jan-fabreMaria Cristina Reggio

Esattamente ventiquattro sono le ore che Jan Fabre ha dedicato ai principali eroi tragici, con il suo Mount Olympus - To glorify the Cult of Tragedy al Teatro Argentina di Roma, suddiviso in episodi di diversa durata, cronometrati ciascuno dalla regia con calcolata precisione mediante timer digitali rivolti verso il palcoscenico. Dal tramonto al tramonto gli spettatori romani hanno potuto partecipare a questa maratona, proiettati fuori dallo spazio-tempo ordinario del teatro, potendosi alzare, purché in silenzio, dalle loro poltrone per farvi ritorno a loro piacimento, rifocillarsi al bar, riposarsi su lettini da campo predisposti nei corridoi, uscire e rientrare in teatro, purché muniti di apposito braccialetto identificativo. Si è trattato di una singolare "prova" di resistenza, una "esperienza spettatoriale" che mirava a coinvolgere il pubblico in un duro esercizio di partecipazione psico-fisica a ciò che avveniva sul palco. Per questi coraggiosi Jan Fabre ha allestito una macchina magnifica, di perfetta quanto strepitosa crudeltà, unica nel suo genere: ventisette tra attori e performer, capitanati da un pingue e vizioso Dioniso, quasi un tableau vivant sfuggito dagli affreschi di Raffaello alla Farnesina, che hanno patito davvero, con i loro splendidi corpi atletici quasi sempre ignudi, come quelli degli abitanti del divino monte, o tutt'al più vestiti di candidi lenzuoli, pene corporali molto simili a quelle di cui gli eroi tragici più conosciuti sono stati i protagonisti. Ma, più che teatro, si può definire questa impresa di Fabre come una gigantesca sfida spettacolare nell'ambito della performance art, un genere di arte visiva (inaugurata in Europa da Fluxus e dalla Body art negli anni '60) con cui l'artista belga si misura fin dalla fine degli anni '70.

Poche finzioni teatrali, infatti, tranne abbondanti sbuffate di ghiaccio secco, diversi ettolitri di falso liquido rosso sangue versati a profusione su corpi e suppellettili e una coreografia di luci ballerine che calano e risalgono come dei ex machina dalla soffitta. Piuttosto prevale, come avviene per definizione nella performance art, un eccesso di realtà, presentata a contrasto su un candido fondo bianco, con sanguinolente frattaglie animali dissipate per rispettare i rituali tragici e magnifiche pudenda esibite in bella vista per onorare il palcoscenico, in una successione di coreografie di gruppo che prevedono, secondo una cifra ormai tipica del lavoro di Fabre, onanistiche ripetizioni sfiancanti degli stessi gesti con forti implicazioni erotiche, portate ogni volta fino all'acme e sfocianti sempre in un gesto vocale o fisico definitivo, orgasmico. In un teatro dove predomina un complice buio, gli spettatori inevitabilmente assumono la parte perversa dei voyeurs, e infatti alcuni hanno abbandonato irritati la sala. Lo aveva ben mostrato già Romeo Castellucci con la Socìetas Raffaello Sanzio proprio in un episodio della memorabile Tragedia Endogonidia (con cui ha attraversato dal 2001 al 2004 le principali città d'Europa), quando con una scena di teatro nel teatro, aveva vestito i suoi attori come finti spettatori - guardoni ottocenteschi sussurranti di fronte a una donna nuda che posava per una foto pornografica come una vittima animale, legata con impeccabile bondage. Per gli spettatori del XX e ormai XXI secolo, condannati a una diffusa frigidità visiva di fronte alle immagini del dolore degli altri - nonostante i tanti ripensamenti di Susan Sontag - mediante la moltiplicazione dei media foto e cinematografici della società dello spettacolo, la vittima ha le forme e l'aspetto di un trofeo da mostrare in una foto ricordo che oggi si chiamerebbe selfie, una sorta di oggetto simbolico del desiderio per il proprio e l'altrui sguardo soddisfatto.

Ma se Castellucci mostrava, proprio utilizzando l'artificio teatrale, e forzando la metafora fino al non senso del paradosso, l'ineluttabile impossibilità di rappresentare, oggi, la tragedia e l'incolmabile distanza che separa gli abitanti delle megalopoli contemporanee dalla sacralità che costituisce l'essenza del tragico teatrale, per Jan Fabre questi problemi non si pongono. Per lui il teatro non è luogo della finzione e dell'artificio, ma piuttosto una grande aula buia, suddivisa in platea per i "partecipanti" e palco rialzato per gli "officianti", che accoglie un mirabile rito pagano di massa, tanto più crudele quanto più reale, dedicato alla memoria dei personaggi tragici più cult, e che fa appello alla violenza della società umana di tutti i tempi e i luoghi. Il rito poliglotta è celebrato da poderosi attori e performer di diverse nazionalità che si sono allenati duramente per diversi mesi, e che, con abbondanza di gesti simbolici manipolano oggetti prelevati dall'onnivoro mondo quotidiano dei consumi, attualizzando un enciclopedico palinsesto di iconografie dei principali eroi celebrati dai poeti e pittori della tradizione classica, mixandolo con citazioni dalla violenza visionaria e maniacale del cinema di Kubrick e con allusioni molto esplicite, sempre presenti nei suoi lavori, all'archivio visionario degli eccessi, delle perversioni e della religiosità blasfeme moderne, come quelle disegnate a metà Ottocento dal pittore e illustratore suo connazionale Félicien Rops. L'eroe di questa mega-maratona sulla tragedia, colui o colei che patisce nella pelle, nel sangue, nel sudore e nella terra è lo stesso performer, ovvero colui o colei che sacrifica il proprio corpo sull'altare della spettacolarità: è lui/lei che deve diventare l'agnello sacrificale di fronte allo sguardo degli spettatori, immolato alla fine, con le sembianze e le parole poetiche rubate al più folle degli eroi sofoclei, Aiace, non contro un fato a cui nessuno più crede, ma più prosaicamente, contro un potere cosmico e globalizzato che preme sulla libertà degli individui.

Gli astanti, messi di fronte a tanta condivisa sofferenza e a contatto con la loro stessa estenuazione, vengono attratti in un finale che ha i toni reali del rituale sadomaso, piuttosto che quelli catartici e purganti della finzione teatrale prospettata da Aristotele. Devono avere sofferto per raggiungere finalmente tutti insieme l'orgasmo finale: la tragedia di Fabre non si conclude infatti, come ci si aspetterebbe, e come teorizzava Walter Benjamin, con l'ostinato silenzio imploso e irriducibile dell'eroe, squarciando l'animo e la pancia degli spettatori, bensì con un luminoso e barocchissimo tripudio di colori, in cui la tribù gioiosa dei performer si "spara" vicendevolmente addosso materiali e colori di ogni sorta sui divini corpi nudi, fino a diventare tutti delle specie di splendidi coleotteri multicolori con epidermidi cangianti, simili a quelli con cui l'artista visivo Fabre ha decorato il soffitto del Palazzo Reale di Bruxelles. Una vitalistica parata di colori che ha i toni carnascialeschi di un pigiama-party, accompagnata da un lungo e liberatorio fragoroso applauso, anch'esso smisuratamente proporzionato alla durata del lungo viaggio sul monte Olimpo.

 

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Giovedi 5 novembre, alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston.

 

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