barthesStefano Agosti

Probabilmente a motivo dell’incessante mobilità delle posizioni teoriche, con conseguenti e a volte radicali cambiamenti delle terminologie che vi sono connesse, Roland Barthes non ha mai assunto, per me, il ruolo e la figura che caratterizzano quello che si usa definire – anche in assenza di una frequentazione fisica, effettiva – un «maestro».

Il contrario, appunto, di quanto è avvenuto, sempre nel mio caso, con tre figure capitali della cultura del Novecento – e la cui frequentazione, per me, è stata unicamente sui testi –, vale a dire Contini, Jakobson, Lacan: frequentazione da intendere, singolarmente, come esclusiva, quale si verifica, credo, solo nella certezza mentale di un magistero.

Così, in velocissima sintesi, per Contini il magistero fu di una stupefacente linguistica della parola, soprattutto nella poesia. Per cui, ad esempio, in Petrarca viene rivelata l’incredibile assenza di marche deittive (il «questo» e il «quello»), dato che il Soggetto si muove «in un giro di sostanze eterne sottratte alla mobilità della storia»: quelle marche di designazione spaziale e temporale che appariranno imponenti nella più importante elaborazione del petrarchismo, quella francese dell’École Lyonnaise e poi della Pléiade, per cui Ronsard potrà temporalizzare e circoscrivere deitticamente la propria esperienza nei riguardi dell’oggetto d’amore perduto, così: «pour obséques reçois mes larmes et mes pleurs, | ce vase plein de lait, ce panier pleins de fleurs, | afin que vif et mort ton corps ne soit que roses». Si tratta, come si può constatare, dei deittici spazio-temporali della grande avventura romantica – lì anticipata – , come, ad esempio, saranno in Leopardi «questo colle» e «questa siepe», adibiti a circoscrivere un’esperienza del limite spazio-temporale a partire dal quale «commisurare» l’illimitato, l’«infinito», appunto;

quanto a Jakobson, il punto centrale del suo magistero – punto mutuato dalla nozione saussuriana di «paradigma» – fu quello della messa in atto, in poesia, di una struttura del testo consistente, essenzialmente, nella presenza effettiva del paradigma linguistico, solo virtuale nella comunicazione ordinaria;

e quanto a Lacan, si trattò soprattutto del magistero inerente a tre punti-cardine della sua teoria dell’inconscio in rapporto al linguaggio: 1. la nozione di Spaltung del Soggetto, collegata all’esperienza dello «stade du miroir»; 2. il concetto di manque che ne discende, e che il Soggetto provvede a rimuovere ri-motivando l’arbitrarietà dei segni; 3. il linguaggio come struttura (manifestazione) esterna al Soggetto e, più precisamente, come parola dell’Altro; che, nel poetico, diventa addirittura parola «dell’Altro dell’Altro»: il che vale a ribadire la funzionalità, rispetto alla collocazione esteriore del linguaggio, delle elaborazioni formali effettuate in poesia, le quali, più ne sottolineano l’esteriorità rispetto al Soggetto, e più ne garantiscono il valore (in simulacro) di verità.

Al contrario, per quanto riguarda Barthes nei miei confronti, non vi è stata nessuna posizione di magistero (da intendere come punto fermo, centrale di formulazione teorica), per il motivo, già avanzato in principio, della continua mobilità delle sue posizioni nei riguardi della teoria, con succedanee variazioni terminologiche. Egli stesso confessa, in un’intervista al «Nouvel Observateur» del 10 gennaio 1977, di accettare l’affermazione dell’intervistatore circa il «carattere selvaggio delle sue importazioni culturali», giustificandolo a partire dalla seguente posizione personale: «l’immediatezza del desiderio e, in qualche modo, l’avidità» (si intenda nei confronti delle nuove terminologie, più o meno scientifiche, che in quegli anni invadevano i campi del sapere, soprattutto quelli delle scienze umane, e vi proliferavano). Tale mobilità è tanto più evidente ora, per la visione complessiva, diciamo sincronica, della sua opera, e non più diacronica quale era quella che si presentava all’attenzione del «lettore» di volta in volta e, per ciò stesso, sottomessa inevitabilmente alle insorgenze naturali della dimenticanza (o dell’oblio) per la sopravvenuta posizione teorica nuova.

Un solo esempio a riguardo, ma di portata fondamentale per Barthes.

Il concetto di «immaginario», desunto, sì, da Lacan, viene esteso autonomamente oltre il limite che Lacan gli assegna – che è quello d’una pulsione desiderante cui è sotteso il «materno», in opposizione al «simbolico», luogo della legge, del divieto e del «paterno» – sino a farlo coincidere con l’immaginazione e le immagini; non solo, ma addirittura sino a riconoscerlo in un certo tipo di lingua e di linguaggio, flessibile, mobile, ancora in opposizione al simbolico, il quale è fatto indebitamente coincidere – sul piano linguistico – col «significato»: da cui, per l’immaginario, la correlazione-coincidenza – sullo stesso piano – col «significante». Se volessimo mantenere il raffronto sul piano della linguistica, sarà proprio l’opposto che risulta corretto (almeno dal punto di vista delle loro motivazioni originarie, lacaniane): e cioè, per il significato, l’estensione all’immaginario; mentre, per il significante, la sua inclusione nell’ordine simbolico. Tanto più che, in entrambi i casi, gli ordini, simbolico e immaginario, non corrispondono solo a termini del linguaggio vero e proprio, ma si riferiscono, ad esempio, per il simbolico soprattutto alle interiorizzazioni delle scansioni prescrittive e, per l’immaginario, soprattutto al quadro psicanalitico, e nella fattispecie al sistema pulsionale del Soggetto.

E quanto, non solo alla mobilità del lessico terminologico, ma alla oscillazione delle valenze (dei valori) che gli vengono attribuiti, essi stessi mutevoli, basti questo esempio, tratto ancora da un’intervista tarda, e sempre dal «Nouvel Observateur» (dell’aprile 1980). Esso tocca quello che è stato forse il termine più frequentato e più caro utilizzato da Barthes, soprattutto per opporne, nel linguaggio, la flessibilità, adattabilità, vuoi festosità applicativa, alla stabilità sclerotizzata del significato: e cioè il termine già da noi opportunamente isolato ed evidenziato di «immaginario». Ecco dunque quanto afferma ora: «la scrittura permette di liberarsi dall’immaginario, che è una forza molto immobile, abbastanza morta, abbastanza funebre» (non aggiungiamo commenti).

Detto questo, si danno comunque, nel mio rapporto con Barthes, sul piano pratico (operativo), due punti fermi, corrispondenti a due termini-concetto, di cui uno assunto regolarmente da me in ogni occasione che ne fosse utilizzabile il riferimento: è il termine-concetto impiegato ed esemplificato da Barthes in relazione a Flaubert, e precisamente in relazione al racconto Un coeur simple: e cioè il termine-concetto «effetto di reale» (è il titolo stesso del saggio in cui se ne parla, uscito nel n. 11, 1968, di «Communications»).

Il secondo punto fermo, da me assunto una sola volta in un’occasione recente, ma assolutamente determinate per il mio discorso (una commemorazione), è il termine-concetto di punctum da leggere in relazione al termine di riferimento parallelo e cioè – nella sempre nuova o rinnovata terminologia di Barthes – il termine di studium, entrambi adibiti a segnalare determinate condizioni ed effetti dell’immagine fotografica (si trovano infatti nell’ultimo volume pubblicato vivente l’autore, La chambre claire, dedicato alla fotografia e più particolarmente all’immagine materna, che però, di fatto, non viene mai esibita).

Vi è poi un terzo punto nel lavoro di Barthes, da collocare, nell’ambito del suo lessico, sotto la rubrica non più del termine-concetto bensì sotto quella degli «effetti»: e precisamente il punto relativo agli «effetti di deriva». Testualmente mai citato da me e tuttavia assimilabile a una molteplicità di situazioni formali presenti in varie procedure da me utilizzate, soprattutto nelle analisi di testi poetici.

Ne parlo solo ora, a motivo della rilettura recente di varie opere di Barthes, fatta in occasione dell’invito del «verri» a intervenire su questo autore. Posso aggiungere che questo terzo punto – ma primo per l’estensione delle sue applicazioni – ha la sua formulazione letteralmente propulsiva nella seguente enunciazione: «ne jamais fermer la parenthèse, c’est très exactement: deriver» [corsivo nel testo]. (Cfr. Barthes par lui-même, p. 110). Cui si annetterà, per un aspetto supplementare che le è inerente, quest’altra formulazione (ove il pronome di terza persona equivale al Soggetto stesso in posizione di distanza da sé): «il prend plaisir à déporter l’objet» [corsivo nel testo] (ivi, p. 62).

Comincerò dunque da qui – e perciò risalendo a ritroso i punti menzionati – a segnalare le modalità secondo le quali si è attuato un mio rapporto con Barthes (diretto ed esplicito per i primi due punti, solo a a posteriori e, quindi, solo possibile per il terzo).

Ebbene, per quanto riguarda la prima formulazione-esplicitazione della «dérive» («ne pas fermer la parenthèse, c’est très exactement: dériver»), ebbene, essa non potrebbe illuminare meglio, e più di qualsiasi precisazione teorica, quanto nel testo poetico si dà (si produce) come manifestazione di semanticità soprasegmentale, nelle varie procedure (canoniche) che la caratterizzano: rime, allitterazioni, ritmo. Procedure in cui si verifica di fatto l’apertura di un «senso» (nella terminologia di Barthes, di una «signifiance») che esclude ogni chiusura. Si tratta di quel senso effuso, non passibile di articolazione in unità di significato, dato che la funzione di queste, nelle procedure suddette, si esercita non tanto a partire dalle unità lessicali nella loro costituzione di presupposizione reciproca significato-significante (insomma, non tanto da un presupposto di bi-univocità), bensì a partire dai soli significanti di quelle stesse unità. Il che comporta non più una chiusura, come che sia, d’ordine semantico ma, appunto, una vera e propria disseminazione di senso: formulazione, questa, particolarmente cara a Barthes che la invoca e la reclama a ogni piè sospinto, e lo induce senza più a sottintenderla alla nozione di «Testo» (anch’essa pervasiva – comprensiva – dell’universo formale e stilistico più completo dell’autore, non solo, ma estensibile addirittura a ciò che egli designa come «corporalità» o, senz’altro, come «corpo»).

L’effusione soprasegmentale del senso, nel nostro caso, equivale perfettamente all’efficacissima immagine della parentesi, aperta e non chiusa.

Quanto alla seconda, e altrettanto efficace immagine della «deriva» («il prend plaisir à déporter l’objet»), essa trova la sua applicazione tanto pertinente quanto sostanzialmente esplicativa, in quel fenomeno del poetico – ancora da me stesso continuamente citato ed esemplificato – che è quello della metafora, o, con più precisione – e per ciò stesso con più pertinenza rispetto all’immagine fornita da Barthes –, della metafora «à un seul terme» (la designazione terminologica, qui, è di Albert Henry): vale a dire della metafora cui è sottratto – in re – il componente di base della figura, e cioè il metaforizzato. Nel caso in cui il metaforizzato non appaia come costituente esplicito della figura, il metaforizzante, nella sua unità di lessema, è letteralmente «déporte», spostato dal suo luogo proprio, dal suo luogo come centro o circoscrizione di relazioni acquisite, in una parola, «sospeso»: e comunque in posizione di attesa del proprio completamento figurale, che può anche non prodursi mai: si veda il caso, esemplare, di Mallarmé, e, in subordine, di altri operatori, non necessariamente a lui coevi, come, ad esempio, il grande o grandissimo René Char.

Ma tanto basti quanto all’immagine-concetto di «dérive», e alle sue possibilità di apparentamento a operazioni tipiche del poetico (che d’altra parte, come è noto, con esclusione di Racine, non è tereno frequentato da Barthes). Con questa, se vogliamo, estensione conclusiva: rispetto alla lingua e al lessico tradizionalmente acquisiti e codificati, il «poetico» si potrà intendere – sulla scia di Barthes che pure se ne distrae rispetto al genere vero e proprio – come un globale, pervasivo «effetto di deriva».

Quanto agli altri due termini-concetto nominati per primi, sarò brevissimo. Si tratta, infatti, come o già detto, di vere e proprie citazioni (più giustamente, di appropriazioni funzionali).

Il punctum, in quanto elemento che fuoriesce dallo studium ma sotto il limine della coscienza dell’operatore, investendo il riguardante con l’intensità di una vera e propria «puntura» (punctum, sottolinea Barthes, viene dal lat. pungere), ebbene, il punctum nel mio caso concerne, sì, un elemento visivo (come nei casi citati da Barthes), ma assimilato, incorporato in un testo di scrittura. Si tratta dei «due punti» come grafema interpuntivo, deputati a corrispondere all’immagine di due ragni sul soffitto, contemplati da Giorgio Orelli e inseriti nel modo suddetto in una splendida poesia, Ragni, che egli mi affida in lettura come legato terminale.

Ora, cosa designano i due punti in genere? Un elenco, una serie, ecc., ma più correttamente e, vorrei dire, canonicamente, designano l’apertura del discorso diretto: due punti, virgolette ecc.

Il punctum, nel nostro caso (ed è qui la sua unicità), è la trafittura che perfora il destinatario, dall’inconscio del Soggetto emittente alla coscienza di chi è depositario del messaggio: corrisponde insomma a un discorso che si apre sulla propria interruzione: dando il via a quella che sarà – come ebbi a definirla nella commemorazione precitata – la luce del postumo.

D’altra parte, sono lieto che questo vero e proprio evento testuale (come ancora, forse, lo designerebbe Barthes) si produca in corrispondenza di ciò che è stato, per il Soggetto Barthes, l’evento traumatico per eccellenza della sua vita (o ancora, se vogliamo, del suo «corpo»): il lutto materno.

Di questo vuoto, di questa mancanza che si apre nel tessuto del mondo, dice altresì il primo termine-concetto che abbiamo avanzato: quello di «effetto di reale».

Nella fattispecie – e cioè nel racconto di Flaubert preso in esame (quel capolavoro della narrativa di ogni tempo che è Un coeur simple) –, non si tratterebbe per l’esattezza di un buco, di un vuoto, ma piuttosto di una «escrescenza» non funzionale al disegno dell’insieme: quella della presenza di un oggetto, il barometro, nel salotto di Madame Aubain, in collocabile nel quadro del «récit».

Lì, escrescenza incongrua nell’ambito della trama del racconto, cui fa contraltare, appunto, il buco, lo strappo nella tessitura dello stesso testimoniati in parecchi altri luoghi del testo: due fatti in posizione di corrispondenza reciproca, o di equivalenza nella bi-univocità, che segnalano quanto, della realtà, esorbita dall’ordine del discorso entro il quale questa si mantiene e si articola, per aprirsi a ciò che Barthes denomina (forse dietro la suggestione di Lacan, o, pià probabilmente, in sintomatica coincidenza e corrispondenza con lui): il Reale.

Il Reale è quanto, della realtà, sta fuori di essa, è irriducibile ad essa, al suo disegno ed al suo percorso: escrescenza o strappo nel tessuto del mondo, il Reale è ciò che presentifica al Soggetto quanto sta al di là di lui come la sua stessa verità, informulata e informulabile.

Il racconto in causa di Flaubert attesta del ricorrere continuo, e in forme e modalità svariatissime, di questa fenomenologia, da noi perscrutata in vari lavori, ma soprattutto in un’analisi che gli abbiamo dedicato, ora raccolta nel volume La frase, il racconto. Le sperimentazioni di Flaubert nei «Trois Contes» (Cafoscarina, Venezia, 2013), al quale si rimanda senza ricorrere ad ulteriori esemplificazioni.

Forse, la presente, come dire?, «promenade» barthesiana avrebbe bisogno di una giustificazione – anche se non richiesta – circa l’esibizione del pronome di prima persona nel titolo.

Ebbene, oltre che nell’andamento divagatorio della stessa «promenade», di cui il Soggetto scrivente assume la responsabilità, appunto, in «prima persona», essa sta probabilmente in una sorta di retroscena personale responsabile di condizionare l’intero intervento (nonché il tono dello stesso non consueto per il facitore).

E precisamente sta nella risposta a una mia lettera di raccomandazione per un’allieva che teneva moltissimo a far parte del Seminario ristretto, a numero chiuso, di Barthes all’École des hautes études, ma da cui era stata esclusa per il numero già completo di partecipanti. Ebbene, nella risposta Barthes mi assicurava che l’allieva sarebbe stata accolta: e terminava il biglietto con la seguente frase, nella quale si rispecchiano secoli di lingua e di civiltà della Francia: «je la suivrai, je l’orienterai de mon mieux».

dal verri n. 59, in uscita nei prossimi giorni

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