Young women have formed  the word Paris with candles to mourn for the victims killed in  Friday's attacks in Paris, France, in front of the French Embassy in Berlin, Saturday, Nov. 14, 2015. French President Francois Hollande said more than 120 people died Friday night in shootings at Paris cafes, suicide bombings near France's national stadium and a hostage-taking slaughter inside a concert hall.  (AP Photo/Markus Schreiber)

Salvatore  Palidda

 Chiunque può dire: io o qualche mio familiare o amico avremmo potuto essere fra i massacrati nei luoghi della strage di Parigi. Allora siamo tutti in guerra? Ma io o i miei familiari e amici non abbiamo dichiarato alcuna guerra, non abbiamo fatto alcun gesto ostile contro nessuno. Cosa fare? Sperare nella protezione di chi promette «Saremo spietati!», dare loro pieno sostegno?

Contrariamente a quanto sciorinano tanti commentatori, la strage di Parigi non è un fatto orrendo mai accaduto in Europa o nel resto del mondo. Al di là della macabra contabilità da becchini, basta ricordare le bombe di un mese fa contro i manifestanti pacifisti in Turchia, o del 2004 alla stazione di Madrid, o le stragi di palestinesi con le bombe al fosforo israeliane, e centinaia di altri massacri. Secondo Claudio Magris siamo alla quarta guerra mondiale, dopo la terza – la guerra fredda, dal 1945 al 1989 – che ha fatto circa 45 milioni di morti; il Papa e altri ripetono da tempo che siamo alla terza guerra mondiale. La guerra è il fatto politico totale che s’è imposto e pervade tutto e tutti. Come tutte le guerre anche quella odierna – che non si svolge contro stati nemici e non è regolata da norme internazionali – i contendenti coinvolgono la popolazione civile massacrandola, e chiedendo il suo sostegno per proteggerla.

Ma chi sono i contendenti di oggi? Come siamo approdati alla guerra attuale? Colla «memoria corta» che viene alimentata nei paesi cosiddetti occidentali, usi a presentarsi quali «santuari di pace» in un mondo di guerre, si ignora il processo che ha portato all’attuale guerra permanente. Il che vuol dire che non ci si domanda quali saranno i suoi costi (e benefici), e a danno (e vantaggio) di chi.

La destrutturazione dell’assetto bipolare (USA-URSS) ha subito innescato una nuova proliferazione di guerre «locali» ancora più sanguinarie di quelle che erano state gestite a distanza, o anche direttamente, dalle due superpotenze (dopo quelle di Corea e del Vietnam i tanti colpi di stato, la perpetua guerra di Israele contro i palestinesi). Ancora oggi vengono tenute nascoste le gravissime responsabilità dei paesi NATO e del Vaticano rispetto ai massacri nei Balcani, e solo recentemente mister Blair (grande riferimento dei vari D’Alema e Amato) ha riconosciuto di aver mentito per giustificare la seconda guerra contro Saddam Hussein (accusato di essere in possesso di armi di distruzione di massa che non aveva). Una buona letteratura ha mostrato con rigore come l’attacco alle Twin Towers, l’11 settembre 2001, sia stato sfruttato per giustificare quella che Bush jr. chiamò la guerra permanente del XXI secolo. I think tanks americani e i loro adepti europei hanno avuto un’occasione d’oro per incentivare le politiche sviluppate sin dal Fiscal Year del 1979, con la famigerata Revolution in Military Affairs (RMA). Il trionfo del liberismo si realizzava coll’intreccio fra le principali lobby mondiali: quella delle speculazioni finanziarie, la militare-industriale-poliziesca, la lobby del petrolio ma anche quella delle energie rinnovabili, della new economy, dell’industria farmaceutica e delle comunicazioni e media. La guerra era già stata il più grande business dell’occidente col primo e il secondo conflitto mondiale; ora diventava il paradigma della «postmodernità», pervadendo tutto e tutti: a cominciare dalla ricerca scientifica di base sino a ogni sorta di applicazioni tecnologiche. Al Qaeda è il nemico ideale per legittimare (ben al di là di ogni legalità nazionale e internazionale) la guerra che, come aveva anticipato George Orwell, se fatta dall’Occidente si chiama pace. I paesi NATO, ma anche la Russia di Putin, Israele e altri sono impegnati in «missioni di pace», o «di polizia internazionale», per salvaguardare i diritti fondamentali e la democrazia.

Colpito Al Qaeda, ecco che emerge l’ISIS. Un nemico ancora più orrendo, capace di ogni sorta di atrocità persino nei confronti di donne e bambini. Secondo alcuni, fra i quali Olivier Roy, l’ISIS sembra credere all’Apocalisse e si muove per realizzarla. Ma da dove viene questa mostruosità? Com’è riuscita a disporre di tante risorse finanziarie, di tanti mezzi e armi? Come riesce ad avere consenso e reclutare anche giovani europei e statunitensi? Diversi esperti accreditati, militari e civili, ammettono che l’ISIS trova facilitazioni negli Emirati Arabi, in Iraq e forse anche presso la criminalità organizzata transnazionale, grazie a traffici di armi, droga e capitali. Come abbiamo ricordato in precedenza, i principali paesi produttori e venditori di armamenti sono quelli della NATO (USA per primi ma subito dopo Francia, Italia, Regno Unito e Germania), la Russia, la Cina e anche in parte Israele; e i principali importatori sono l’India, l’Arabia Saudita, la Cina, gli Emirati Arabi Uniti e il Pakistan. È proprio negli Emirati che ogni anno si tiene la più grande fiera di armamenti. L’ultima s’è tenuta il 22-26 febbraio scorso ad Abu Dhabi (e SOFEX), con 600 espositori fra i quali 32 imprese italiane accompagnate da ministri, diplomatici, alti ufficiali delle forze armate, dirigenti delle polizie e delle grandi imprese (per l’Italia in primo luogo la Finmeccanica presieduta dal prefetto, ex capo della polizia e dei servizi segreti, Gianni De Gennaro; cfr. http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/). Nessun paese produttore e venditore di armi ha proposto di interrompere la produzione e la vendita di armamenti, in particolare un embargo rispetto agli Emirati (i quali ovviamente non mancano di condannare l’ISIS). Allo stesso tempo, i paesi dominanti non mancano un’occasione per alimentare la guerra permanente: dopo la catastrofe in Iraq e Afghanistan, mentre si lasciano incancrenire le guerre locali in Africa e le atrocità di polizie e narcos in Messico e altri paesi, la guerra in Libia ha creato un’altra situazione di conflitto totale, in Siria s’è alimentata la tragedia perpetua e la Francia di Hollande ha portato la guerra in Mali per insediare al potere un personaggio notoriamente corrotto.

Parallelamente, mentre tutti i paesi aumentano le spese militari e per le polizie, le loro politiche economiche accrescono la distanza fra ricchi e poveri e incentivano le neo-schiavitù, le emigrazioni disperate e la mortalità per malattie oncologiche oltre che per fame e, nei paesi non-dominanti, anche per banali malattie e malnutrizione in assenza di farmaci e cure. Perché stupirsi allora se nei paesi dominanti alcune decine di giovani marginali o marginalizzati, spesso oggetto di discriminazione razziale, aderiscono all’ISIS invece di autodistruggersi con un’overdose? Il mito degli «uomini bomba» appartiene a giovani o meno giovani che hanno «perso ogni speranza», che non intravedono alcuna possibilità concreta di trovare un percorso pacifico di emancipazione (e non possono approdare allo scetticismo insegnato da Hannah Arendt, Pasolini o Foucault). Ricordiamoci che i primi «uomini bomba» emergono fra i palestinesi come tentativo disperato di rovesciare il rapporto di forze asimmetrico nei confronti delle risorse militari di Israele. L’adesione all’ISIS non è che la folle radicalizzazione di un odio verso l’Occidente liberista che cova da tempo. Raramente si parla delle tante realtà africane nelle quali oltre alle guerre le nostre multinazionali continuano a seminare disastri di ogni sorta, dalle contaminazioni da rifiuti tossici ai disastri ambientali ed economici.

Come per caso, a Parigi la strage del 13 novembre si consuma due settimane prima del COP21, il summit di circa 200 paesi che avrebbero dovuto approvare una netta riduzione nelle emissioni di gas tossici e ogni sorta di sostanze inquinanti, e lo stanziamento di risorse ingenti per bonificare un pianeta altrimenti destinato alla distruzione. Facile prevedere che i paesi dominanti, invece, riusciranno a imporre la scelta di investire ulteriormente nella guerra al terrorismo, mettendo in secondo piano quella contro i disastri sanitari-ambientali ed economici. In nome della prevenzione del terrorismo verrà probabilmente accantonata ogni ipotesi di misure a favore dei profughi, «visto che fra essi possono infiltrarsi i terroristi» (un caso su quanti? Ed è passato perché si è troppo buonisti con i profughi? Mangime per il pollaio razzista). I propositi delle autorità francesi e di altri paesi, in materia di lotta al terrorismo, sono quelli già sperimentati in particolare dopo l’11 settembre: sempre più risorse a servizi segreti e polizie. Avremo una sorta di stato di assedio permanente, che legittimerà violenze e abusi nei confronti dei semplici sospetti e persino dei loro parenti. Ancora una volta saremo chiamati ad acconsentire al sacrificio delle libertà in nome della salvaguardia della nostra «civiltà». Saremo costretti a sopportare ancora per chissà quanto tempo le gesticolazioni e i deliri della guerra permanente infinita.

Probabilmente questo orrido teatro (nel senso goffmaniano di effettiva realtà della società) non potrà però durare a lungo, e finirà per alternarsi con qualche altra «opera». Del tutto inutile proporre alle attuali autorità aggiustamenti alle pratiche che proprio esse hanno sciaguratamente ideato (cfr. http://www.mediapart.fr). L’unica possibilità di interrompere la proliferazione della guerra consiste invece nel mobilitare la capacità critica, suscitare una parresia di massa.

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