Paola Dècina Lombardi

Aperta festosamente con un omaggio al Nobel 2014 Patrick Modiano, e in veste di madrina da Teresa Cremisi, la sesta edizione del Festival de la fiction française si avvia alla conclusione nel segno di un lutto che rende ancora più odioso l’attacco alla Francia. Al di là di quanto si è scritto giustamente sul colpo al cuore ai valori dell’Europa e della civiltà umana, la ferita appare più lacerante pensando alla vocazione culturale universalistica di una nazione di cui questo Festival della narrativa è un’ulteriore esemplare testimonianza. Insieme ad altre ottime iniziative come Suona francese o Le giornate del cinema, risponde infatti all’obiettivo della collaborazione e condivisione di esperienze, dell’apertura, accoglienza e diffusione di altre voci dal mondo unificate dalla lingua. E le varianti che in questi sei anni hanno visto crescere il numero degli scrittori francofoni la cui appartenenza d’origine spazia dal Belgio al bacino del Mediterraneo e all’Africa, dal Canada al Medio Oriente e all’Asia, fanno venire in mente le parole di Cocteau in un articolo del Rappel à l’ordre. Alludendo alla generosa accoglienza e assimilazione di culture diverse scriveva: «La Francia è una partoriente. È la sua funzione [...]. Innamorata, fecondata dalle razze che la sposano, sospira, geme, in mezzo alle doglie del suo parto perpetuo». L’immagine è suggestiva quanto universalmente dovrebbe essere condivisibile l’affermazione che nel 1935, di fronte alla minaccia nazista, Gide affidava al suo Journal: «Plaudo a ogni sentimento internazionale, a tutto ciò che tende ad anteporre l’Europa alla nazione e l’Umanità all’Europa».

Considerando le finalità e il ventaglio di proposte delle sei edizioni del Festival, e in particolare il panorama di quest’ultima, prima di entrare nel merito si impongono degli interrogativi suggeriti dal recente, ennesimo atto terroristico. La situazione internazionale va certamente oltre la specificità francese. Ma che cosa non ha funzionato nel modello culturale della Francia? Memore del suo colonialismo, pur avendo intrecciato buoni rapporti con le ex colonie grazie a statuti migliori rispetto agli altri paesi, oggi registra dolorosamente il picco cruento di un fenomeno opposto all’integrazione. Come reagire? Ci si interroga sugli strumenti per difendersi, isolare e prevenire. Si è d’accordo su fermezza e controlli più rigidi per la sicurezza che ha registrato delle falle, come lamentato da più parti. E la risposta forte sono stati i raid aerei di questi giorni. Ma si invoca opportunamente anche lo strumento della cultura. Allora è inevitabile chiedersi Che cosa può la letteratura? e in che misura oggi sia sollecitata da una realtà in cui i valori fondamentali sono capovolti al punto da spingere alcuni figli a uccidere la madre.

Forse nella vocazione all’universalismo il modello dell’assimilazione culturale necessita di aggiustamenti, forse la voce degli scrittori francofoni originari delle zone insanguinate del mondo non basta benché la prestigiosa Académie française li abbia accolti da tempo. Potrebbe, dovrebbe la loro voce essere più forte e più incisiva? Forse manca una loro decisa presa di posizione collettiva e «l’indignazione» che ha spinto il CFCM (Consiglio francese del culto musulmano) a diffondere venerdì nelle Moschee il «testo solenne» che condanna «senza ambiguità» ogni «forma di violenza o di terrorismo», è un buon segno ma non basta. Deve costituire uno spartiacque, l’inizio di un impegno concreto. Va detto pure che in generale si è affievolito il senso di rivolta contro la negazione dei diritti sentito come un dovere di pubblico intervento, altra nobile specificità della Francia. Dagli Illuministi ai firmatari del J’accuse di Zola, dai Surrealisti al gruppo della Nrf a quello di Les temps modernes, fino ad autorevoli figure come Foucault per esempio – per quanto detestati, ammirati o imitati –, ci sono stati filosofi e artisti, poeti e letterati che hanno segnato la loro epoca con la loro influenza e non solo in Francia. E da qualche decennio le loro idee e il loro agire ha alimentato un nuovo tema di ricerca storica che per la Francia è approdato al bel volume di Michel Winock Le siècle des intellectuels.

La nozione di impegno come l’ha teorizzata Sartre, che non era limitata né alla militanza né soltanto alla letteratura ma puntava all’esistenza nella sua totalità, non è l’ambizione della letteratura contemporanea da un bel po’ di tempo. Liquidati in fretta l’impegno come visione totale che si interroga sul che fare per risolvere i problemi del mondo, e il ruolo di intellettuale come garante a difesa di valori universali, oggi la denuncia e la militanza appartengono a categorie lontane nel tempo ed estranee alla sensibilità comune. Ai clercs e ai Mandarins, pronti alle discussioni, contrapposizioni e schieramenti, si sono sostituiti sempre più gli intellocrati, per usare un termine coniato nel 1981 da Patrick Hamon nell’omonimo saggio. Siamo forse di fronte a un paradosso: la fine delle ideologie, la messa al bando del marxismo, e il ripiegamento nella sfera individuale hanno creato un vuoto, mentre ci troviamo a dover fronteggiare il pieno di un’ideologia totalizzante come il fondamentalismo islamico. E lo smarrimento, come anche la debolezza degli strumenti, non aiuta.

Impegno e militanza in effetti non sono scomparsi del tutto. Hanno assunto altre forme o si sono concentrati nella scrittura, e merito del Festival della narrativa francese è di aver riportato l’attenzione o di averci fatto scoprire autori di primo piano come Éric-Emmanuel Schmitt e Amin Maalouf, Mathias Enard e Annie Ernaux, le cui prime traduzioni italiane non avevano ricevuto la meritata attenzione. In particolare, meritatissimo Prix Goncourt 2015 per il nuovo Bussole (Actes Sud), Mathias Enard con Zona e Via dei ladri (pubblicati da Rizzoli nel 2011 e nel 2014; cfr. alfaLibri numero 4, settembre 2011) ha rappresentato l’inferno del male che insanguina il mondo contemporaneo e il cuore di tenebra in agguato in ognuno di noi, ricordandoci che i più bei momenti della civiltà li hanno prodotti l’incontro e la mescolanza delle culture. Annie Ernaux, che a giorni sarà ospite del festival Più libri più liberi al Palazzo delle Esposizioni di Roma (sabato 5 dicembre alle 16, domenica 6 alle 12), con Gli anni (L’orma 2015, ne ha parlato alfabeta2 qui ), ha trovato una forma originale per rendere collettivo, sul filo di sessant’anni di Storia, il suo vissuto individuale in rapporto alle diseguaglianze sociali e ai cambiamenti della modernità. Si tratta di magnifici esempi del ritorno della Storia, della narrazione del soggetto e del rapporto con il reale, dopo il vuoto seguito al Nouveau roman. E confermano il superamento della crisi del romanzo che si registra a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, come ben argomenta Le roman français contemporain a cura di Gianfranco Rubino (due voll., Quodlibet 2014).

Questa sesta edizione del festival si è spinta a proporre «dal vivo la produzione più contemporanea», e addirittura qualche esordiente. Non è l’unica novità in un panorama eclettico per scelta. D’altronde, se è difficile anche per gli addetti ai lavori orientarsi nel vasto e vario panorama della produzione francese contemporanea, arduo appare anche il compito di una scelta dei romanzi tradotti di recente e proposti dagli editori. Nel programma che ha portato 15 autori e 40 appuntamenti in 20 città italiane, la proposta di Cécile Moscovitz, direttrice del festival, ha privilegiato la francofonia e l’ambientazione internazionale, la diversità dei generi, la novità della graphic novel e le piccole case editrici.

Rapporti familiari con forte contenuto autobiografico e ruolo della creazione letteraria ne La sorella cattiva di Veronique Ovaldé (traduzione di Lorenza Pieri, minimum fax, 256 pp., € 15) e in Franz e François, di François Weyergans (traduzione di Stefania Ricciardi, L’orma, 420 pp., € 18); ancora familienroman e scrittura come salvazione in Lettera al figlio che non avrò della vietnamita Linda Lê (traduzione di Tommaso Gurrieri, Clichy, 96 pp., € 10); l’angolo di un’Africa immaginaria che in un delirio surreale, reso anche dal linguaggio dell’autore, consuma vitalità e lussuria tra corruzione, fiumi di alcol e droga al ritmo di jazz e samba nel Tram 83 del congolese Fiston Mwanza Mujila (traduzione di Camilla Diez, nottetempo, 148 pp., € 16). Si potrebbe continuare per cercare di individuare temi e linguaggi costitutivi della narrativa francese attuale che in patria gode di una maggiore attenzione alla contemporaneità al punto di aver ottenuto (a differenza del nostro ordinamento universitario) uno specifico insegnamento universitario.

Sull’argomento varrà la pena tornare. Alcuni di questi autori, a mio avviso, rientrano nel novero dei grandi scrittori che hanno rinnovato la tradizione del romanzo francese. Ma intanto, per la graphic novel, va segnalato Il ladro di libri di Alessandro Tota e Pierre van Hove, un tragicomico divertissement che mette in scena l’intelligentsia parigina degli anni Cinquanta, divisa tra esistenzialisti di successo e artisti marginali (Coconino Press, 174 pp., € 17,50).

FFF 2015. Sesto festival de la fiction française

diretto da Cécile Moscovitz

22 ottobre-26 novembre 2015

qui il programma completo


 

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

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