PrimoLeviMario Barenghi

Nella prefazione alla nuova edizione del suo libro più seminale, Settanta (2001, 20102) Marco Belpoliti dichiara che Primo Levi «c’è qui solo di sguincio, mai di fronte e mai di profilo». A posteriori quella frase suona, se non come una promessa, come un presagio: ed ecco infatti, a sei anni di distanza, Primo Levi di fronte e di profilo. Questo titolo merita un breve indugio. Innanzi tutto, la duplice formula evoca le foto segnaletiche degli schedari polizieschi, una coppia di immagini complementari a garanzia della riconoscibilità del soggetto. L’illustrazione della copertina ci presenta invece una fotografia in cui Levi si pone sul volto, a mo’ di maschera, la sagoma di una testa di gufo fatta con il filo di rame: anziché rivelarsi, l’autore sembra quindi nascondersi. Ma potremmo anche interpretare la fotografia come espressione simbolica della sintonia profonda tra uomini e animali («animale-uomo» è un’espressione chiave per il naturalismo primoleviano), ovvero dell’intrinseca duplicità dell’umano, di quel suo costitutivo ibridismo che da un certo punto in poi Levi ama rappresentare tramite la figura mitologica del centauro. Né andrà trascurato il richiamo di questo ritratto con maschera alla dimensione dell’abilità manuale, a Levi assai cara: sul piano professionale, in primo luogo – teste l’articolo del 1984 Il segno del chimico – ma non poi soltanto, se è vero che le silhouettes zoomorfe in filo di rame formano una piccola collezione (formica, pinguino, gabbiano, canguro, coccodrillo). Per inciso, è a Belpoliti che si deve non tanto la scoperta in assoluto del bestiario incluso nell’opera di Primo Levi, quanto la sua valorizzazione esegetica.

La pubblicazione di questo libro è un evento d’eccezione: in questi tempi di scarsa fortuna editoriale della saggistica letteraria, dare alle stampe un volume così impegnativo è scelta inconsueta, che va a onore di Guanda. Vero è che si tratta della summa critica del maggiore studioso di Primo Levi, e che Primo Levi è l’autore italiano che oggi gode della maggior fortuna all’estero, come attesta il varo della traduzione in inglese dell’opera omnia (vedi la Lezione Primo Levi del 2014, In un’altra lingua / In another tongue di Ann Goldstein e Domenico Scarpa, Einaudi 2015). Non di meno l’impresa rimane notevole, e coraggiosa. In sostanza quest’opera riprende tutti contributi primoleviani di Belpoliti, dai testi editi sul numero 13 di «Riga» (1997) agli apparati dell’edizione NUE delle Opere complete (una nuova edizione è prevista nel 2016), dai saggi sparsi agli interventi occasionali, tutti sottoposti a generale revisione, riscrittura e ampliamento, e corredati da una quantità ingente di pagine nuove. Il risultato è un libro massiccio quanto a dimensioni, eppure, paradossalmente, quanto mai affabile e maneggevole.

Nell’introduzione Belpoliti definisce l’opera «un libro-Beaubourg», perché – analogamente al celebre edificio parigino di Rogers e Piano – esibisce la propria struttura, invece di nasconderla. L’Indice generale dà alla complessa articolazione del volume una singolare evidenza tipografica, alternando tondi e corsivi, sottolineato e maiuscolo, font diversificati, titoli in cornice. La struttura portante è costituita dalla sequenza delle opere, in ordine cronologico. All’interno di ognuna delle sezioni così definite si succedono poi, nell’ordine: una presentazione dell’opera, suddivisa in più paragrafi; una serie di lemmi, sul modello delle voci enciclopediche, che mettono a fuoco temi, motivi, relazioni; due o più saggi che affrontano una questione, intitolati secondo lo stile dei romanzi settecenteschi con una frase completa, spesso in forma interrogativa (Davvero «Se questo è un uomo» è uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano come scrive il suo autore?) o disgiuntiva (Le radici rovesciate di Primo Levi, ovvero come l’enantiomorfismo è importante per capire lo scrittore come il testimone). Infine, una decina di voci inserite in cartigli che designano altrettante fotografie di Levi, corredate da puntualissime schede (non occorre insistere sulla competenza di Belpoliti per quanto concerne la dimensione visuale).

Il risultato è che in un tomo di 736 pagine nessun testo oltrepassa la misura di poche decine. La media è peraltro alquanto inferiore, se si considera che la bibliografia e gli indici (strumenti preziosi per ogni futura ricerca) ne occupano più di cento, e che, anche fermandosi al primo livello di titolazione (ad esempio, contando come uno ogni blocchetto o grappolo di «lemmi»), le voci dell’Indice generale ammontano a una sessantina. Inevitabilmente, un impianto simile suggerisce molteplici possibilità di approccio. Si può leggere secondo ordine, dall’inizio alla fine, ovvero in maniera desultoria, disegnando percorsi traversali; si possono selezionare letture mirate su un’opera o su un tema, e si può consultare il libro, con l’ausilio degli apparati, quasi come un dizionario. Ma non c’è solo questo. Nell’introduzione compare un accenno al «poliedro-Levi», e l’espressione mi pare rivelatrice. Levi non è solo uno scrittore genericamente «poliedrico», cioè caratterizzato da una molteplicità di aspetti e di sfaccettature. Rispetto all’aggettivo, il sostantivo «poliedro» ha, in più, una connotazione – per dir così – cristallografica: è l’insieme della sua opera che, geometricamente, ricorda un solido suscettibile di funzionare come un prisma ottico. Levi è infatti autore al quale si possono porre domande, molte domande: le quali, passando attraverso le sue pagine, cambiano traiettoria come un raggio di luce deviato da un filtro, dando luogo a risposte sorprendenti e inattese.

Sul piano interpretativo, il dato primario delle indagini di Belpoliti mi pare sia la rivendicazione del valore di Levi come scrittore, prima e più che come testimone. Del resto, è indicativa la confessione che il primo stimolo a occuparsi di lui sia stata la raccolta di articoli L’altrui mestiere (1984), qui presentata come il suo libro più curioso, bizzarro e acuto, dove si scopre entomologo, linguista, antropologo, astronomo, filosofo, critico letterario e anche ficcanaso. Due anni dopo sarebbe arrivato («con una forza deflagrante») I sommersi e i salvati. Questo non significa, naturalmente, che l’importanza delle opere più direttamente testimoniali sia qui ridimensionata. Però è significativo che una considerazione critica cruciale su Se questo è un uomo sia consegnata a uno dei «saggi» annessi a Vizio di forma (A voce e per iscritto, ovvero Primo Levi è un narratore orale o uno scrittore?), che mette a confronto Levi con quelli che Belpoliti giudica «scrittori del Lager» in senso proprio, quali il polacco Tadeusz Borowski (Da questa parte, per il gas) o il russo Varlam Šalamov (I racconti di Kolyma). Diversamente da costoro, Levi sarebbe stato scrittore anche senza il trauma della deportazione. D’altro canto, qui è riportato anche il passo di un’intervista in cui Levi dichiara che se non ci fosse stata Auschwitz sarebbe stato probabilmente «uno scrittore fallito». Come possiamo interpretare queste parole? Che cos’ha offerto di positivo a Levi il Lager?

Ovviamente nessuno può sapere che tipo di scrittore sarebbe diventato Levi se non avesse vissuto quell’esperienza. Solo in via congetturale, e con molta cautela, possiamo azzardare l’ipotesi che in quel caso sarebbe stato esposto al rischio di riuscire un po’ dispersivo. La curiosità, quand’è svincolata da esigenze determinate, quando è priva dello sprone di necessità contingenti, può alimentare inclinazioni centrifughe. Il tema del Lager si è invece imposto a Levi come un obbligo etico e psicologico assoluto. A questo proposito può essere utile un confronto con Calvino, che com’è noto esordì con Il sentiero dei nidi di ragno nello stesso anno di Se questo è un uomo, il 1947. Il punto di partenza di Calvino è uno sforzo di autodefinizione e di autodeterminazione, cioè la volitiva risoluzione di costruire un’identità funzionale: quindi, un atto di libertà. Il punto di partenza di Levi è invece un esercizio di resilienza: la replica alla negazione della propria identità, o meglio, all’imposizione coatta di una non-identità. La sua opera prende avvio emancipandosi da uno stato estremo di oppressione e compressione, per poi dispiegarsi in volute sempre più ampie e su orizzonti sempre più vasti, dilatandosi dallo sforzo di definizione dell’umano (e del disumano) alla considerazione dell’intero dominio dei viventi. Insomma, il Lager è stato ciò che ha costretto un temperamento poliedrico a solidificarsi in poliedro.

Ma a proposito dell’impianto del libro di Belpoliti, il tornare ciclico (stavo per dire: periodico) su Se questo è un uomo anche a proposito di questioni che parrebbero lontane, e, più in generale, l’andamento ricorsivo di un argomentare che pur nell’attenzione analitica degli scritti minori o poco noti non può far a meno di ripercorrere ripetutamente testi e questioni-chiave, ebbene, questo assetto può suggerire un’altra considerazione. Primo Levi di fronte e di profilo ha qualcosa – parecchio, anzi – di enciclopedico, a partire dalla ricchezza dell’informazione. Ma dell’enciclopedia non ha, in senso proprio, la componente circolare, cioè la simmetria e la chiusura. Potremmo parlare semmai di una sorta di «elicopedia» (ἕλιξ, hélix: voluta, spira, viticcio) ossia di un’enciclopedia spiraliforme, simile al guscio di certi molluschi, come la chiocciola dell’omonima poesia di Ad ora incerta. E va da sé che, pur nella sua autorevolezza, questa elicopedia primoleviana non ha nulla di «definitivo», come recita incauto il risvolto di copertina. Nessuna opera di critica lo è; meno che mai una come questa, che sembra, al contrario, voler ad ogni passo ramificare i percorsi, rilanciare la posta. In questa chiave, i ritratti fotografici che scandiscono il volume appaiono qualcosa di più che non un semplice complemento illustrativo; a ben vedere, li potremmo perfino considerare la cifra dell’opera. Quello che Belpoliti ci propone con Primo Levi di fronte e di profilo è infatti una serie di ritratti, di profilo, di fronte, di tre quarti, dall’alto, dal basso – e dettagli, inquadrature di quinta, soggettive e oggettive, in un’incessante variazione di angoli di campo e di messe a fuoco. Qualcosa che in sintesi significa: il discorso su Primo Levi è più aperto che mai.

Marco Belpoliti

Primo Levi di fronte e di profilo

Guanda, 2015, 736 pp., € 18,50


Il libro di Marco Belpoliti sarà presentato dall’autore insieme a Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa e Umberto Gentiloni, martedì 10 alle 18, a Roma, alla Biblioteca Angelica in Piazza S. Agostino, 8.

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