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Sull'alfadomenica di oggi:

Cento anni fa, il 12 novembre 1915, nasceva a Cherbourg Roland Barthes. A dispetto delle revisioni e delle liquidazioni da gazzetta, che da qualche anno offendono la sua memoria in patria e (con un di più di lillipuzianeria di provincia) anche da noi, Barthes resta inequivocabilmente un faro. E come dice Paolo Fabbri nel titolo del contributo consegnato al numero 59 del verri, che a Barthes è dedicato (il testo integrale di Fabbri esce oggi stesso su Alias), proprio come un faro – nella metafora baudelairiana – Barthes ha orientato la cultura, e quelle che si chiamano scienze umane, tanto in vita che dopo la sua morte (caduta prematuramente nel 1980). Per descrivere questo suo magistero, con un’agudeza delle sue, Fabbri sceglie di leggere gli scritti di Barthes sull’Oriente: a partire da quello celebre sul Giappone nonché da quello tanto meno felice, ma forse non meno rivelatorio, sulla Cina. Per ricordare a nostra volta Roland Barthes, estraiamo dal fascicolo del verri – che esce nei prossimi giorni – un altro contributo, quello scritto da Stefano Agosti. Da maestro qual è a sua volta, nei suoi confronti Agosti non può non riconoscere i propri debiti; ma non manca di bacchettarlo, Barthes: soprattutto per i cambiamenti di rotta che, a differenza di altri fari della sua generazione, com’è assai noto hanno contrassegnato la sua opera, mobile sin quasi alla tumultuosità. Personalmente sono invece dell’opinione che proprio questa mobilità (uno dei saggi di Barthes che in assoluto più hanno contato, per me, Scrittura e discontinuità, a un libro di Michel Butor intitolato appunto Mobile è dedicato) è il segno più certo della sua grandezza. Altri fari sono restati (o hanno fatto di tutto per apparire) immobili e tetragoni, sul loro spalto roccioso. Invece Barthes era un faro che si muoveva, pur non venendo mai meno alla sua funzione di orientamento. Più simile al segnavento di Hölderlin, magari, che al faro di Baudelaire. Ed è esattamente per questo che ci appare più vicino: in un tempo, come il nostro, in cui da un pezzo tutto ciò che era solido si è liquefatto, dissolto nell’aria, proiettato nell’iperspazio.

A.C.

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