Screenshot from 2015-11-12 10:34:55Esce il 19 novembre da Alfabeta Edizioni in coedizione con DeriveApprodi (pp. 333 interamente illustrate a colori, € 23) il primo Almanacco di alfabeta2, a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa e Nicolas Martino che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it, dall’agosto 2014 allo scorso luglio (scritti di Lea Melandri, Gino Di Maggio, Rossana Campo, Fayçal Zaouali, Lello Voce, Lucia Tozzi, Letizia Paolozzi, Furio Colombo, Franco La Cecla, Toni Negri, Christian Calandro, Federico Campagna, Riccardo Caporossi, Romano Luperini, Bruno Roberti, Giorgio Mascitelli, Lelio Demichelis, Marco Pacioni, Augusto Illuminati, Paolo Carradori, Franco Berardi Bifo, Valentina Parisi, Maria Teresa Carbone, Marco Biraghi, Valerio De Simone, Cristina Morini, Milo Adami, Nicolas Martino, Maria Cristina Reggio, G.B. Zorzoli, Luigi Azzariti-Fumaroli, Salvatore Palidda, Gilda Policastro, Andrea Cortellessa, Paolo Morelli, Marco Assennato, Valentina Valentini, Martina Cavallarin, Federico Francucci, Alberto Capatti, Elettra Stimilli, Paolo Godani, Paolo Fabbri, Anna Simone, Michele Spanò, Dalila D’Amico, Antonello Tolve, Mauro Petruzziello, Ilaria Bussoni, Gianluigi Simonetti, Michele Emmer, Emanuele Dattilo, Marco Giovenale, Roberto Ciccarelli, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Manuela Gandini, Federico Zappino, Carlo Antonio Borghi, Michele Dantini, Mario Gamba, Paolo tarsi, Lorenzo Coccoli, Francesca Lazzarato, Tiziana Migliore, Carlo Laurenti, Lisa Ginzburg, Riccardo Venturi, Ginevra Bria, Paolo B. Vernaglione, Elvira Tannini, Giancarlo Alfano, Andrea Fumagalli, Franca Rovigatti, Enrico Terrinoni, Francesca Coin, Gianni Vattimo e Giacomo Pisani, Jacopo Galimberti e Claire Fontane, Antonella Anedda, Guido Mazzoni e Antonio Sixty). Il volume, riccamente illustrato con immagini selezionate da Manuela Gandini, è aperto da quindici interventi scritti per l’occasione (di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologmna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Lelio Demichelis, Marco d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B. Zorzoli e Andrea Cortellessa), sul tema Post-futuro. Anticipiamo qui l’intervento di Andrea Cortellessa, che tira le fila di questo speciale.

 

Il futuro non ha ancora mai parlato

Andrea Cortellessa

«Dobbiamo rifiutare la dittatura dell’istante». Così, lo scorso 29 settembre, ha aperto Matteo Renzi il suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un’Assemblea, ha provveduto subito ad arruffianarsi l’uditorio nonché se stesso, che «esige pensieri profondi, non messaggi spot». Ebbene: «in ogni parte del mondo, la vita politica è sempre più appiattita sul presente; è sempre più legata a discussioni guidate dalle televisioni dell’informazione 24 ore su 24, da internet, dai social network». La rete, beninteso, è uno «straordinario orizzonte di libertà»; ma «il rischio è quello di ridurre l’orizzonte della discussione solo al sondaggio, solo al tweet». Negli stessi giorni, da Rizzoli, usciva il nuovo romanzo di Serena Dandini, prontamente lanciato da Fabio Fazio a Che tempo che fa. Titolo? Il futuro di una volta.

È un segno del nostro tempo, quello per cui proprio coloro che hanno legato le loro fortune all’istante, a quella che Gustavo Zagrebelsky ha appunto definito la dittatura del presente – per esempio al tweet, precisamente, come forma di governo –, abbiano ora la faccia tosta di far propria la retorica del «pensiero lungo» (è ancora Matteo Renzi a New York, a parlare). D’altra parte è a sua volta un sintomo che si siano aperte negli stessi giorni, pressoché contemporaneamente a Parigi e Roma una volta di più gemellate, due grandi mostre dai titoli che in qualche modo compongono un chiasmo: Une brève histoire de l’avenir (al Louvre sino al 4 gennaio, ispirata al libro omonimo di Jacques Attali pubblicato una decina d’anni fa, in Italia tradotto da Fazi); e La forza delle rovine (a Palazzo Altemps sino al 31 gennaio, a cura di Marcello Barbanera). Come se l’Europa, Old Europe amano chiamarla infatti dall’altra parte dell’Atlantico, rivendicasse con malcelato orgoglio il prestigio delle proprie vestigia; e d’altra parte ammiccasse ai Nuovi Imperi – quelli che aveva sottomesso secoli fa, e che provano oggi a trascinare l’isterica economia mondiale verso il più incerto avvenire – con l’aria di chi la sa lunga, ne ha viste tante, e spiega annoiato come in effetti non ci sia poi da agitarsi tanto (il Belacqua dantesco… andare in sù che porta?).

Il futuro è invecchiato? Una cosa è certa, e cioè che (come ci spiega con dati stupefacenti Marco d’Eramo) il futuro sembra appartenere, con paradosso solo apparente, assai più ai vecchi che ai giovani. (Difetto ottico con ogni probabilità dovuto a presbiopia…; quello che si sono presi i vecchi – e che i vecchi, da che mondo è mondo, hanno sempre provato a tenersi – è il presente, invece.) È anche vero, però, che nelle rovine del futuro «di una volta» risiede appunto una forza. O, diciamo più filosoficamente, una potenza. Non a caso s’intitola Archaeologies of the future un mirabile libro di Fredric Jameson (uscito nel 2005 e due anni dopo tradotto da Feltrinelli, colpevolmente solo in parte, col titolo Il desiderio chiamato Utopia) – guida costante nell’ideazione di questo speciale – il quale, sotto le vesti d’un almagesto delle immagini del futuro partorite dai visionari del passato, è in verità un grande saggio sulla «forma utopica». Ossia sull’immagine stessa, scrive Jameson, della «differenza», dell’«alterità radicale» e della «natura sistemica della totalità sociale». Una differenza che è oggi il bene più prezioso – nel tempo tiranneggiato, più precisamente che dal presente, dallo spirito T.I.N.A., there is no alternative. Laddove Utopia era, e continua ad essere, lo spazio dell’Altro Possibile (magari in forma negativa, distopica, dialettica): che al modo forse dell’entropia negativa alla quale si deve quella precaria forma d’organizzazione che chiamiamo vita (come mostrò Ilya Prigogine), può essere ancora oggi fondato in zone autonome, temporaneamente sottratte all’«immobilità iper-accelerata» che ci fa schiavi di noi stessi (Aldo Bonomi che cita Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione).

Sono passati più di trentacinque anni, da quando Jean-François Lyotard spiegava (e proprio in quel ’79 nasceva la prima Alfabeta: col traduttore di Lyotard, Carlo Formenti, quale suo redattore…) come fossero proprio le grandi narrazioni che avevano puntato al futuro – nell’episteme compresa fra Hegel e Marx, certo – ad essere evaporate (per usare un’immagine proprio di Marx) o, come tempo dopo Zygmunt Bauman avrebbe formulato una propria fortunata traduzione, a essersi liquefatte. In quella parcellizzazione infinita del tempo in flussi, e dello spazio in luoghi (come ci spiega ancora Bonomi), che appunto Lyotard chiamava – e un sinonimo meno impreciso, finora, non pare sia stato trovato – condizione postmoderna. Quello cioè che oggi il Jonathan Crary di 24/7 (Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi) definisce «un tempo senza divenire, sottratto a qualunque delimitazione concreta o riconoscibile, un tempo senza ritmo sequenziale o ricorrente. Nel suo carattere perentoriamente riduttivo, è la celebrazione di un presente allucinato, di una inalterabile permanenza fatta di operazioni incessanti, senza attrito». E che allucina soprattutto chi oggi viva questo tempo ma sia abbastanza vecchio da ricordarsene un altro: in quanto appartenente a quella generazione «bilingue» che Guido Mazzoni, nei Destini generali (Laterza), ha siglato nelle parole del principe di Salina nel Gattopardo, come quella «generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due». Siamo tutti borderline agostiniani, sospesi tra «non più e non ancora», dice Bonomi (e ci si ricorda che già un paio di passaggi di secolo fa Alfred de Musset scriveva: «Tutta la malattia del secolo presente viene da due cause; il popolo che è passato attraverso il ’93 e il 1814 ha due ferite sul cuore. Tutto ciò che era non è più; tutto ciò che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali»).

Tanta acqua è passata sotto i ponti, in effetti, da quando un vero Prometeo della modernità come Adriano Olivetti (ce lo ricorda sempre Bonomi) poteva dire, con orgoglio, «in me non c’è che futuro». Sono invecchiate, certo, le visioni del futuro immaginate dal nostro passato. Sono talmente invecchiate, anzi, che esse costituiscono – di quel passato – una delle rappresentazioni più precise ed eloquenti. Insostenibile, in particolare, s’è dimostrato uno dei parametri che la modernità con maggiore insistenza ha fatto propri, al fine di raggiungere più in fretta possibile l’agognato futuro: quello della velocità. È il futurismo senza futuro (di cui ci parla Lelio Demichelis), simboleggiato con ironia dai pattini del grande memento di Gino De Dominicis (qui commentato da Nicolas Martino), Il tempo, lo sbaglio, lo spazio: opera che reca la stessa data, 1969, di quello sbarco sulla Luna che del prometeico slancio modernista verso l’alto, e appunto il futuro, rappresentò il culmine – e insieme la fine. La Terra si vedeva per la prima volta da fuori (come spiegò Alberto Boatto in un bellissimo libro del 1981, Lo sguardo dal di fuori, di recente riproposto da Castelvecchi). Vista dalla Luna si vedeva infinitamente bella («la terra da qua su», aveva già commentato Yuri Gagarin, «è meravigliosa»), infinitamente distante e, appunto, infinitamente passata. Già l’anno dopo un poeta americano (ma molto europeo) come Mark Strand poteva scrivere: «Tutto si offusca. / Il futuro non è più quello di una volta. / Le tombe sono pronte. I morti / erediteranno i morti» (dalla raccolta Darker, 1970; Il futuro non è più quello di una volta s’è intitolata la prima sua antologia uscita da noi, curata nel 2006 da Damiano Abeni per minimum fax). Non è poi così paradossale il fatto che sarà proprio uno scrittore «d’anticipazione», James G. Ballard, a stilare il famigerato referto neo-nicciano per cui «il futuro è morto».

Quello stesso anno, e anzi negli stessi giorni (ha mostrato Franco Farinelli), nasceva – dalle ceneri di un dispositivo militare figlio della Guerra Fredda – quella che abbiamo poi chiamato Internet. E da quel giorno, infatti, comincia la strada che ci ha portato, oggi, al momento storico – come renzesco lo ha definito Mark Zuckerberg (riporta Maria Teresa Carbone) – in cui un miliardo di persone sono connesse a Facebook, il Panottico fai-da-te che ha realizzato con un clic il sogno del Grande Fratello di Orwell: quella che Maurizio Ferraris (l’altro redattore della prima Alfabeta) definisce oggi, con minaccioso richiamo al metallico uomo della guerra, Ernst Jünger, Mobilitazione totale (Laterza).

Come ci mostra ancora Demichelis, è oggi immateriale – ma non per questo meno efficiente, capillarmente innervata com’è, ormai, al nostro sistema nervoso – la macchina del tempo che generosi immaginavano gli scrittori di una volta. Google è all’avanguardia (ci dice Bifo) nella progettazione di macchine intelligenti destinate sempre più a prendere il nostro posto, a sostituire il vivente: come nei peggiori incubi di Philip K. Dick e Thomas Pynchon (e lo slogan The Future is Now, nel quale si condensa la contemporanea ideologia del presentismo, venne lanciato nei primi Anni Zero proprio da Microsoft – peraltro rubandolo a un onesto giocatore di football degli anni Settanta). Un film recente assai glamour e abbastanza insulso, Ex Machina di Alex Garland, parte però da una premessa interessante: lo scienziato (che si rivelerà) pazzo, questo novello Dottor Moreau che è finalmente riuscito a mettere a punto una vera intelligenza artificiale, capace di sostenere il test di Turing di appunto dickiana memoria (solo però, a quanto pare, per procacciarsi compagnie femminili che non rompano le scatole), l’ha potuta ottenere solo grazie al lavoro inconsapevole di tutta l’umanità connessa a un unico sistema di ricerca – dal nome trasparente di Blue Book – che lui stesso ha imposto a livello globale. Così mettendo al lavoro, appunto, i desideri dell’intera umanità. È il versante oscuro del general intellect – questo marxema a lento rilascio, oggi dunque così attuale, che tanto stimola le nostre discussioni. Ed è anche il segno di una vita in automatico che minaccia di realizzare, sempre in forma atrocemente parodica, l’altro sogno che da sempre coltivano gli esseri umani: quello dell’immortalità (l’Eter9 che anche dopo la nostra morte, riporta Demichelis, potrà far proseguire ai nostri avatar la loro brillante vita social; e guarda caso è uno dei Dottor Moreau di Google, ci dice Carbone, ad aver fondato una società, Calico, che ha per obiettivo l’allungamento indeterminato – com’è ovvio a pagamento – della vita umana).

In questo scenario da brividi non si può non comprendere l’elogio del ritardo di Andrea Inglese (che ha buon gioco a fustigare il futurismo degli stenterelli delle «buone scuole» di volta in volta vagheggiate dalle peggio riforme dei nostri vecchissimi giovanotti al potere) e, più in generale, la critica femminista alla «rivoluzione ipotetica» e al trascendentalismo dei maschi, nonché quella queer, appunto al «futurismo riproduttivo» (Cristina Morini). Non c’è «bisogno di futuro», protestava giusto nel ’70 Carla Lonzi (ce lo ricorda Luisa Muraro), anticipando di qualche anno il no future punk. E si può ben immaginare che sia piuttosto su un salto di piano, su una divaricazione dal flusso che si formi appunto su un piano d’immanenza ancora impercorso, anziché sul vecchio e trascendentale ascensore per il futuro, che si potrà concepire di nuovo – forse – un’alternativa allo stato di cose presente.

In tutto questo possiamo ancora essere salvati dalla speranza, come (ricorda ancora Muraro) predicava Papa Ratzinger? Forse il fatto è che «c’è speranza ma non per noi»: come recita un aforisma di Kafka, al solito fulminante, di recente fatto suo dall’Agamben dell’Avventura. Proprio a Giorgio Agamben, del resto, dobbiamo una memorabile, già classica definizione del contemporaneo come qualcosa che si colloca non nel presente, bensì al contrario su uno «scarto», su un «anacronismo». Su un invece, insomma. «Il futuro fallisce sempre», ha scritto Don DeLillo in Cosmopolis: nel senso che si rivela sempre differente da come il presente, nella sua arroganza, ha creduto di anticiparlo – introiettandolo, assimilandolo a sé, a tutti gli effetti abolendolo.

Chi lo ha detto meglio di tutti, forse non per caso, è stata una donna: Emily Dickinson (nella poesia 672, che si cita nella traduzione di Silvio Raffo). Una donna che ha scritto in un passato assoluto, perfettamente immobile e perfettamente separata, forclusa dal proprio presente, e che solo così è riuscita a mobilitare, davvero e vertiginosamente, quel suo futuro che è il nostro presente. Perché la differenza del futuro consiste paradossalmente, ci dice lei, nella sua indifferenza: appunto nei confronti del presente. Quello vero, di futuro (il Profound To Come), per definizione non coincide coi pallidi surrogati, invecchiati prima di nascere, previsti da quel passato che, dal suo punto di vista, è appunto il presente:

Non parlò mai – il futuro –

né delle sue profondità a venire

rivelerà una sillaba – a segnali,

come farebbe il muto –

ma quando la notizia è maturata –

la presenta in azione –

preparativi elude –

o fughe – o surrogati –

Se sia dono o condanna –

lo lascia imperturbato –

il suo compito è solo di eseguire

il telegramma che gli manda il fato –

(The Future – never spoke – / Nor will He – like the Dumb – / Reveal by sign – a syllable / Of His Profound To Come – // But when the News be ripe – / Presents it – in the Act – / Forestalling Preparation – / Escape – or Substitute – // Indifferent to Him – / The Dower – as the Doom – / His Office – but to execute – / Fate’s – Telegram – to Him –)

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