haimer-leal-stars-in-cesar-acevedos-film-la-tierra-y-la-sombMichele Emmer

«Un cavallo passò al galoppo dove la strada principale incrocia quella per Contla. Non lo vide nessuno. Tuttavia, una donna che aspettava nei dintorni del paese raccontò di aver visto il cavallo che correva con le zampe piegate, come stesse per cadere. Aveva riconosciuto il sauro di Miguel Paramo… vide che procedeva col collo all’indietro, come se fosse stato spaventato da qualcosa che aveva lasciato dietro di sé… Questa storia giunse alla Media Luna la sera del funerale, mentre gli uomini si riposavano della lunga camminata che avevano fatto al cimitero».

Siamo nella città di Comala nel Messico, anche se non si sa se lo scrittore Juan Rulfo, che scrisse il romanzo Pedro Páramo nel 1955, si riferisse effettivamente a quella città. Gabriel García Márquez ha raccontato questa storia: «Alvaro Mutis salì a grandi falcate i sette piani di casa mia con un pacco di libri, separò dal mucchio il più piccolo e mi disse ridendo forte: “Leggi questa sciocchezza e impara!” Era Pedro Páramo. Quella notte non riuscii a dormire prima di aver finito di leggerlo per la seconda volta». Márquez era colombiano, anche se per molti anni ha vissuto in Messico.

César Acevedo è un regista cinematografico colombiano che con il suo primo film La tierra y la sombra (tradotto chissà perché in italiano Un mondo fragile) ha vinto il premio Camera d’Or per la miglior opera prima al festival di Cannes 2015. Un anziano contadino ritorna dopo molti anni alla sua casa nella valle del Cauca in Colombia, terra di canna da zucchero. Avanza tra le alte canne che cancellano l’orizzonte, non si vede mai l’orizzonte, le vite dei contadini dannati della terra che vivono in quelle terre e lavorano nella piantagioni di canna, si svolgono all’interno di quel fisico confine, che rinchiude le loro anime.

«In questa terra appiccata dal progresso e soffocata nei sogni, ritorna un uomo, un fantasma dal passato, una voce aggrappata a una società rurale che sembra uscita dalle pagine di Juan Rulfo. Dell’orizzonte magico della letteratura di Rulfo, La tierra e la sombra condivide la pienezza arcaica e l’universo interiorizzato, frammentario e fantasmagorico, un luogo lontano dalla modernità non per convinzione ma per mancanza di mezzi», ha scritto Marzia Gandolfi.

Ritorna il vecchio contadino e sa che non ci saranno speranze da ravvivare, nemmeno i ricordi. Forse una possibile fuga da quel luogo osceno. «L’alba andò spegnendo i miei ricordi. Udivo di tanto in tanto il suono delle parole, e notavo la differenza. Perché le parole che avevo udito fino ad allora, e solo allora lo seppi, non avevano nessun suono: si sentivano; ma senza suono, come quelle che si sentono nei sogni», ha scritto Juan Rulfo.

Sono pochissime le parole del film. I movimenti della cinepresa sono impercettibili, le inquadrature si avvicinano lentissimamente ai personaggi, ai volti. Il vecchio e il nipote, seduti sotto il grande albero, chissà come sopravvissuto. Di che cosa possono parlare, che raccontare al piccolo della vita al di fuori di quel cerchio mortale, al di fuori della polvere che ricopre tutto. Del fumo che avvelena l’aria e chi la respira. Sta morendo il figlio, intossicato dalla polvere, soffocato dai fumi delle canne bruciate. I contadini si ribellano a quella vita di fame, di sfruttamento. Il vecchio, la sua famiglia non hanno nemmeno quella speranza. E il figlio muore. Un cavallo nero irrompe nelle stanze della piccola casa, vicino all’albero grande, alla panchina dove siede il vecchio e il nipote, alla canne tutte intorno. Il cavallo corre e la macchina da presa lo segue, veloce, scompare il cavallo, il figlio è morto. Come è morto Pedro Páramo, che forse non è morto, che è comunque vivo nel ricordo. Ma nella piantagione di canna non vi sono ricordi. L’unica possibilità è fuggire, senza speranze. Resterà la donna che non vuole abbandonare quel vuoto che per lei è l’unico mondo che conosce. Un mondo statico, fermo, in attesa di essere distrutto dalla sua mancanza di umanità.

La tierra y la sombra (Un mondo fragile) regia e sceneggiatura di César August Acevedo, con Haimer Leal, Hilda Ruiz, Marleyda Soto, Edison Raigosa, José Felipe Cardenas, Colombia 2015.

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A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

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