reteMichele Mezza

"Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo e, come dicono che fanno le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto i quali, a sentire il poeta,"entran di proprio impulso nel consesso divino", così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di Schiavi"

E' Aristotele che ne la Politica fissa , con una lucidità preveggente, la mission dei processi di automatizzazione delle attività umane : liberare il lavoro umano dal fardello della subordinazione e della fatica. Più la prima della seconda. L'automazione, ci dice il fondatore dell'accademia, con il suo dispiegarsi libera il lavoro dalla coercizione della sua organizzazione gerarchica. O almeno ne riduce le forme più faticose e ripetitive. Il grande istitutore di Alessandro Magno insieme al tema della subordinazione del lavoro fra gli uomini, si è trovato ad aprire la strada anche a un altro filone di ricerca: la relazione fra uomo e quei dispositivi intelligenti, quei sistemi, che quasi magicamente, per mantenere la metafora del filosofo, muovono "le spole e i plettri" modificando il comportamento degli operatori dei telai e i musicisti.  Il nostro filosofo aveva già percepito che la condizione umana fosse fin da allora una funzione di quel che le macchine non riescono ancora a fare. E viceversa, da questa logica si deduce che l'attività umana sia fortemente integrata e determinata da quello che i sistemi tecnologici sono in grado di fare.

2.500 anni dopo Aristotele, torna sul tema Umberto Galimberti con la stessa ambizione di misurare l'entità del fenomeno tecnologico e la sua ripercussione nella vita umana e nel suo tomo Psiche e Technè (Feltrinelli 1999) scrive "superato un certo livello, la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell'uomo per divenire un apparato che include l'uomo come suo funzionario". Qual è questo "certo livello?" Quando in sostanza ci troviamo ad essere guidati e a non più guidare i sistemi cognitivi che usiamo quotidianamente quando inevitabilmente ci troviamo a condividere in rete soluzioni e dispositivi che impaginano e orientano la nostra vita? 

E' questa la domanda che non trovo nel pur complesso approccio alla rete che sostiene il dibattito che ha accompagnato, e poi ratificato con una votazione unanime dalla stessa Camera,senza sostanziali modifiche rispetto alla versione inziale, il testo della Carta dei diritti della rete elaborata dalla commissione insediata dalla presidente della Camera dei deputati on Laura Boldrini e presieduta dal professor Stefano Rodotà. In assenza di questa domanda la rete si riduce a uno scarno ambiente in cui conta essenzialmente entrare, accedere, e dove gli statuti di cittadinanza sembrano condizionati solo da dimensioni tecniche -la connettività - e personali- la privacy. Una visione improntata alla tradzione idealista-liberale, che identifica la libertà con la titolarietà formale del diritto ad esercitarla.

Ma la storia dei fenomeni sociali, in particolare dei processi innovativi, ci insegna che i diritti sono la conseguenza della relazione fra i poteri: è il conflitto da soggetti che tendono a dominare che determinano la matrice dei valori individuali.

La Carta dei diritti mi sembra che non aiuti a dare un'identità alla politica nella rete. So bene che si è trattato di uno sforzo non semplice né scontato. Per la prima volta le istituzioni del paese hanno assunto la rete non come un surrogato del sistema mediatico, come fino ad oggi la vulgata politica tramandava, ma come un'ambito sociale con caratteristiche e fisionomie autonome e organiche,dove misurare forme di cittadinanza e integrare il corredo dei diritti civili. Internet con questa Carta non è più l'accessorio comunicativo , il megafono multimediale,che si usa per dare una verniciata di modernità alla propria informazione, ma un'estensione lineare della società ,con le sue problematiche, le sue dialettiche, e sopratutto le sue relazioni interpersonali.

Di conseguenza la rete deve essere un luogo dove ogni cittadino, ormai la stragrande maggioranza della popolazione italiana, possa ritrovare un sistema di valori e di norme che ne valorizzino l'autonomia e ne assicurino la libertà. Ma che cosa è oggi concretamente la rete? Chi la guida e sostiene? Chi ne caratterizza lo sviluppo? Chi decide?

Accedere alla rete oggi significa immergersi, impotenti e disarmati , in un groviglio di soluzioni digitali in cui la nostra personalità è sminuzzata e ricomposta impunemente dai grandi centri di servizi digitali. Esattamente come entrare in una fabbrica all'inizio del '900 significava sottoporsi ad un sistema di sfruttamento bestiale che si prolungava poi nella società. Solo una negoziazione da parte del movimento del lavoro ha civilizzato il sistema fordista creando la culture occidentale del welfare. Nella rete i sussulti che stanno andando in questa direzione, penso alle forme di rivolta degli utenti e dei consumastori di fronti alla profilazione passiva dei loro consumi, o ai primi atti di sovranità dell'Unione Europa , fra cui la recente sentenza dell'alta corte di giustizia sull'uso dei nostri dati da parte degli Over The Top, non sono colti né approfonditi dalla Carta dei diritti italiana.

E anche quando si apre uno squarcio, rimane sospeso in termini troppo generici,come ad esempio,il comma 3 dell'articolo 3 che recita "Ogni persona ha diritto ad essere posta in condizione di acquisire e di aggiornare le capacità necessarie ad utilizzare Internet in modo consapevole per l'esercizio dei propri diritti e delle proprie libertà fondamentali" , o ancora il comma 3 dell'articolo 14:Internet richiede regole conformi alla sua dimensione universale e sovranazionale, volte alla piena attuazione dei principi e diritti prima indicati, per garantire il suo carattere aperto e democratico, impedire ogni forma di discriminazione e evitare che la sua disciplina dipenda dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica.

Sarebbe bastato forse richiamare il testo di un letterato di grande intuito ed estrema sensibilità sociale, anche se a digiuno delle sofisticate competenze tecnologiche che erano rappresentate al tavolo di elaborazione della Carta, per dare sostanza e attualità al documento: Le Lezioni Americane di Italo Calvino. Dove esplicitamente si dice: E' il software che sta guidando il mondo. Anzi, come insiste un guru certo non avverso alla rete come Marc Andreese, fondatore di Netscape "il software si sta mangiando il mondo".

Per software intendiamo specificatamente quel linguaggio matematico che si propone oggi, di volta in volta, come l'unico modo di risolvere un dato problama: l'algoritmo.Una vera clava nelle mani dei grandi imperi del pensiero computazionale come Google, Facebook, Amazon che stanno riclassificando le nostre relazioni e i nostri ocmportamenti sulla base di unìapparente scambio gratuito: tu mi deleghi la tua identità, io ti organizzo i tuoi linguaggi.Come dice Frank Pasquale nel suo libro Black Box:" l'autorità oggi si esprime in linguaggi algoritmici".

Una consapevolezza che ci permetterebbe di non riprodurre quell'asimmetricità sociale nell'innovazione per riequilibrare la quale abbiamo dovuto bruciare un secolo di lotte operaie in un ambiente più feroce, ma anche più riconoscibile, della blogosfera, come la catena di montaggio.

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

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