Paolo Morelli

Peggio di un bastardo , l’autobiografia di Charles Mingus scritta con l’amico del cuore Nel King e qui riprodotta a più di trentacinque anni dalla prima uscita in Italia (il Formichiere 1979; la traduzione è quella della ripresa, di dieci anni fa, presso Baldini Castaldi Dalai). Beneath the Underdog, nell’originale. Indimenticabile la gragnuola di fantasiose ipotesi, ben oltre il limite della decenza, quando all’indomani dell’uscita americana e alla presenza dell’autore più il fedele Dannie Richmond abbiamo tentato una traduzione nostrale del titolo, per un pomeriggio intero. Meglio sorvolare, soprattutto sul grado alcoolico.

Memorabile invece l’attacco: «In altre parole io sono tre. Il primo, sempre nel mezzo, osserva tutto con fare tranquillo, impassibile, e aspetta di raccontare ciò che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. Il terzo infine è una persona gentile, traboccante d’amore, che lascia entrare gli altri nel sancta sanctorum del proprio essere e si fa insultare e si fida di tutti e firma contratti senza leggerli e accetta di lavorare per pochi soldi e anche gratis, e quando si accorge di cosa gli hanno fatto gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno compreso sé stesso per punirsi di essere stato così stupido. Ma non può farlo, e allora torna a chiudersi in sé stesso».

Il primo dei tre, quello che osserva e aspetta, quando prende a raccontare lo fa ben consapevole che un’autobiografia è cosa da privilegiati, sempre, e ai suoi tempi tanto più per bianchi, per quelli che si ricordano per filo e per segno, perfino le premonizioni di quella che sarà la futura attività, ora giorno mese e anno, sfumature degli occhi delle persone che hanno incontrato e parole che hanno detto, una per una, si ricordano. Si ricordano come erano nati proprio per quello che poi hanno fatto così bene, e dove e quando gli è venuta l’idea che li ha resi importanti, anzi come li assalì e come fu. Se la memoria è la stessa cosa della fantasia quindi, ci si può dar dentro sul pedale dell’invenzione per giustificare la propria condanna, il guasto di un desiderio di vita fino al leggendario che sfocia nell’epica, e qui lui non si fa mancare niente, in terza persona naturalmente: il sesso giù giù fino alla coprofagia, l’attività di prosseneta, i dialoghi estenuanti, gli harem, le risse al limite del picaresco, i coltelli, gli inseguimenti sul palco di Duke Ellington altrettanto comici dell’entrata al manicomio di Bellevue, nonché la perenne e incresciosa commozione. Fino alla tenerezza del dialogo finale sui massimi sistemi con Fats Navarro. Sullo sfondo, sempre e comunque, la segregazione razziale. A volte fa un po’ il verso all’hard-boiled, su alcune cose ci va leggero (droghe).

Mingus era come Beckett diceva di sé, un «forzato del pensiero», il che non presume una cultura piuttosto una continua tensione spirituale: «Non voglio mai smettere di pensare, è l’unico modo di andare avanti!». Ma era pure un omone dal pianto facile, piede varo e gambe storte, un sentimentale. Niente affatto uno sfrontato, era fanfarone perché lo considerava assolutamente necessario, sia per autodifesa in un mondo dominato dai bianchi e dai ricchi, sia perché la sua arte restasse collegata a un qualsivoglia senso del mondo. E con lui la comunità del jazz dell’epoca, gente disposta a farsi ammazzare o ad ammazzarsi pur di ribadire che meno umani di così non si può se si vuole fare arte, altrimenti è solo denaro o rispettabilità sociale. Esseri vagolanti e scomposti, traboccanti d’amore appunto. Era un jazz che aveva bisogno di restare precario, di restare in basso perché «quelli che non hanno mai vissuto nella strada […] sono essenzialmente dei vigliacchi, gente che paga per tutto», e se non è lì non ne può uscire niente degno del mondo, niente che gli si regali. Chi legge non dovrebbe mai dimenticare che all’epoca si trattava di discriminati ed emarginati, e se possiamo oggi leggerli o ascoltarli come star è dovuto al fatto che sono morti e sepolti e non possono più dar fastidio. Oggi gente così è tipologia non contemplata.

Era orgoglioso del suo cognome africano forte, Mingus, si sentiva un guerriero e uno sciamano, era convinto di poter uscire dal corpo, potere che amministrava con la musica e chi l’ha sentito dal vivo non può metterlo in dubbio (considerava peggio di un insulto un pubblico inerte, in stato preagonico, a questo punto meno male che non può capitare al giorno d’oggi, tipo all’Auditorium romano dove nessuno si stanca neppure l’alluce destro).

Nell’autobiografia che ha pure la forma di una seduta psicoanalitica e si pone quindi in qualche punto tra analisi e visione, parla poco di musica in senso stretto. Per quello bisogna tornare ad esempio al volume di interviste Mingus secondo Mingus uscito qualche tempo fa per minimum fax (ne ha parlato alfabeta2 qui), tradotto anche in modo più spigoloso e nervoso, vale a dire con la cifra della sua voce e prosodia, le sfumature di stile e le perenni idiosincrasie, ad esempio per Ornette Coleman, tutta roba comunque che in traduzione perde quel tanto come i film doppiati.

Un essere strano, di semplicità disarmante, un grosso bimbo è rimasto fino alla fine e si sente, pure quando si compiace di cotante confidenze viziose, ma pure un uomo fermamente convinto che l’artista non può che essere autodidatta integrale, nella vita come nell’arte e che sia necessario perdersi in ambedue per essere in grado di donare qualcosa, qualcosa si possa credere in grado di creare una seppur minima fessura nel muro dell’arraffare incessante, della paura. Nel libro ci appare come un essere continuamente sfiorato dal destino. Ma cosa sarebbe un destino per mister Charles Mingus? (e siamo noi a inventare adesso). Forse lo strambo appuntamento tra la vita che tu fai vivere e quello che la vita fa di te, e qualcosa di vago resta perfino sulle pagine scritte.

Charles Mingus
Peggio di un bastardo. L’autobiografia
a cura di Nel King, traduzione di Ombretta Giumelli
Sur, 2015, 345 pp., € 18

 


 

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

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