downloadAndrea Inglese

I borghesi di Calais è un celebre gruppo scultoreo in bronzo che la città di Calais commissionò ad Auguste Rodin alla fine del Diciannovesimo secolo. Il primo esemplare (altri ne fece circolare l’autore in Francia e nel mondo) è stato inaugurato nel 1895 di fronte al municipio della città. Il monumento commemora un atto di eroismo della Francia medioevale: dopo un lungo assedio di Edoardo III d’Inghilterra, la città di Calais cede e nel 1347 sei abitanti della città (i “borghesi”) offrono al conquistatore la loro vita, affinché quella di tutti gli assediati sia risparmiata. Così Rodin li ha immaginati: con delle spesse corde al collo e le mani intrappolate in catene, che si presentano al loro carnefice. Saranno alla fine risparmiati, così come verrà risparmiata la popolazione di Calais, che diverrà però inglese per circa due secoli.

Quali protagonisti sceglierebbero oggi gli abitanti di Calais per realizzare un gruppo scultoreo di altrettanta efficacia? Il poliziotto francese a guardia delle frontiere britanniche, che rischia di essere ferito durante gli interventi contro i migranti? (Nei primi giorni di novembre, gruppi di migranti hanno creato barricate per le strade e si sono scontrati con le forze antisommossa intervenute. I giornali hanno enfatizzato la notizia, parlando di ventisei poliziotti feriti.) È abbastanza strana la situazione di un uomo in armi francese, che difende il Regno Unito non da un assedio di altri uomini in armi, ma dal passaggio di persone indigenti che vorrebbero chiedere protezione allo Stato o una semplice opportunità di lavoro. Il migrante “illegale” presenta ben più convincenti tratti di eroismo del difensore della legge. Nonostante lo si dipinga (in modo malevolo) come potenziale parassita o (in modo benevolo) come vittima passiva di catastrofi, egli appare piuttosto come un Odisseo, audace e determinato, a cui forse sarà preclusa ogni possibilità di ritorno. Di certo, non siamo di fronte a un eroismo di taglio patriottico. Il migrante che fugge la miseria o la guerra, o entrambe, non pone a repentaglio la propria vita per salvaguardare la sua patria e i suoi connazionali. Il migrante di Calais, come già quello di Lampedusa o di Lesbo, mette a repentaglio la propria vita per sfuggire alla morte. Strano paradosso. Esprime molti aspetti dell’eroe – il coraggio, la tenacia, l’astuzia, la forza –, ma la sua azione si risolve in una fuga dalle frontiere patrie, non in una salvaguardia di esse. Egli tenta di sfuggire alla morte, rischiando la morte, strappa la propria famiglia alla guerra, per rischiare di farla morire per annegamento, soffocamento, stritolamento. Difficile, alla fine, situarlo non solo nel paradigma eroico, ma anche in quello del fuggitivo raziocinante. Vengono spesso chiamati con pena o disprezzo “disperati”, ma si dovrebbe considerarli piuttosto come un’avanguardia della speranza più cieca. E in questa irrinunciabile speranza di accedere a una vita di pace, a una vita normale, sta probabilmente il loro più caratteristico eroismo.

Tra Calais e Dover due compagnie di navigazione assicurano il collegamento giornaliero. La prima delle due compagnie offre collegamenti dieci volte al giorno con corse di una durata di circa un’ora e mezza, mentre la seconda offre collegamenti fino a ventitré volte al giorno con corse della medesima durata. In treno, invece, il percorso da Calais a Folkstone dura trentacinque minuti attraverso l’Eurotunnel, con una media di tre partenza ogni ora tra le sei di mattina e mezzanotte. Non si potrebbe immaginare uno traffico più intenso e fluido tra due paesi separati da un lembo di mare ampio una quarantina di chilometri. I migranti di Calais, però, non hanno facoltà d’inserirsi in questo intenso viavai professionale e turistico. Sono immobilizzati per una stregoneria tutta profana, tutta politica, sulla soglia della loro salvezza; una salvezza, poi, dal sapore molto poco magico, che sarebbe fatta di durissimo lavoro, per molti anni in nero o semiclandestino, con l’obiettivo di potersi pagare un affitto in qualche appartamentino appena decente nei sobborghi di Londra. Per altri, ancora, la salvezza sarebbe l’accesso alla trafila burocratica della domanda d’asilo, che per un periodo di tempo non ben definito permette al richiedente di sopravvivere, metà uomo metà fantasma, in attesa che il suo destino venga un giorno precisato. Questi avventurosi viaggiatori, uomini, donne e bambini, che si sono mossi ognuno in modo autonomo e per itinerari diversi, fuggendo dal corno d’Africa, dal Darfur, dall’Afghanistan o dalla Siria, si sono come materializzati assieme di fronte a quest’ultima frontiera europea, popolo d’invisibili che d’un tratto diviene visibile, ingombrante, e per molti persino spaventoso. La lungimirante politica europea li ha stretti in un cul de sac. Se attraversano la frontiera tra Calais e Dover, perdono immediatamente il diritto di chiedere asilo nel Regno Unito o d’inserirsi, come immigrati regolari, nel mercato del lavoro. In Francia, il richiedente asilo sa che va incontro a un tasso di rifiuti particolarmente elevato e dopo una procedura che dura anche più due anni (contro la media di un anno in altri paesi come la Germania). Inoltre, chi ha fatto domanda d’asilo ha il divieto di lavorare e ciò significa scoraggiare ulteriormente qualsiasi tipo d’integrazione spontanea tra la società e il rifugiato. D’altra parte, tutto il sistema d’accoglienza dei rifugiati, sia dal punto di vista della legislazione sia da quello delle risorse e delle strutture che ne devono rendere possibile le messa in opera, è basato sulla politica dello scoraggiamento: non è possibile sopprimere il diritto all’accoglienza, perché ciò vorrebbe dire rimettere in questione uno dei principi basilari delle istituzioni europee e internazionali, ma tutto dev’essere fatto per renderlo di difficilissimo godimento. Questa politica, ovviamente, non ha nessuna pretesa di successo a lungo termine, come il caso di Calais dimostra esemplarmente. Essa non solo è una politica ingiusta e crudele, ma è anche palesemente inefficace.

A Calais nel 1999, sotto il governo Jospin, viene creato un primo centro di accoglienza di circa 200 posti gestito dalla Croce Rossa per accogliere migranti che sono in gran parte dei rifugiati (afghani, iraniani, iracheni, kurdi, kosovari). Naturalmente la struttura si rivela immediatamente insufficiente a fronte di un popolazione di più di un migliaio di persone. Ma questo, potremmo dire, è il compromesso accettabile che un governo della sinistra istituzionale è disposto a realizzare. Bisogna esibire una volontà d’azione, ma in una logica di mero tamponamento, senza uscire mai realmente dalla situazione di emergenza. Nel 2002, di fronte al sovraffollamento e alla crescente difficoltà di gestione del centro, ha buon gioco Sarkozy, allora Ministro dell’interno di un governo di destra, nello smantellarlo, disperdendo così la massa di migranti lungo il litorale. Le mezze soluzioni della sinistra si rivelano insufficienti e legittimano le drastiche soluzioni della destra, che ovviamente non fanno che peggiorare di fatto la situazione, alimentando le soluzioni ancora più drastiche – ma altrettanto irrealistiche – dell’estrema destra. Nel frattempo gli scenari di guerra in paesi più o meno prossimi all’Europa sono cresciuti o si sono cronicizzati, grazie anche al diretto coinvolgimento economico, diplomatico e militare della nazioni europee. Di conseguenza l’afflusso delle avanguardie della speranza a Calais è costantemente cresciuto negli anni. Poiché questa popolazione di individui, coppie e famiglie, non può essere né completamente privata di libertà, ossia imprigionata in strutture come i nostri centri di identificazione ed espulsione, né tantomeno deportata indiscriminatamente fuori dalla frontiere nazionali, ad essi è concessa una vita ai margini delle istituzioni e della società, in tendopoli o baraccopoli periodicamente distrutte dalle ruspe.

Com’era prevedibile, sotto il più recente governo socialista, a fronte dell’ininterrotto afflusso di migranti e di una situazione sanitaria divenuta disastrosa, il Ministro dell’Interno Cazeneuve decide la costruzione di un centro d’accoglienza, che comincia a funzionare all’inizio del 2015. Esso permette di ospitare poco più di un centinaio di donne e bambini. Nel frattempo a Calais si parla di una popolazione all’abbandono di 3000 persone, il cui numero raddoppia dopo l’estate. La maggior parte di queste 6000 persone sono concentrate nella baraccopoli principale denominata “la giungla”. La cosmesi socialista ha avuto stavolta pochissimo effetto. Il tribunale amministrativo di Lille, in seguito all’azione legale contro lo Stato intentata da due ONG, ha imposto al Comune all’inizio di novembre una procedura d’urgenza di carattere sanitario per installare delle latrine, dei punti d’acqua e per realizzare la raccolta dei rifiuti, riconoscendo così il trattamento disumano e degradante imposto dalle istituzioni ai migranti. Ciò non ha minimamente modificato l’atteggiamento del governo, che ha elaborato una nuova tattica di mascheramento del problema. Pur sapendo di non poter espellere dal territorio i rifugiati, si limita a “svuotare” periodicamente “la giungla”, ordinando detenzioni provvisorie. Gruppi di migranti vengono così instradati a forza nei centri di identificazione ed espulsione sparsi su tutto il territorio francese, da cui saranno rimessi i libertà dopo pochi giorni. Lo scopo di tutta l’operazione consiste nella semplice diminuzione momentanea della popolazione di migranti concentrati a Calais. In tutta questa vicenda, crudeltà dei metodi e assurdità degli obiettivi vanno di pari passo.

Dopo le stragi di Parigi del 13 novembre è sicuro che le condizioni dei migranti di Calais peggioreranno ulteriormente. Si sta già diffondendo, attraverso i media, l’idea che il nuovo terrorista dello Stato Islamico s’introduca in Francia sotto le spoglie del rifugiato. E i francesi si erano già mostrati tra i paesi d’Europa più reticenti all’accoglimento dei rifugiati, secondo un sondaggio realizzato in sette paesi europei e reso noto a fine ottobre (http://www.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2015/10/27/la-france-plus-frileuse-que-ses-voisins-vis-a-vis-de-l-accueil-des-migrants_4797810_1654200.html). Grazie al lavoro di propaganda costante del Fronte Nazionale, pochissimo ostacolato dalle altre forze politiche, l’idea dell’immigrazione invasiva è ben radicata in Francia, nonostante i dati reali mostrino che oggi ci sono meno immigrati nel paese di quanti ce ne fossero una decina di anni fa (l’Insee, il centro di statistica nazionale francese, parla di un saldo migratorio positivo passato dalle 112.000 unità nel 2006 alle 33.000 unità nel 2013).

La guerra al terrorismo diventerà un alibi ulteriore per tollerare il trattamento disumano di chi proprio dal terrorismo delle guerre attuali tenta di fuggire. D’altra parte, l’ostinato sbarramento nei confronti delle avanguardie della speranza non eviterà alla Francia e agli altri paesi europei di dover fronteggiare sempre di più le avanguardie senza speranza della guerra asimmetrica omicida e suicida dello Stato Islamico o di altre organizzazioni simili.

Tagged with →  
Share →

2 Risposte a Il limbo di Calais e la politica cinica dello scoraggiamento

  1. Gennaro Di Bisceglie scrive:

    Questo articolo andrebbe dato in lettura a tutti gli studenti, dalle superiori all’università, come saggio esemplare di Storia presente.

  2. ornella tajani scrive:

    Piccola nota a margine. A Parigi è iniziata da poco la prima Biennale di fotografia araba contemporanea, che si tiene tra l’Institut du monde arabe, la MEP e alcune gallerie, questo è il sito: http://biennalephotomondearabe.com
    L’Institut espone anche un progetto di Samuel Gratacap, che sta compiendo un lavoro sui campi di rifugiati (vd. qui: http://www.artribune.com/2015/09/fotografia-samuel-gratacap-rifugiati-tunisia/) e che espone per la Biennale un suo progetto dal titolo Les naufragé(e)s, sulla prigione di Zaouia, in Libia. Le foto sono esposte in un piccolo cortile all’aperto dell’istituto, un cortile dalle mura alte che già ricorda una prigione, e sono accompagnate da testimonianze agghiaccianti dei detenuti lì rinchiusi, fra le quali la cosa che colpisce di più è forse il fatto che le guardie gli abbiano intimato di dichiarare che loro (provenienti da Mali, Nigeria, Libia) volevano raggiungere l’Italia e non la Libia; gli hanno cioè proibito di affermare che la loro destinazione fosse proprio la Libia, come se il fatto, per giunta falso, di trattare il paese come un corridoio di passaggio legittimasse la reclusione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!