alices_mirrorLuigi Azzariti-Fumaroli

Percy B. Shelley ha sostenuto che l’immaginazione sia come «il Dio immortale che dovrebbe incarnarsi per la redenzione della passione mortale». Nell’esperienza dell’immaginario la nostra esistenza si aprirebbe a una pluralità di prospettive, ma mentre per l’autore di In difesa della poesia esse si sarebbero dovute tutte risolvere in un affinamento del «grande strumento della morale», per Lewis Caroll – che di Shelley fu lettore interessato – si sarebbero potute articolare nell’assai più esteso intervallo aperto dall’alea fra la ragione e la sragione. In Alice nel paese delle meraviglie l’incontro con l’immaginario, pur correlato al mondo reale, ne rompe la continuità, consentendo di proiettare al di là di esso rappresentazioni e moventi inconsci, i quali a loro volta trascendono il nostro empirico esserci, per dare luogo ad un «incontro raddoppiato», nel quale la realtà si mostra «realmente votata all’irrealtà».

La credenza nell’unidimensionalità del reale – ricorda Paolo Pecere nel suo più recente lavoro che proprio dal romanzo di Carroll prende le mosse – si trova del resto già rovesciata nel mondo magico delle civiltà tradizionali, presso le quali i limiti della percezione empirica tendono sempre più a sfumare nell’indistinto, lasciando che a essere sia un universo di figure e oggetti «apolidi», perché del tutto astratti rispetto al contesto nel quale concretamente si vive. Attraverso una ricca serie di esempi tratti non soltanto dalla letteratura otto-novecentesca, ma soprattutto dal cinema, è possibile secondo Pecere offrire dimostrazione di come il tra-passo della soglia dell’immaginario segni la scoperta di innumerevoli alternative che scompongono la nostra contingenza così come la nostra stessa identità in una miriade di frammenti, talora appena percepibili, incastonati «nel tufo denso» della nostra esistenza. Recuperando la lezione di Sartre, dovrà infatti osservarsi come lo statuto della coscienza immaginativa non implichi «una tesi o posizione d’esistenza»; al contrario, l’istanza contenuta in un atto immaginativo impone l’esercizio d’una libertà che deve anzitutto esercitarsi rispetto ai condizionamenti imposti da un rigido principio identitario, e quindi assumere i connotati di un vago «qualcosa», quale forma «di ciò che né è né non è».

Ne discende – nota con incisività Pecere – che diversamente da quanto accada sia nel «meraviglioso», chiuso nella propria autoreferenzialità, che nel «virtuale», in quanto rappresentazione di un immaginario che fagocita la realtà empirica annullando ogni differenza, ovvero nel «fantastico», in cui l’immaginario appare svolgere una funzione costitutiva dell’esperienza, è necessario pervenire a una prospettiva, invero per certi versi indicata già da Kant, nella quale la ragione empirica non pare mai poter riposare sul dato, ma doversi continuamente spingere, attraverso una galleria di idee immaginative, verso la mobilità dell’infinito, «senza tuttavia smarrirsi nell’insormontabile della dispersione».

A ben vedere questo era stato, pochi anni dopo la pubblicazione del romanzo di Carroll, il significato che Ibsen aveva voluto assegnare al Peer Gynt. Qui, nel momento in cui il re dei troll insinua che Peer sarebbe più felice se decidesse con una piccola operazione di rinunciare alla propria natura umana, si vede opporre un netto rifiuto: Peer è sì pronto a negare l’evidenza dei suoi sensi, ma accettare di rinunciare alla natura umana – così perdendo la facoltà di distinguere il reale dall’immaginario –, questo non lo farà mai. La consapevolezza della polivocità di senso delle immagini-interne in cui si riflette l’immagine esterna – fa notare ancora Pecere – attesta la difficoltà di distinguere le une dalle altre o, meglio, attesta la difficoltà di comprendere la perpetuità del pensiero nel suo continuare a covare se stesso: ove non intervenga repentina un’immagine pericolosa e affascinante come il caso, e come il caso destinata a dissolversi in se stessa.

All’immaginazione si addicono soltanto il fortuito e l’incostante; diversamente essa assume una natura umbratile, intrisa di malinconia e rimpianto. Labile diventa allora il confine fra immaginazione e disincanto: un nero interstizio che svela un universo-cafarnao. Nel quale, come in certe pagine di Belyj o nel Diario di Edith della Highsmith, sono abolite le frontiere fra il delirio e il reale e squarci di dubbia realtà lasciano il passo a incubi febbrili.

Paolo Pecere

Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario

Mimesis, 2015, 325 pp., € 26

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