diversa dall’altra, fatte con zucche tagliate, pezzi di speck, teste di pesci, uccelli morti, materiali ferrosi di recupero e scarpe. Vagando tra la monumentalità dei grandi massi, il visitatore è pervaso da una curiosità mista a disgusto, sino a provare un’ammirazione crescente per quella degenerazione cromatica, naturale e prodigiosa, nella scala dei colori: le muffe e la loro lenta combustione diventano un tutt’uno e il colpo d’occhio legge i vividi colori e il loro camouflage, dentro le striature dei fossili, in uno spazio e un tempo immemorabili.

Nelle opere di Villar Rojas il presente si stratifica in un processo di costante contaminazione con il passato remoto: dispositivi che raccontano il decadimento del nostro tempo e appaiono come fotogrammi cinematografici. Questo è quanto rimarrà di noi, nella stratificazione dell’abitare il pianeta, scolpita dall’acqua, dal vento e dal tempo: Paul Virilio la chiamava estetica della sparizione. Materiali biodegradabili, e non, si mescolano per dare vita a «sculture viventi» che rimarranno sul pianeta nell’eternità minuziosa di una sparizione al rallentatore. Bisognerà tornare alla mostra prima della chiusura, per apprezzare la mutazione organica dei frammenti, anche se questi pochi mesi non sono millenni. Eppure questi funzioneranno come presentimento di un ammasso di segni di cui l’uomo è parte.

Come sosteneva Jean Baudrillard (America, 1986) «il senso è nato dall’erosione delle parole, i significati sono nati dall’erosione dei segni che esprimono una cultura». Dopo la mercificazione dell’arte assistiamo alla sua «marcificazione», ovvero a una marcescenza che legge il vivere moderno come tangibile e teatrale degenerazione. Una presa di coscienza critica che è un grido d’allarme e di rottura: nelle composizioni postrinascimentali di Villar Rojias vi è l’imperiosa necessità di un nuovo look mentale e sociale, quello di una vita consapevole e responsabile, resistente e non più remissiva.

Adrián Villar Rojas. Rinascimento

a cura di Irene Calderoni

Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

4 novembre 2015-28 febbraio 2016

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Una Risposta a Le sculture viventi di Adrián Villar Rojas

  1. Gennaro Di Bisceglie scrive:

    E’ la vocazione nichilista dell’attuale capitalismo finanziario e non.

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